lunedì 31 agosto 2009

Ex-Judge Helping With Fraud Cases

Ex-Judge Stays Out of Jail While Helping With Fraud Cases

Former Greenwood, Miss., attorney and judge Bobby Fisher's cooperation with federal authorities has allowed him to remain free more than three years after pleading guilty to a mortgage scam.

Fisher says he continues to help U.S. attorneys on mortgage fraud cases and will be sentenced once those wrap up.

In January 2006, Fisher and former real estate agent Jim Pruett pleaded guilty to a scheme of falsifying mortgage application documents. Pruett was sentenced and died in prison in 2007.

Fisher said the current matters do not relate to his original case and do not concern local situations. He said he would like to speak further about what happened but cannot because of the ongoing investigations.

Fisher previously served as a Greenwood Municipal Court judge.

Information from: The Greenwood Commonwealth

Disoccupato stermina famiglia

Disoccupato stermina famiglia
Sabbone (Reggio Emilia): uomo poi tenta suicidio, e' in coma

(ANSA) - REGGIO EMILIA, 31AGO - Un disoccupato ha ucciso la moglie e un figlio, ridotto in fin di vita l'altro figlio e la padrona di casa e ha provato a suicidarsi. La padrona di casa li ospitava da 20 anni. L'uomo, di origini torinesi, ha ingurgitato una gran quantita' di farmaci e di alcol, ha chiamato il 113 per avvertire del dramma e poi e' caduto battendo la testa e finendo in coma. E' successo la scorsa notte a Sabbione, frazione di Reggio Emilia.

NUOVA LUCE SULL' AMBROSIANO

Da: SVIZZERA Connection

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NUOVA LUCE SULL' AMBROSIANO

Le inchieste dei procuratori di Mani Pulite riportarono al centro dell'interesse la bancarotta del Banco Ambrosiano milanese del 1982, un avvenimento chiave dello scandalo italo-ticinese.(1) Il caso Ambrosiano vuol dire di più di un buco di un miliardo di franchi nel bilancio di una banca: l'Ambrosiano rappresentava l'interfaccia centrale fra la finanza sommersa italiana e la circolazione monetaria legale. Oltre al business principale e legale con la media borghesia fedele al Vaticano (2), quella che era allora la più grande banca privata italiana aveva sistematicamente fatto confluire in una, quattro correnti di denaro provenienti da quattro fonti oscure e in compenso tanto più redditizie: la fuga di capitali all'estero, la mafia, la circolazione di tangenti e infine dalle manipolazioni finanziarie illegali della loggia massonica segreta P2.

ASCESA E CADUTA DI ROBERTO CALVI

Motore della crescita dell'Ambrosiano negli anni '50 furono l'investimento e l'amministrazione di capitale italiano all'estero. Il ceto medio del nord Italia, che aveva avuto successo, voleva proteggersi dalla pressione fiscale, dall'inflazione alta e dalla lira debole e cercava per questo possibilità di investimento all'estero. Ma ciò era più facile a dirsi che a farsi, considerate le norme allora rigide contro l'esportazione di capitali. L'ambizioso giovane manager di banca Roberto Calvi si accinse alla creazione di un'organizzazione all'estero. Nel 1957 fondò a Lugano la Banca del Gottardo, poi sopravvennero filiali a Zurigo, Chiasso, Losanna, Locarno, Francoforte sul Meno e anche a Nassau (Bahamas). Vicepresidente della Banca del Gottardo fu fin dalla fondazione l'avvocato Carlo von Castelberg, avvocato a Zurigo, dove dal 1975 al 1987 fu presidente della Casa dell'arte e, più tardi, presidente onorario della Società dell'arte. L'attività giornaliera era diretta da due manager di banca ticinesi, precisamente Fernando Garzoni e Francesco Bolgiani. Già nel 1956 l'avvocato del Liechtenstein Walter Keicher aveva fondato a Vaduz per l'Ambrosiano la ditta Lovelock, che doveva divenire più tardi base di una struttura segreta più ampia accanto alla legale Banca del Gottardo. (3) L'autore inglese Charles Raw suppone che la Lovelock abbia avuto un ruolo determinante alla fondazione della banca del Gottardo e l'abbia anche controllata finchè l'Ambrosiano nel 1960 acquisì una partecipazione del 40% alla Gottardo. Nel 1963 la Lovelock fondò in Lussemburgo la Compendium che cominciò presto a far segretamente incetta di azioni dell' Ambrosiano alla Borsa di Milano. Alcuni anni più tardi la Lovelock fondò a Lugano la Ultrafin, nel cui consiglio di amministrazione entrò Calvi. Negli anni '60 Calvi continuò sistematicamente a lavorare alla sua doppia struttura all'estero. La parte segreta fu posta sotto la copertura della Radowal in Liechtenstein (che più tardi cambiò nome in United Trading), del cui consiglio di amministrazione facevano parte anche entrambi i manager ticinesi della Banca Gottardo Garzoni e Bolgiani. (4) Come Raw scoprì, le società dissimulate controllate dalla Radowal, ad esempio la Compendium, percepivano dalle filiali ufficiali dell'Ambrosiano notevoli crediti e operavano anche con azioni dell'Ambrosiano allo scopo di manipolare i corsi.

LA BANCA VATICANA IOR

Dopo che il Banco Ambrosiano, tradizionalmente vicino al Vaticano, nel corso degli anni '60 aveva intensificato la collaborazione con la Banca Vaticana IOR (Istituto Opere di Religione) (5), Calvi, divenuto nel frattempo capo supremo dell' Ambrosiano, strinse agli inizi degli anni '70 un' alleanza strategica con lo IOR. Presidente dello IOR era dal primo gennaio 1971 l'arcivescovo Paul Marcinkus. L'ex guardia del corpo del papa, cresciuta in un sobborgo di Chicago, si era ora impegnato per incrementare in maniera massiccia la redditività dello IOR, per mettere a disposizione del Santo Padre i mezzi necessari alle sue opere cattoliche e per divenire lui stesso cardinale. (6) Marcinkus festeggiò l'entrata nel business finanziario internazionale e fece partecipare lo IOR all' illegale "struttura Radowal" di Calvi. Inoltre lo IOR acquisì partecipazioni alla Cisalpine Bank a Nassau nelle Bahamas, una filiale ufficiale dell'Ambrosiano, che Calvi aveva fondato all'inizio del 1971 con Fernardo Garzoni della Gotthard Bank. Come manager della Cisalpine firmava allora lo svizzero Pierre Siegenthaler.

IL BANCHIERE DELLA MAFIA MICHELE SINDONA

Il terzo uomo nella congrega di Calvi e dell'arcivescovo Marcinkus fu all'inizio degli anni '70 Michele Sindona, il banchiere della mafia siciliana. Per aggirare i regolamenti italiani per le operazioni in valuta estera, l'irrequieto terzetto fondò numerose società di comodo in esotiche piazze finanziarie offshore. (7) Sindona era originariamente un consulente finanziario di Messina, che nel 1946 si era trasferito a Milano e, dagli anni '50, lavorava per la mafia. Egli prese parte ai leggendari incontri familiari dei Gambino di New York con i cugini siciliani del clan Inzerillo, il 2 novembre 1957, al Grand Hotel des Palmes a Palermo. In seguito Le cose andarono sempre meglio per Sindona. Egli fondò a Vaduz la Fasco che poco dopo si accapparrò la Banca Privata Finanziaria di Milano, confluita più tardi con la Banca Unione nella nuova Banca Privata Italiana. In seguito, Sindona cominciò a lavorare con i banchieri dello IOR Massimo Spada e Luigi Mennini e comprò da loro nel 1964 a Losanna la Banque de Financement (Finabank). Di questa banca mafiosa lo IOR si tenne una partecipazione di minoranza. Negli USA, Sindona lavorava con la Continental Illinois Bank (Chicago), che più tardi sarebbe fallita. Ne era allora presidente David Kennedy, che il presidente Richard Nixon poco dopo chiamò al governo quale ministro delle finanze. Nell'autunno 1974 la Banca Privata Italiana di Sindona e la sua banca ancor più grande negli USA, la Franklin National Bank, fallirono.(8) Era l'epoca della prima crisi petrolifera e del crollo dei corsi di cambio fissi (sistema Bretton-Woods). Le quotazioni delle azioni crollarono e inoltre Sindona aveva fatto speculazioni sbagliate sui mercati valutari. Anche gli afflussi di denaro dalla cassa privata dei suoi padrini di mafia Gambino e Inzerillo non poterono più salvarlo. Fuggì negli USA, dove tuttavia non riuscì più ad avere successi finanziari. Nel 1980 fu qui condannato a 25 anni di prigione per bancarotta fraudolenta, nel 1984 gli USA lo rispedirono in Italia. Nel 1986 infine fu inflitto a Sindona l'ergastolo come mandante degli assassini di Giorgio Ambrosoli, che aveva fatto un'inchiesta ufficiale sulla bancarotta dell'Ambrosiano. Due giorni dopo la sentenza morì nella prigione di Voghera per una dose di cianuro di potassio nel caffè.

LA P2 SALVA CALVI

Il fallimento delle banche di Sindona procurò notevoli problemi ai suoi soci Calvi e Marcinkus. Inoltre, l'economia mondiale era entrata a metà degli anni '70 in una fase di recessione e una grande insicurezza dominava i mercati finanziari mondiali. Calvi e Marcinkus dovettero non solo far fronte al venir meno del denaro della mafia proveniente dalle banche di Sindona, ma anche ristrutturare la loro rete segreta internazionale indebolitasi. Sindona, che dopo la bancarotta se ne era andato negli USA, seppe cosa fare. Calvi avrebbe dovuto entrare a far parte della loggia massonica segreta P2, di cui il banchiere della mafia siciliano era membro già da alcuni anni.(9) Dall'ampia rete di relazioni del gran maestro della P2 Licio Gelli e del suo braccio destro, il finanziere romano Umberto Ortolani, Calvi poteva aspettarsi un aiuto efficace per la fuga di capitali all'estero. I contatti della P2 nella burocrazia statale potevano fornire quell'aiuto, necessario per la fuga di capitale. Esempio concreto di un soccorrevole funzionario dirigente del genere, appartenente alla P2, è a Roma Ruggero Firrao dapprima presidente dell' Ufficio Italiano dei Cambi (UIC), l'ufficio delegato ai rigidi controlli statali dei cambi, e dopo il 1979 direttore in Italia dell’ente per la garanzia contro i rischi dell'esportazione (SACE). Alla fine degli anni '80 Firrao lasciò il servizio statale e fondò a Lugano la Finexpo SA. (10) Secondo i verdetti del procuratore Dell'Osso, egli faceva transazioni illegali e usava a questo scopo il conto 633.369 presso la SBG (Lugano). (11) Alla fine del 1993, Dell'Osso lo fece arrestare con un mandato di cattura internazionale e fece perquisire i suoi uffici. Fu espulso a Milano e nel dicembre 1994 condannato in prima istanza per concorso sistematico in esportazione illegale di capitali a due anni e mezzo di prigione con la condizionale. (12) I servizi prestati da fratelli di loggia come Firrao o Gelli, non furono gratuiti per Calvi. Al contrario. Gelli chiese in cambio molto denaro. "Spremette Calvi come un limone", scrive Charles Row e valuta la cifra complessiva che Calvi tra il 1976 e il 1981 ha stornato dal Banco Ambrosiano, a 250.000 milioni di dollari (?). Quindi Gelli e Calvi riconvertirono il Banco Ambrosiano a macchina per far soldi della P2. Per far sì che la cassa dell'Ambrosiano fosse in pareggio, i due derubarono lo stato con l'aiuto di politici e manager corrotti. I massimi creditori dell'Ambrosiano, al momento della bancarotta, erano non per caso le aziende di stato ENI e la Banca nazionale del lavoro (BNL). Sia all'ENI che alla BNL c'erano in posizioni direttive persone della P2. All'ENI il socialista Leonardo Di Donna era vicepresidente, alla BNL il socialista Alberto Ferrari era direttore generale. Di Donna e Ferrari, per ordine del gran maestro, fecero avere ancora crediti al Banco Ambrosiano quando la banca era da lungo tempo sull'orlo del fallimento. L'esempio per eccellenza è il già ricordato credito di 50 milioni di dollari del 1981 che aveva portato ai sette milioni di tangenti sul conto Protezione.

CALVI IN GRANDE DIFFICOLTA'

Nonostante tutto l'aiuto da parte dei fratelli della P2, presenti nell'apparato statale, Calvi ebbe problemi con le autorità. Nel 1978 la Banca d'Italia aprì un'inchiesta contro la sua società La Centrale Finanziaria per sospetto di esportazione illegale di capitale. Nel consiglio di amministrazione della Centrale c'era, oltre a Calvi, anche il suo rappresentante in Svizzera Carlo von Castelberg, vice presidente della Gottardo. La Banca d'Italia sospettava la Centrale Finanziaria di avere venduto un pacchetto di azioni dell'Assicurazione Toro ad una società estera dell'Ambrosiano, solo tuttavia per ricomprarlo più tardi ad un prezzo notevolmente più alto. La differenza di prezzo era passata all'estero come esportazione illegale di capitale.(13) Dopo che la Banca d'Italia ebbe affidato l'inchiesta alla procura milanese si giunse ad una richiesta di assistenza giuridica alla Svizzera. I procuratori supposero che la Banca del Gottardo, filiale ticinese dell'Ambrosiano, fosse stata inserita nel traffico illegale e chiesero di poter vederne la contabilità. La Banca del Gottardo fece ricorso con successo. Il 15 giugno 1980 la Camera dei ricorsi del tribunale penale ticinese respinse la richiesta. (14) Un anno dopo gli eventi precipitarono. A metà maggio 1981 la polizia finanziaria trovò nel corso della perquisizione domiciliare della villa di Gelli, oltre alle liste dei membri della P2 e ai documenti del Conto Protezione, anche carte che dimostravano l'esportazione illegale di capitale per circa 23 miliardi di lire (allora circa 100 milioni di franchi) con l'aiuto della finta vendita delle azioni Toro. Questa notizia arrivò improvvisa nel corso del processo in corso dalla fine di maggio 1981 contro Calvi, Castelberg e altri nove dell'Ambrosiano. Calvi e otto dei suoi collaboratori furono immediatamente arrestati. Contro Castelberg c'era a Zurigo un mandato di cattura italiano, che la polizia zurighese non rese tuttavia mai esecutivo, perchè reati del genere in Svizzera non portano alla richiesta di estradizione. Mentre la procura di Milano lasciò cadere l'accusa di frode e si concentrò sul reato, ormai dimostrabile, di fuga illegale all'estero di capitale, la Banca del Gottardo di Lugano andò all'offensiva. Informò la stampa del rifiuto, rimasto fino allora sconosciuto al pubblico, da parte della giustizia ticinese di prestare assistenza legale all'Italia. "Questo rifiuto fa mancare il terreno sotto i piedi all'accusa italiana" (15), si leggeva sulla stampa svizzera. Il giorno dopo il "Corriere della Sera" rispose: "La giustizia svizzera assolve Calvi e rifiuta la collaborazione con le autorità italiane". (16) La camera dei ricorsi del tribunale cantonale ticinese si vide costretta a pubblicare un comunicato. Si richiamò alla convenzione europea per l'assistenza giuridica in questioni penali, che prevede il rifiuto di un aiuto del genere in caso di reati in materia di valuta. La richiesta si basava sulla presunzione di reato di frode, compiuto da Calvi e dagli altri membri del consiglio di amministrazione de La Centrale Finanziaria. La nuova accusa parlava invece solo di violazione delle norme valutarie italiane. (17) Sebbene l'ordine cronologico degli avvenimenti contraddica il comunicato della Camera dei ricorsi ticinese, questa trovò sostegno nella stampa della Svizzera tedesca. Nessuno sembrò accorgersi che la richiesta di assistenza giuridica era già stata respinta il 15 giugno 1980, un anno prima che i procuratori milanesi avessero lasciato cadere l'accusa di frode. Il 21 luglio 1981 il tribunale di Milano condanò Roberto Calvi per esportazione illegale di capitale a quattro anni di prigione e a una pena pecuniaria di 16,5 miliardi di lire (allora circa 30 milioni di franchi). Altri tre coimputati furono condannati, i restanti sei, tra cui von Castelberg a Zurigo, furono assolti per mancanza di prove. Alla lettura della sentenza Calvi era assente. Aveva compiuto un tentativo di suicidio nella prigione di Lodi ed era in ospedale, gravemente ferito. Nonostante la condanna e il tentativo di suicidio, Calvi continuò a rimanere a capo del Banco Ambrosiano. Poichè la struttura della proprietà era impenetrabile, la stampa si chiese allora chi fosse mai a voler mantenere ad ogni costo Calvi al suo posto. L'interrogativo ha da quegli anni trovato risposta. Il gruppo dell'Ambrosiano era controllato da Gelli, Ortolani e Calvi mediante un complesso sistema di società di comodo inserite le une nelle altre come matrioske, con la banca vaticana IOR come azionista di minoranza. Il permanere di Calvi al vertice dell' Ambrosiano era in certo qual modo uno schiaffo di Gelli alla giustizia italiana. Lo spettacolare caso giudiziario non andò tuttavia in scena senza conseguenze personali. Von Castelberg diede le dimissioni da consigliere d'amministrazione del Banco Ambrosiano e de La Centrale Finanziaria, ma mantenne i suoi mandati al Banco Ambrosiano Holding SA, al Banco del Gottardo e alla filiale zurighese della Banca del Gottardo Ultrafin AG.(18)

LA FINE DI CALVI

Nei pochi mesi prima di morire Calvi cercò disperatamente di trovare nuovi finanziatori per la sua banca in difficoltà. Cosa estremamente difficile da quando Gelli e Ortolani erano scomparsi e il presidente dello IOR Marcinkus si era ritirato. Dopo gli inutili tentativi di Calvi di procurarsi denaro attraverso lo speculatore sardo Flavio Carboni (19) e Cosa nostra siciliana, la polizia inglese rinvenne infine il suo cadavere il 18 giugno 1982 sotto il ponte dei Frati neri a Londra. La sua segretaria privata Graziella Corrocher, già un giorno prima, si era gettata dalla finestra a Milano. Poche settimane dopo il Banco Ambrosiano fallì con una montagna di debiti di più di due miliardi di franchi. La controversia sulle esatte circostanze della morte di Roberto Calvi da allora non si è spenta. L'autore Charles Row e la giustizia inglese ritengono che si sia trattato di suicidio. Calvi si sarebbe suicidato per disperazione in seguito alla rovinosa revoca del credito da parte della banca vaticana e l'oltraggioso tradimento dell'arcivescovo Marcinkus. (20) Un'altra tesi, sostenuta dalla vedova di Calvi, Clara, fondata su ricerche dell'ufficio di investigazioni private Kroll, parla di assassinio. La tesi del suicidio è stata decisamente rigettata da Kroll dopo uno studio, condotto con acribia, degli atti giudiziari inglesi e una ricostruzione minuziosa del caso di morte. Di delitto ha parlato anche il chiacchierato banchiere svizzero Juerg Heer. L'ex direttore della Rothschild Bank di Zurigo dichiarò al “Wall Street Journal” di avere consegnato ai killer mafiosi di Roberto Calvi, per ordine della P2, una valigia piena di contanti.(21) Il contatto tra Heer, Calvi e Gelli esisteva già dalla fine degli anni '70. Gelli usava regolarmente per le sue operazioni internazionali la banca Rothschild di Zurigo. Così Rothschild comprò ad esempio, alla fine degli anni '70 per ordine di Gelli, un notevole pacchetto di azioni della casa editrice milanese Rizzoli. Con ciò il presidente della P2 si trovò a controllare il più importante quotidiano italiano, cosa che era stata uno dei principali obiettivi. (22) Una settimana più tardi l'allora ancora sconosciuto imprenditore edile Silvio Berlusconi, membro in segreto della P2, ottenne che gli fosse dedicata settimanalmente sul "Corriere della Sera" una colonna.(23)

LA BANCA DEL GOTTARDO DI LUGANO SOPRAVVIVE

In quanto filiale svizzera del Banco Ambrosiano anche la Banca del Gottardo finì naturalmente nel vortice dello scandalo milanese. Ma i liquidatori lasciarono che la banca continuasse provvisoriamente un'attività ridotta e la vendettero due anni dopo alla banca giapponese Sumitomo. I topmanager di Calvi Fernando Garzoni e Francesco Bolgiani poterono mantenere i loro posti. L'istituto ebbe un nuovo presidente nella persona dell'ex consigliere governativo Claudio Generali, vicepresidente restò Carlo von Castelberg.(24) A differenza del presidente Calvi, i quadri dirigenziali della Banca Gottardo hanno superato bene lo scandalo dell'Ambrosiano. All'inizio del 1994 von Castelberg era ancora vice della Gottardo e presidente dell'Ultrafin, Bolgiani era direttore dell'Ultrafin mentre Garzoni era diventato presidente onorario della Banca del Gottardo. Nel suo studio già citato più volte, Charles Row dimostra il ruolo centrale della Banca del Gottardo nella gestione della United Trading a Panama, cuore della banca segreta illegale all'interno del Banco Ambrosiano, creata da Calvi e Marcinkus dopo il crollo di Sindona nel 1974.(25) Nel consiglio di amministrazione della United Trading Corporation SA di Panama (UTC) c'erano Fernando Garzoni, Francesco Bolgiani e Otto Husi.(26) "Fernando Garzoni", scrive Raw, "era presidente della Banca del Gottardo dal 1979 e sapeva con ogni probabilità più di ogni altro degli affari di Calvi."(27) Garzoni da parte sua non ha rimorsi e non permette che gli si rimproveri nulla. "Se la Svizzera esige con una nuova legge un attestato che il denaro accettato nel territorio nazionale o all'estero sia tassato, dobbiamo abolire tra i 30.000 e i 40.000 posti di lavoro", sostenne nel settembre 1993 con un giornalista.(28) Garzoni contestò l'influsso negativo della fuga di capitale all'estero sull' economia italiana. Il flusso di capitale internazionale era – affermò - un dato di fatto, su cui si fondava il benessere della Svizzera e di cui vivevano le banche. Un collega di Garzoni, membro della direzione della Gottardo, era Walter Canepa. Il 10 gennaio 1994 Canepa fece un attentato a Generali, presidente della banca. Irruppe nel suo ufficio, gli sparò, ferendolo gravemente. Poi tornò nel suo ufficio e abbattè il suo cliente privato Luciano Richina, colpendolo con l'impugnatura della pistola. Quindi salì sul davanzale della finestra di Mario Botta e gridò che voleva buttarsi giù, cosa che tuttavia non fece. L'inchiesta del procuratore Pietro Simona diede come risultato che Canepa, per coprire le sue speculazioni sbagliate, aveva oltrepassato le sue mansioni di vicedirettore. Inoltre, lo angustiavano anche grandi problemi finanziari personali. Sulla stampa ticinese si mise in genere, alla base dell’accaduto, il fatto che Canepa, oppresso da problemi finanziari, fosse stato piantato in asso da Generali. All' inizio del 1995 il procedimento istruttorio era ancora in corso. Il nome di Walter Canepa non appare nel grosso libro di più di 500 pagine di Raw. Stranamente l’autore non nomina neppure Carlo von Castelberg. Stranamente- perchè Castelberg era uno dei più importanti collaboratori di Calvi in Svizzera. Significativo è a questo proposito che Raw negli anni '80 lavorasse per il liquidatore della Holding Ambrosiano SA in Lussemburgo, precisamente per Brian Smoutha dell' ufficio fiduciario Touche Ross. Smouha fu scelto come liquidatore dal tribunale del Lussemburgo, sebbene - o perchè- la Fiduciare Gènèrale affiliata alla Touche-Ross, aveva sempre controllato senza problemi la gestione annuale dell'Ambrosiano Holding del Lussemburgo e perciò poteva essere considerata corresponsabile di tutto il disastro. Negli ambienti dei piccoli azionisti italiani danneggiati dell'Ambrosiano non si sono mai placate le accuse che nella bancarotta dei denari fossero scomparsi in Lussemburgo in modo non chiaro. (29)

MANDATI D' ARRESTO NEI CONFRONTI DEI BANCHIERI DEL VATICANO

Cinque anni dopo la bancarotta, il Banco Ambrosiano ebbe di nuovo titoli a caratteri cubitali sui giornali. Nel febbraio 1987 il procuratore Pierluigi Dell'Osso emise un mandato d'arresto nei confronti di tre funzionari della Banca Vaticana IOR: precisamente il presidente dello IOR arcivescovo Paul Marcinkus e i due manager dello IOR Pellegrino De Strobel e Luigi Mennini. Poichè i tre risiedevano in Vaticano, non poterono essere arrestati. Lo IOR e Marcinkus avevano sempre respinto ogni responsabilità e tuttavia nel 1984 avevano pagato volontariamente 242 milioni di dollari ai creditori danneggiati del Banco Ambrosiano. Un passo, raccomamndato allo IOR da una commissione papale di saggi, di cui era membro anche l'allora presidente onorario della SBG Philippe de Weck. Il denaro necessario per il risarcimento dei danni lo IOR se lo procurò con la vendita della sua filiale svizzera Banco di Roma per la Svizzera a Lugano (oggi Banco di Lugano) alla SBG. (30) Come conseguenza della cattiva amministrazione dell'arcivescovo Marcinkus il deficit annuo del Vaticano fino a metà degli anni '80 salì a più di 50 milioni di franchi. Solo nel 1993 il cardinale Edmund Casimir Szoka potè presentare un bilancio in pareggio. Szoka che in qualità di arcivescovo di Detroit aveva chiuso chiese poco frequentate, per risparmiare, è dal 1990 ministro delle finanze del Vaticano. Lo IOR non è tuttavia diretto da Szoka, ma da una particolare commissione papale. ("Die Zeit", 17.11.95)

CARLO VON CASTELBERG NON FA LE VACANZE IN ITALIA

Ai primi di maggio 1987 il procuratore Dell'Osso emise infine a Milano altri venticinque mandati di arresto contro persone che, a suo parere, si erano rese colpevoli di complicità in bancarotta fraudolenta, falso in bilancio, appropriazione indebita e di altri reati economici. Tra questi c'erano il finanziere italiano Orazio Bagnasco di Lugano e il vice della Banca del Gottardo Carlo von Castelberg a Zurigo. La "Neue Zuercher Zeitung" annunciò questi arresti il 6 maggio e fece il nome di Orazio Bagnasco, ma si guardò bene dal parlare ai suoi lettori di Carlo von Castelberg. La polizia svizzera non procedette all'arresto come era avvenuto nel 1981 col primo mandato di cattura contro von Castelberg. Egli si dichiarò tuttavia pronto a rispondere, nell'ambito dell'assistenza giuridica, alle domande della procura milanese di fronte ad un giudice istruttore svizzero. (31) Gli atti giudiziari che il procuratore Dell'Osso ha messo insieme a Milano, riempiono 30 volumi di più di 100.000 pagine, solo l'atto d'accusa contro i 44 imputati nel processo principale dell'Ambrosiano del 1988 conta 1.652 pagine. Il processo gigantesco finì infine il 16 aprile 1992 con verdetti di colpevolezza per concorso in fallimento fraudolento contro 33 imputati e sfociò in lunghi e complicati procedimenti d'appello . (32) Umberto Ortolani, vicepresidente della P2, si prese 19 anni di prigione, il gran maestro Licio Gelli 18 anni e 6 mesi, Flavio Carboni, complice nella fuga di Calvi, 15 anni, la guardia del corpo di Calvi Francesco Pazienza 14 anni e sei mesi, Carlo von Castelberg otto anni e otto mesi, Carlo de Benedetti sei anni e quattro mesi e Orazio Bagnasco sette anni e sei mesi. La motivazione scritta del verdetto occupa 4.409 pagine e fu pubblicata il 10 ottobre 1994, due anni e mezzo dopo la sentenza. (33) Von Castelberg definì incomprensibile e non eseguibile la sentenza all'agenzia stampa AP Svizzera. Egli avrebbe contato su un'assoluzione e intendeva impugnare la sentenza. Nel giugno 1996 la Corte d'appello di Milano ha confermato in seconda istanza i verdetti del caso Ambrosiano, ma ha mitigato il grado della pena. La condanna al carcere di Castelberg è stata ridotta a quattro anni e tre mesi, l'ordine di cattura è stato ritirato. Egli può rivolgersi ancora alla corte di cassazione a Roma come ultima istanza. (34)

IL CASO DUFT

Nei diversi procedimenti secondari della bancarotta dell'Ambrosiano, che vengono trattati separatamente in tribunale, troviamo anche due importanti imputati svizzeri: gli avvocati Peter Duft di Zurigo e Charles Poncet di Ginevra. Duft era accusato di ricatto nei confronti del presidente dell'Ambrosiano Roberto Calvi. Nel luglio 1994 il tribunale distrettuale di Milano condannò Duft in prima istanza a sette anni di prigione, una piccola pena pecuniaria, il pagamento dei costi del procedimento e il pagamento di circa 500.000 franchi a garanzia di eventuali richieste di diritto civile dei liquidatori dell'Ambrosiano. A causa di questa condanna, Duft, nell'autunno 1994, dovette dare le dimissioni da presidente dell'associazione zurighese dei proprietari di casa, ma potè restare nel consiglio direttivo. Alla fine degli anni '80 Duft faceva parte del consiglio di amministrazione del Neumarkt-Theater e fu fino al 1987 nel consiglio cantonale per la Christlichdemokratische Volkspartei (CVP). Testimone principale dell'accusa milanese contro Duft è Francesco Pazienza. Lui stesso non è certo un novellino inesperto, tanto che nel procedimento principale dell'Ambrosiano fu condannato a 14 anni. Pazienza era per Roberto Calvi l'uomo a cui venivano assegnati i compiti ingrati o moralmente discutibili. Il presidente dell'Ambrosiano l'aveva arruolato poco prima di morire, sottraendolo al servizio segreto militare italiano SISMI. Pazienza era membro della P2 e nei servizi segreti era considerato uno specialista del Vaticano. Spiando il Vaticano, era entrato in contatto con Giorgio Di Nunzio, informatore del SISMI e giornalista della rivista romana della destra cattolica "Il Borghese". Di Nunzio possedeva un rapporto segreto del cardinale Egidio Vagnozzi sugli affari sospetti della Banca Vaticana IOR con il banchiere della mafia Michele Sindona. Gli avversari del presidente dello IOR Marcinkus l'avevano steso nel 1976 all'epoca dell'elezione di Giovanni Paolo I. Di Nunzio era un cliente di Peter Duft e si dice che allora abbia portato al sicuro il rapporto di Vagnozzi nella cassaforte dell'avvocato zurighese. (35) Nelle sue ricerche, Di Nunzio si era imbattuto anche in affari illegali di Roberto Calvi. Calvi aveva finanziato allo speculatore edilizio romano e piduista Mario Genghini, allo scopo di esportazione illegale di capitale, progetti milionari all'estero. Dopo aver scoperto questo, Di Nunzio pretese da Calvi quattro milioni di dollari, altrimenti avrebbe informato la polizia. Calvi incaricò Pazienza di trattare una riduzione della cifra del ricatto. E in effetti riuscì a Pazienza di abbassare la somma a 1,2 milioni di dollari. Una parte avrebbe dovuto essere pagata in Italia, il resto in Svizzera. Della consegna della tranche svizzera avrebbe dovuto occuparsi Peter Duft. Per attuare il piano in Svizzera Pazienza si servì del suo vecchio conoscente Alain Aboudaram (36) di Losanna, che si dichiarò d'accordo nel mettere a disposizione i propri conti bancari come stazione di transito, in cambio di una provvigione del 2 %. Il 16 marzo 1981 la United Trading, controllata da Calvi, pagò mediante la società di comodo ZUS a Panama 1,5 milioni di dollari su un conto della società Finanzco di Aboudaram presso la filiale svizzera della Banque Nationale de Paris a Basilea. Alcuni giorni più tardi, la Finanzco versò 333.000 dollari su un conto della SBG di Ginevra con l'annotazione "Duft". Il 7 aprile 1981 la United Trading accreditò 800.000 dollari su un conto della società di Aboudaram Real Fin presso la filiale di Losanna della Banque Bruxelles Lambert. Il 5 maggio 1981 due milioni di dollari passarono ancora sullo stesso conto presso la stessa banca. Il 27 maggio infine 600.000 di questi 2,8 milioni di dollari finirono su un conto di Duft presso la Banca del Commercio di Zurigo. Aboudaram ha confermato di fronte alla giustizia italiana il pagamento, confessato da Pazienza, di un totale di 933.000 dollari sui conti di Duft. Calvi non potè più essere interrogato, e anche Di Nunzio morì nell'estate 1981 di infarto cardiaco. Duft stesso non contesta che allora su uno dei suoi conti dei clienti siano affluiti denari di Di Nunzio, definisce però una bugia bella e buona (37) l'accusa mossa contro di lui da Dell'Osso, che egli sia stato implicato in un ricatto contro Calvi, e questo in contrasto con il verdetto di prima istanza del tribunale penale di Milano.

IL CASO PONCET

Il 6 dicembre 1993 la Procura di Milano mise in stato di accusa l'avvocato di Ginevra e consigliere nazionale liberale Charles Poncet. (38) Nell' estate 1996 il procedimento giudiziario era ancora in sospeso. Ebbe la sfortuna che l'amministratore fiduciario Chistopher Delaney nel febbraio 1992 fosse stato arrestato a Jersey, l' isola del Canale, per infrazioni in un contesto diverso. Contro Delaney c'era un ordine di cattura internazionale, emesso dal procuratore di stato Dell'Osso, in rapporto al processo contro Marco Ceruti, uno dei 41 imputati principali del processo dell'Ambrosiano. Allorchè Delaney fu arrestato a Jersey, Dell'Osso rimandò l'udienza contro Marco Ceruti per interrogare Delaney.(39) Ceruti era uno stretto collaboratore del capo della P2 Licio Gelli e viene accusato di aver alleggerito il Banco Ambrosiano di 11,6 milioni di dollari. Questo denaro prese una via tortuosa attraverso società di comodo nel Liechtenstein (Nordeurop Anstalt) e a Panama (ZUS Corporation). Finì infine sui conti numerati "Tortuga" e "Bukada", che Ceruti aveva alla SBG (Lugano). Ceruti è di professione antiquario a Firenze e sosteneva che gli 11,6 milioni fossero il prezzo d'acquisto di gioielli, appartenenti al patrimonio dello scià di Persia, comprati da Licio Gelli. Mediatrice sarebbe stata la società Merlin sull'isola britannica di Jersey. Dell'Osso accettò questa versione, sebbene il presidente della Merlin Christopher Delaney avesse disdegnato il mandato di comparizione della Procura di Milano. Dopo il suo arresto per altri reati la musica cambiò. Delaney disse che i documenti che i difensori di Ceruti avevano presentato, per provare un acquisto di gioielli, erano stati falsificati per preservare Ceruti da una condanna. Accusò il consigliere nazionale di Ginevra Poncet di complicità nella elaborazione di queste falsificazioni. L'azione sarebbe stata concordata nel corso di una riunione a Marbella in Spagna, dove Poncet avrebbe fornito le formulazioni delle falsificazioni. Poncet ha confermato la partecipazione alla riunione di Marbella. Avrebbe ritirato più tardi i documenti all'isola di Jersey e li avrebbe custoditi per un certo tempo nel suo ufficio a Ginevra. Alla falsificazione non avrebbe tuttavia partecipato. "Mi sento completamente innocente e non ho niente da rimproverarmi", affermò Poncet. Avrebbe "veramente pensato che i documenti fossero autentici".(40) La faccenda acquistò pregnante attualità per il comportamento di Poncet come politico al consiglio nazionale. Il 17 dicembre 1993, Poncet presentò una proposta nel corso del dibattito per la revisione della legge bancaria. Poncet richiese che l'autorità di controllo straniera potesse passare alle autorità giudiziarie del proprio paese le informazioni ricevute dalla commissione bancaria, solo quando questa avesse prima avuto dalla Svizzera assistenza giuridica in cause penali. Se la commissione delle banche dovesse attendere la conclusione di un procedimento di assistenza giuridica, che dura di regola parecchi anni, la rogatoria internazionale tra le autorità di controllo delle banche sarebbe praticamente eliminata, perchè le informazioni sarebbero sempre superate e con ciò prive di valore. Perciò la Svizzera avrebbe rotto gli accordi internazionali che prevedono l'assistenza giuridica tra i diversi organi di controllo bancari, per verificare la qualità della concessione di credito, la serietà del management e l'amministrazione accurata. Non è una pagina gloriosa per il consiglio nazionale aver accettato la proposta di Poncet con 73 voti contro 62 - prima di tutti i sostenitori Christoph Blocher e il lobbista finanziario di Zug Georg Stucky. Solo in seconda lettura, dopo una violenta critica della sinistra consigliare e dei media, il consiglio nazionale respinse infine la richiesta di Poncet.


NOTE:

1) Sulla storia della bancarotta dell'Ambrosiano esistono alcune monografie dettagliate, ad esempio: Raw, Charles: ‘The Money Changers’. Londra 1992, o Calabrò, Maria Antonietta: ‘Le Mani della Mafia’. Roma 1991. Raw era redattore dell'inglese "Sunday Times" e lavorò più tardi come consulente del liquidatore dell'Ambrosiano, la società fiduciaria britannica Touche Ross. La Calabrò aveva seguito il caso dell'Ambrosiano come redattrice del "Corriere della Sera" di Milano. Le due esposizioni del caso si completano a vicenda nella misura in cui la Calabrò descrive soprattutto i legami del Banco Ambrosiano con la mafia, mentre Raw pone l'accento sui legami di Calvi con la P2 e con la Banca vaticana IOR.

2) I piccoli capitalisti che facevano amministrare i loro fondi non tassati da una banca statale (Banca Commerciale Italiana, Credito italiano, Banco di Napoli o Banca Nazionale del Lavoro), rischiavano molto di più di essere scoperti di quanto non accadesse con il Banco Ambrosiano privato. Il sistema bancario italiano è stato fino alla (timida) ondata di privatizzazioni del 1994/95 per l'80% statale. Una situazione del genere era un'eredità del corporativismo fascista tipico della dittatura di Mussolini. Questo sistema delle due correnti (legale e illegale) dell'afflusso di denaro si rispecchiava anche nell'organigramma: dietro la rete ufficiale di filiali nazionali e estere c'era una complessa struttura sommersa situata nella zona grigia tra legalità e illegalità. Ma procediamo per ordine.

3) Raw, Charles: 'The Money Changers'. London 1992, p.63

4) Ivi, p. 72 e p.113

5) L'Istituto Opere di Religione fu fondato nel 1942 da papa Pio XII e occupa nell'unica sede legale in Vaticano circa 40 persone, ha più di una dozzina di sportelli e tre bancomat. Oltre al piccolo business a favore degli ecclesiatici e dei laici che abitano lo stato vaticano, lo IOR amministra una gran parte del patrimonio papale. Ha rapporti con le grandi banche internazionali e conformemente ai patti lateranensi, si sottrae all'intervento delle leggi e delle autorità italiane; lo IOR è una banca offshore nel centro di Roma. Il primo presidente dello IOR, Bernardino Nogara, estese la sua sfera di attività dopo la seconda guerra mondiale anche in Svizzera, dove negli anni '50 faceva parte del consiglio di amministrazione della Banca della Svizzera Italiana. Più tardi Nogara fondò il Banco di Roma per la Svizzera a Lugano. La seconda fonte di guadagno del Santo Padre è accanto allo IOR, l'Amministrazione Patrimonio santa Sede (APSA). Sebbene l'APSA sia attiva anche all'estero, il suo compito principale è quello di rappresentare all'interno una specie di Banca centrale del Vaticano.

6) Originariamente lo IOR era responsabile solo nei confronti del papa. Dopo che la bancarotta dell'Ambrosiano e la cattiva gestione di Marcinkus, destituito nel 1989, avevano fatto sprofondare lo IOR in una crisi profonda, Papa Giovanni Paolo II riorganizzò la sua banca privata e stabilì un regolamento che per la prima volta ne fissava per iscritto il ruolo. Sulla base di questo lo IOR deve mettere a disposizione del Vaticano le finanze necessarie alle sue opere religiose di portata mondiale. Supremo comitato dello IOR è un consiglio, composto da dieci persone, cinque cardinali e cinque laici. Nel 1993 questi erano i cinque cardinali Angelo Sodano (segretario di stato del Vaticano), John O' Connor (arcivescovo di New York), Angelo Rossi (decano del collegio dei cardinali), Bernhardin Gantin (prefetto della congregazione), e Eduardo Martinez Somalo, vicino all'Opus Dei. I cinque laici erano il presidente dello IOR Angelo Caloia, Theodor Pietzcher (direttore della Deutsche Bank a Essen e consulente della conferenza tedesca dei vescovi), Thomas Macioce (consulente economico del cardinale O'Connor), Philippe de Weck (Grand Old Man della società bancaria svizzera) e José Angel Sanchez Asiain (copresidente del Banco de Bilbao-Vizcaya). Da cerniera tra gli ecclesiastici e i laici fungeva monsignor Donato de Bonis, già segretario dell'arcivescovo Marcinkus. Evidentemente la riorganizzazione dello IOR nel 1989 non è servita a molto: nell'estate 1993 emerse che la Banca vaticana nel 1991/92 era servita a inoltrare tangenti nel caso Enimont (vedi p.217 segg.).

7) Cfr. Calabrò, Maria Antonietta: ‘Le Mani della Mafia’. Milano 1991.

8) Anche la banca svizzera di Sindona, la Amincor Bank di Zurigo con filiale a Chiasso, fu chiusa. La Amincor si chiamava in origine American International Corp. (Zurigo) ed era diretta da Raul Biasi e Riccardo Alvino. Il giovane impiegato della Amincor Niculin à Porta perse il lavoro. Più tardi riapparve come direttore della Banca Albis di Zurigo, chiamata più tardi Banca Adamas. La banca Albis/Adamas era una filiale della Fimo SA di Chiasso. (vedi p.23).

9) Della P2 si parla ancora nel capitolo successivo.

10) Fino al 9 giugno 1993, Ruggero Firrao gestì questa società finanziaria insieme con Alfredo Neuroni, poi fu aperta la liquidazione. Alfredo Neuroni scomparve durante le vacanze di Natale del 1993 e non ricomparve più. Un anno dopo fu dichiarato morto.

11) "La Repubblica", 28.5.93

12) L'ente per la garanzia contro i rischi dell'esportazione (SACE) era stato fondato nel 1977 sotto l'egida del ministro per il commercio estero e uomo della P2 Gaetano Stammati. Direttore divenne il suo fratello di loggia Ruggero Firrao. Il suo scopo era la tutela contro i rischi degli esportatori italiani sui mercati non sicuri. Le inchieste del procuratore milanese Pierluigi Dell'Osso rivelarono un esteso braccio illegale della SACE. In cambio di tangenti, la SACE tollerava sistematicamente il trasferimento illegale di capitale all'estero. Nel marzo 1993 Dell'Osso arrestò l'allora direttore Roberto Ruberti e il suo braccio destro Roberto Bonfigli ("L'Unità", 13.3.93)

13) "Neue Zürcher Zeitung", 22.7.81

14) "Basler Zeitung", 9.7.81

15) ivi

16) "Corriere della Sera", 17.6.81

17) "Neue Zuercher Zeitung", 8.7.81

18) "Neue Zuercher Zeitung", 30.7.81

19) Roger Schawinski, direttore di Radio 24 di Zurigo, deve secondo "Bilanz", 5. 83, a Flavio Carboni se nel maggio 1982 potè di nuovo trasmettere da Pizzo Groppera, dopo che tutti avevano creduto che la chiusura del gennaio 1982 fosse definitiva. Schawinski aveva conosciuto nell'ufficio zurighese di Felix Matthis l'uomo d'affari ginevrino e amico di Carboni Hans Albert Kunz, che gli aveva procurato il contatto con Carboni. Secondo Kunz, Carboni diede a Schawinski alcuni indirizzi, Schawinski andò a Roma e poco dopo Radio 24 fu di nuovo in grado di trasmettere. Schawinski confermò questo, con la precisazione tuttavia che l'indicazione di Kunz era stata solo uno dei diversi canali sui quali egli era intervenuto a Roma. (Frischknecht, Jürg, ecc: 'Die unheimlichen Patrioten. Politische Reaktion in der Schweiz.' (‘I patrioti perturbanti. La reazione politica in Svizzera’) Zurigo 1987, p.557)

20) "Corriere della Sera", 3.1.93

21) " Wall Street Journal Europe", 11/12.12.92

22) Ferrara, Giuseppe: 'I misteri d'Italia: La vera storia della P2. 'Volume 3. Film documentario in video. Roma, 1987

23) Ruggeri, Giovanni, e Guarino, Mario: 'Berlusconi. Inchiesta sul signor TV. 2. edizione. Milano 1994, p.74

24) Con l'ex consigliere governativo Claudio Generali la piazza finanziaria di Lugano cercò di darsi nuovo lustro. La nuova costruzione della sede principale da parte di Mario Botta, anche premiata, appartiene allo stesso capitolo.

25) Raw, Charles: 'The Money Changers'. London 1992, p.127 segg.

26) ivi, p. 127

27) Ivi, p.257

28) "Das Magazin", Zürich, 12.9.93

29) Lo stesso Brian Smouha della società fiduciaria è anche liquidatore della banca dello scandalo BCCI, chiusa nel 1991. Anche quando la BCCI andò in bancarotta, ci fu chi accusò che all'ultimo istante, prima della chiusura della BCCI, in Lussemburgo grosse somme fossero passate a Ginevra, alla filiale BCP della BCCI.

30)

31) "Tages-Anzeiger", 7.5.87

32) "Corriere della Sera", 17.4.92

33) "La Repubblica", 11.10.94

34) "Neue Zuercher Zeitung", 11.6.96

35) Raw, Charles: 'The Money Changers'. Londra 1992, p.323 segg.

36) Mandati del consiglio di amministrazione di Alain Aboudaram: Amal Finance Corporation (Genève); Conseil Aboudram Alain SA (Lausanne); Amal currency investments SA (Lausanne). (Fonte: Orell Fuessli/Teledata: Il CD-ROM. Version 1996/1, scadenza: 1.8.95 )

37) Comunicazione dell'Agenzia stampa AP-Schweiz del 15 maggio 1993

38) E' il fratello dell'avvocato di Gelli Dominique Poncet.

39) "L'Unità", 25.1.93

40) "Sonntagszeitung", 2.1.94

INTERROGATIVI SU CARLA DEL PONTE

Da: SVIZZERA Connection

11 - INTERROGATIVI SU CARLA DEL PONTE

All'inizio del dicembre 1993, poco dopo che aveva interrotto le indagini nel caso Fimo (vedi p.49 segg.), ci fu per Carla del Ponte il grande balzo in avanti nella carriera: fu promossa procuratrice federale. La ticinese con la fama di impavida cacciatrice di mafiosi salvò allora il ministro della giustizia Arnold Koller da una situazione estremamente sgradevole. Koller cercava urgentemente, dopo molte risposte negative, candidati validi per l’ingrato compito di riorganizzatore della procura federale fortemente danneggiata dalla crisi di dirigenza e del sistema degli schedari .(?) Da quando Rudolf Gerber nel marzo 1989 era stato licenziato, l'ufficio guidato dal tappabuchi Willy Padrutt, andava avanti senza un piano preciso. Gerber era stato destituito a suo tempo, dopo aver fatto oggetto di pesanti intimidazioni e di angherie Jacques- Andrè Kaeslin, l'investigatore della polizia federale, addetto al narcotraffico. Kaeslin si era lamentato presso l'ex presidente del tribunale federale Arthur Haeflinger, che a seguito dello scandalo Kopp conduceva un'inchiesta amministrativa interna.(1) Secondo Kaeslin Gerber considerava la lotta al narcotraffico internazionale non un compito centrale ma un noioso fattore di disturbo. Egli bloccava quindi di volta in volta i rapporti sul riciclaggio di denaro di Kaeslin. E ciò avvenne anche con quella relazione in cui compariva per la prima volta la società per il commercio di valute Shakarchi Trading AG a Zurigo, nel cui consiglio di amministrazione era presente il marito della consigliera federale Hans W. Kopp. Kaeslin perse le staffe, e passò sottomano il suo rapporto all' Ufficio federale per la giustizia. Si giunse così, in seguito a quella "brevissima telefonata" in codice della consigliera federale al marito Hans, che produsse il ritiro inglorioso di Elisabeth Kopp. Quando nel 1989 il consigliere federale Arnold Koller successe alla signora Kopp, ministro della giustizia decaduto, la riorganizzazione e il nuovo orientamento strategico della procura federale, ormai senza guida, divennero un compito importante del dipartimento di giustizia e di polizia. Sia la situazione disastrosa degli schedari che la fine della guerra fredda rendevano necessario un nuovo leitmotiv ideologico per la difesa dello stato. La procura dello stato era scossa da una crisi di adattamento. Tale crisi era rafforzata dall'insicurezza serpeggiante tra i funzionari al numero 10 della Taubenstrasse di Berna. In primo luogo il parlamento si occupò di settori per la protezione dello stato non controllati da decenni, dove burocrati incompetenti avevano tirato a campare. In questa situazione due compiti principali attendevano il nuovo procuratore di stato: riposizionare il suo tribunale nell'ambito della lotta al crimine organizzato e alla corruzione e d'altra parte elaborare e presentare progetti per la riorganizzazione interna.


SCELTA IDEALE O FLOP?

Il primo aprile 1994 Carla del Ponte assunse il suo alto incarico a Berna, e due anni dopo si presentò il problema se il consiglio federale avesse fatto una scelta ideale o dovesse assumersi la responsabilità di un flop. Il riposizionamento della procura federale sul terreno della lotta alla mafia e alla corruzione è riuscito alla del Ponte, per lo meno a guardar da fuori. Non sono più gli schedari che contrassegnano l'immagine della procura federale presso l'opinione pubblica, bensì la battaglia della del Ponte contro la corruzione all'Unione casearia, al dipartimento militare o all'ufficio federale per la statistica. Per quanto riguarda la riorganizzazione dei compiti del suo ufficio la procuratrice federale ha invece da esibire poco di concreto. Anzichè presentare progetti consistenti, fino alla primavera 1996 la del Ponte chiese solo più poteri.(2) Voleva avocare a sè procedimenti giudiziari importanti per tutta la Svizzera e sul piano internazionale e auspicava una legge sui testimoni principali e un programma di protezione dei testimoni, come esisteva già negli USA o in Italia. (3) Lealmente bisogna ricordare che l'inadeguarezza programmatica nel dipartimento di giustizia non rappresenta l'eccezione ma la regola. La procuratrice federale si trova in ciò in ottima compagnia con il presidente della polizia federale Urs von Däniken e il presidente dell'ufficio federale di polizia, Josef Anton Widmer.(4) Alcuni funzionari non ressero al caos della procura federale. Il sostituto della Del Ponte Markus Peter e il segretario di direzione Roland Sitter diedero le dimissioni nell' autunno 1995, mentre un terzo collaboratore, precisamente l'addetto al servizio stampa Peter Lehmann fece sapere contemporaneamente che egli voleva, all'occasione, cambiare lavoro. Significativo dei problemi del terzetto, responsabile della sicurezza interna, al vertice del dipartimento di giustizia fu la strutturazione dissennata dell'Ufficio centrale, di nuova costituzione, contro il crimine organizzato (5) L'Ufficio centrale, suddiviso inizialmente nei settori narcotraffico, denaro falso e tratta degli schiavi, dava l'impressione che il fenomeno "criminalità organizzata" fosse interpretato nel dipartimento Koller in chiave puramente criminale.(6) La strutturazione dell'Ufficio sulla base di crimini punibili presuppone una chiara linea di confine tra legalità e illegalità, che nel cosiddetto crimine organizzato assolutamente non esiste. Al contrario questo confine si confondeva decisamente nell'economia di mercato globale degli anni '90. La comparsa massiccia di operatori provenienti da paesi dell' ex blocco orientale aumentava l'incertezza del diritto nell' economia mondiale. Appena un anno dopo la fondazione l'Ufficio centrale fu già ristrutturato. Si costituirono due nuove sezioni: "operazioni" e " notizie". La sezione operativa si suddivise a sua volta in base ai reati punibili in ambiti come narcotraffico e crimine organizzato, mentre la sezione informativa doveva raccogliere e analizzare le informazioni. Con ciò si produce una mescolanza, biasimevole in uno stato di diritto, di servizi segreti e polizia. (7) Professori di diritto penale come Mark Pieth di Basilea e Niklas Oberholzer di San Gallo hanno insistentemente fatto notare che ci sono fondamentali diritti civili democratici da proteggere- anche nell'ambito della procura federale e dell'Ufficio federale di Polizia. Certi ambienti aspiravano alla fusione della protezione preventiva dello stato (che può attivarsi senza sospetto concreto nei confronti di cittadine e cittadini) con la lotta al crimine organizzato. Un simile amalgama di servizi segreti e polizia avrebbe offerto alla procura federale competenze desiderate per impiegare anche nel campo del crimine organizzato l'intero arsenale di misure preventive ( intercettazioni telefoniche, cimici, sorveglianza ecc.) (8). Con ciò si sarebbe lasciato campo libero all'arbitrio della polizia: ogni banca, anzi ogni singolo titolare di conto avrebbe potuto essere preventivamente intercettato, spiato con la cimice e schedati con microfiches, perchè ogni banca e ogni conto in linea di principio possono essere usati per il riciclaggio di denaro.


L' ATTIVISMO DELLA PROCURATRICE FEDERALE

Mentre i colleghi e le colleghe di Milano fanno un lavoro d'indagine, condotto in maniera sistematica, la del Ponte preferisce la tattica dello spontaneismo. Una volta spentosi il fuoco di paglia, il caso viene archiviato e a tempo debito smaltito silenziosamente come i rifiuti. Qualcosa del genere è successo anche con l'affare dei presunti complici del terrorista "Carlos" nell'inverno 1994 a Berna: un rimasuglio degli anni '70 che la procuratrice federale fresca fresca ha sapientemente stilizzato a faccenda da donne ai vertici del potere. I quattro imputati dovettero rimanere in carcere quasi tre mesi. Dopo il rilascio ci fu silenzio stampa (fino alla primavera 1996) e la del Ponte non presentò prove di alcun tipo. Alla stampa non fu in grado di fornire giustificazioni plausibili del suo rabbioso modo di procedere nei confronti dei quattro. Stando all'interrogatorio, essi dovettero rimanere in prigione così a lungo perchè la del Ponte aveva aspettato inutilmente documenti accusatori dall'estero. Discontinue appaiono le inchieste della del Ponte anche nel caso Giovanni Cannizzo. Dopo che all'inizio del 1993 ella aveva aperto ancora a Lugano un procedimento contro il presunto riciclatore di denaro mafioso Cannizzo e dopo alcuni mesi l'aveva interrotto, questo fu arrestato nel febbraio 1995 a Catania. Secondo notizie di stampa italiane si trattava in questo caso di un intreccio di truffa e riciclaggio di denaro a favore del clan mafioso Santapaola.(9) Una relazione di Otello Carli, esperto della Banca d'Italia, che ha analizzato gli atti della procura della repubblica di Catania ,sospetta la filiale della SBG di complicità nel riciclaggio di denaro. Nella perizia Carli del 13 maggio 1995 si poteva leggere: "La banca ha messo a disposizione del gruppo Cannizzo alcuni dei propri collaboratori (tra questi Davide Regazzoni della Filiale di Lugano) per la supervisione e la consulenza tecnica del riciclaggio di somme di provenienza illegale" (10) L'Ufficio stampa della SBG rifiutò al giornale economico "Cash" un commento a queste accuse, poichè la del Ponte aveva ordinato il silenzio. Nell'autunno 1995 la del Ponte dichiarò in un comunicato stampa ( prima della conclusione dell'indagine!): "In particolare non si è potuto appurare alcun coinvolgimento di SBG, SKA e Banca di Credito e Commercio in attività di riciclaggio del Cannizzo. I risultati conseguiti finora fanno piuttosto sospettare un tentativo di frode di Cannizzo e di altri complici." (11) Per interrogare in maniera più approfondita l'indiziato Cannizzo la del Ponte andò nel dicembre 1995 con il jet del consiglio federale in Sicilia, a Catania, senza aver fissato prima in maniera adeguata con la procura del luogo i termini dell'interrogatorio. A Palazzo di Giustizia di Catania dovette apprendere dal procuratore di stato che in Italia i detenuti in attesa di giudizio hano il diritto di essere accompagnati negli interrogatori dai loro avvocati. L'avvocato di Cannizzo, non informato, era appunto assente. La del Ponte se ne andò ,senza aver concluso nulla, e nel gennaio 1996 tornò per la seconda volta a Catania in jet, a spese del contribuente svizzero. E la procuratrice federale ritenne superfluo fornire informazioni all'opinione pubblica. La rivista economica "Cash" l’ha per questo criticata aspramente e l'ha accusata di creare una gran confusione con i suoi metodi non trasparenti di lotta alla mafia: "Nel caso di riciclaggio di denaro Giovanni Cannizzo l' autoproclamatasi cacciatrice di mafiosi si esprime in modo così contraddittorio da apparire incompetente." (12) Il grande problema della del Ponte è la mancanza di comprensione per le esigenze dell'informazione. "L'opinione pubblica e i media le sono completamente indifferenti "ammisero perfino funzionari di grado elevato del dipartimento di giustizia. (13) Un esempio di questa smania di far misteri è l'affaire Raul Salinas. Il fratello dell'ex presidente messicano Salinas fu arrestato nel febbraio 1995 per irregolarità finanziarie e sospetto di istigazione all'assassinio. Nel novembre seguente sua moglie Paulina fu fermata dalla polizia allo sportello della banca privata Pictet a Ginevra mentre cercava di ottenere una parte dei 120 milioni di dollari che suo marito aveva nascosto in Svizzera e altrove. Da allora il caso Salinas si trasformò in un affare internazionale. Alla fine del marzo 1996 il quotidiano messicano "Reforma" riferì che Raul Salinas aveva avuto lo stesso consulente finanziario svizzero del cartello delle droghe colombiano, precisamente il vicedirettore della SBG Josef Oberholzer. (14) Oberholzer è una delle figure chiave nel caso finora più grande di riciclaggio di denaro in Svizzera ed è accusato di avere riciclato proventi da narcotraffico per milioni e miliardi a favore della colombiana Sheila Miriam Arana de Nasser. (15) Nonostante la rilevanza di questo importante caso, la procuratrice federale non aveva informato fino all'estate 1996 in maniera completa sui risultati conseguiti dalla sue inchieste.


LEGGI STRAPAZZATE

Attivismo e scarsa sensibilità per le esigenze dell’informazione predispongono la del Ponte a dar poco valore ai diritti degli imputati. Un esempio per eccellenza è a questo proposito il caso dell'imprenditore di Zug Hans N. Zemp. Nel 1987 questo dovette trascorrere circa sei mesi in prigione perché la del Ponte, allora sostituta del procuratore a Lugano, l'aveva fatto arrestare. Zemp si considera vittima di un complotto del suo ex socio in affari Laurits Toft, con il quale aveva litigato, e dei tre avvocati di questo, l'ex procuratore Paolo Bernasconi, Helmuth Groner (16) e Erwin Lustenberger. (17) E sostiene che la del Ponte condizionata da Bernasconi, suo capo e ora anche avvocato della controparte, l'abbia condannato a priori. Mentre egli si trovava in carcerazione preventiva il suo ex socio Toft e i tre avvocati di lui avrebbero saccheggiato la ditta Lagap Pharmaceuticals, che gestivano in comune, procurandogli danni per milioni di franchi. (18) La del Ponte passò la patata bollente del caso Zemp già subito dopo il suo rilascio dalla carcerazione preventiva al collega procuratore Claudio Lehmann. Da allora Zemp non si stancò di lottare per la propria riabilitazione. Nella sessione estiva 1994 il consigliere nazionale socialista Elmar Ledergerber presentò un'interrogazione sul comportamento della del Ponte nel caso Zemp. Il consigliere federale Koller difese allora la procuratrice federale. Il procuratore Claudio Lehmann a sua volta accantonò il caso: fino all'estate 1996 non si giunse nè ad un'imputazione nè ad una sospensione del procedimento penale. L'inclinazione a infliggere una carcerazione preventiva illegalmente lunga la del Ponte non l'ha perduta neppure come procuratrice federale. Nel dicembre 1994 il tribunale federale accolse il ricorso di un detenuto in custodia preventiva, al quale lei dopo 14 giorni aveva negato il rilascio. Il tribunale federale ritenne che la procuratrice federale, in caso di pericolo di collusione e di distruzione delle prove, può ordinare al massimo 14 giorni di detenzione. Per un periodo di carcerazione più lungo è necessaria l'approvazione della sezione d'accusa del tribunale federale. Questa situazione si ripetè nel febbraio 1996 quando Hans Kronenberg e Gustav Furrer, arrestati entrambi in relazione allo scandalo per corruzione EMD gravitante intorno al colonnello Friedrich Nyffenegger, furono ancora rilasciati dal carcere contro la volontà della procuratrice federale. Anche nel caso dell'ex direttore del marketing dell'unione casearia svizzera, Walter Rüegg, che la procuratrice federale il 30 maggio 1996 aveva fatto arrestare per sospetto di corruzione, il tribunale federale dispose la scarcerazione immediata per vizio di forma. "La del Ponte non è donna da finezze giuridiche "commentò a proposito il consigliere nazionale socialista di Berna Alexander Tschäppät. Una lotta più aspra contro il crimine organizzato non può portare a ledere i diritti delle persone indiziate. Questo principio deve valere sia per i media che per gli organi di giustizia. In ogni caso i resoconti inesatti dei media producono di regola meno danni degli organi di giustizia e di polizia troppo zelanti. Mentre una notizia falsa pubblicata può essere rettificata e una non chiara può essere precisata, la detenzione preventiva ingiustificata, per esempio, produce un danno irreparabile a chi ne è vittima.


LA "PIZZA CONNECTION" TICINESE

A metà degli anni '80 fece sensazione un episodio di narcotraffico italo-americano denominato " Pizza Connection". Con questo caso la procuratrice del Ponte divenne all’improvviso una figura importante a livello nazionale. In breve: Cosa Nostra aveva comprato allora da trafficanti di droga turchi quasi due tonnellate di eroina base al prezzo di vendita in strada di circa due miliardi di dollari, l'aveva trasformata in eroina nei suoi laboratori siciliani e portato la sostanza negli USA. Una catena di pizzerie della costa orientale e nel Middlewest ebbe un ruolo importante nello smercio. Come nello scandalo Fimo anche nella Pizza Connection la mafia si servì della piazza finanziaria Svizzera quale stazione di transito. Figura centrale delle operazioni di riciclaggio in Svizzera fu Oliviero Tognoli. Allorchè il presidente Reagan ebbe bisogno di un successo che gli procurasse pubblicità nell'ambito della guerra (perduta) alla droga, l' FBI e la polizia italiana lasciarono all'improvviso aumentare il narcotraffico già sotto controllo dall'inizio degli anni '80. (19) Un anno prima avevano avuto luogo a New York, Palermo e Lugano grandi processi terminati con elevate pene detentive per gli imputati. Tra loro mancava Tognoli. Nel 1984 , poco prima dell'azione internazionale di polizia, era stato avvertito ed era fuggito; il procuratore Giovanni Falcone aveva già firmato il suo mandato di cattura.(20)


IL RICICLATORE SALVATORE AMENDOLITO

Il primo riciclatore della Pizza Connection ticinese fu Salvatore Amendolito. Nel 1979 era ancora un commerciante di pesce pieno di debiti a Milano. Da questa situazione penosa lo trassero fuori due siciliani benestanti, che intendevano aprire una filiale del suo commercio ittico a Palermo. I due misero in contatto Amendolito con Salvatore Miniati, il manager milanese della filiale della società finanziaria svizzera Finagest (Lugano). Qualche tempo dopo - come riferì Amendolito - Miniati gli offrì un lucroso impiego come corriere portavalori della Finagest. Doveva portare dagli USA in Svizzera denaro contante, che il proprietario, Oliviero Tognoli, voleva presumibilmente nascondere al fisco italiano. Ma come si rivelò più tardi, Oliviero Tognoli era un riciclatore mafioso. Amendolito accettò l'offerta. Il suo lavoro consisteva nel ritirare presso pizzerie di New York e del New Jersey banconote in dollari e di comprare presso decine di filiali di banche locali assegni per un ammontare tra i 9.000 e i 10.000 dollari. Portava questi assegni a Manhattan alle quattro grandi banche Schweizerischer Bankverein, Citibank, Schweizerische Kreditanstalt e Lavoro-Bank e faceva versare il denaro su diversi conti bancari svizzeri, che O.Tognoli gli aveva indicato. Così la Kreditanstalt di Bellinzona gestiva per lui il conto "Wall Street", alla Kreditanstalt di Chiasso il conto di O.Tognoli si chiamava "Smart". Quando le cifre divennero sempre più elevate, questo sistema ingegnoso non andò più bene. Ma Amendolito insieme con la filiale di Manhattan della Finagest di Lugano e dei Conti Commodity Services (sede nel World Trade Center) si fece venir in mente qualcosa di nuovo. Il denaro fu versato in contanti sui conti di queste due società presso la Citibank e da qui accreditato alla sede principale della Finagest a Lugano. Quando Amendolito già un giorno dopo la prima transazione in una pizzeria dovette ritirare altri 500 000 dollari in piccole banconote, anche il canale Citibank apparve scottante. Egli affittò allora un jet privato per le Bahamas, dove Peter Albisser, direttore della filiale alle Bahamas della Banca della Svizzera Italiana ( BSI), aspettava all'aeroporto. (21) Grazie ad Albisser la dogana non creò difficoltà. Secondo le istruzioni della Finagest di Manhattan Amendolito cablò il mezzo milione alla filiale della BSI di Mendrisio, conto nr. 27971 "Stefania". Nei mesi successivi usò ancora spesso questo canale, qualche volta Albisser venne a New York a ritirare il denaro. Dopo che Amendolito aveva trasferito in Svizzera parecchi milioni di dollari e aveva fatto visita in Sicilia al suo capo Oliviero Tognoli e al di lui padrino Leonardo Greco, la mafia per misura prudenziale lo aveva tolto dalla circolazione. (22)

IL RICICLATORE FRANCO DELLA TORRE

Chi prese il posto di Amendolito in Ticino si chiamava Franco Della Torre. Dopo una non proprio brillante carriera bancaria alla BSI e alla Kreditanstalt di Chiasso (ancora sotto il potente direttore Ernst Kuhrmeier, che più tardi aveva provocato il grande scandalo), Della Torre era entrato nel 1977 alla Finagest. Viaggiava molto e aveva così conosciuto il buon cliente della Finagest Amendolito. Più tardi Della Torre lasciò la Finagest e fondò la società finanziaria Consultfin Lugano insieme con il siciliano Vito Palazzolo che negli anni '60 era emigrato ad Aargau come venditore di casseruole e si era poi rapidamente arricchito con il commecio di diamanti. Negli USA i due aprirono la Acacia Corp.(23) Lavoravano anche con Enrico Rossini, un impiegato di banca ticinese pieno d'iniziativa che a Lugano si era reso indipendente con la Società finanziaria Traex SA. In seguito Della Torre, Palazzolo e Rossini organizzarono il trasferimento del denaro da narcotraffico dagli USA in Svizzera per Greco e O.Tognoli. E così in marzo-aprile 1982 4,9 milioni di dollari affluirono dai conti Acacias (Della Torre) e Traex (Rossini) presso il broker di borsa Merrill Lynch (New York). Il venerdì santo 1982 a Bellinzona Tognoli, Della Torre e Palazzolo avrebbero consegnato al fornitore turco di morfina base Paul Edward Waridel e Yasar Musullulu 5 milioni di dollari in contanti. Di questi O.Tognoli avrebbe ritirato personlmente alla banca 1,4 milioni. Dall'aprile al settembre 1982 Della Torre e Rossini passarono al broker di New York E.F.Hutton (allora ancora un concorrente del gigante Merrill Lynch, andato poi in rovina durante il grande crack di borsa del 1987). Hutton spedì in Svizzera 15,6 milioni di dollari. Ma in ottobre Rossini ricevette un avvertimento da Riedener, manager della filiale E-F-Hutton di Ginevra: alla sede centrale l'FBI si interessava dei conti Traex e Acacias. Con ciò il flusso di denaro a Hutton si ridusse rapidamente. Dopo l'ultimo pagamento di 1,5 milioni di dollari ancora tre milioni di dollari passarono nel 1983 per un canale canadese del fondatore della Finagest Enrico "Kiko" Frigerio. (24) Nel 1984 si arrivò infine ad una grande ondata di arresti a New York e a Palermo e nel 1985 ai processi. Boss come Leonardo Greco, Gaetano Badalamenti e decine di loro esecutori vennero condannati ad elevate pene detentive. Uno dei più importanti testimoni a carico contro O.Tognoli al processo di New York fu Salvatore Amendolito. Dopo il suo precoce pensionamento era stato arrestato presso O. Tognoli e Greco dall'FBI a New Orleans per sospetto di coinvolgimento in narcotraffico e più tardi era divenuto agente di collegamento pagato dall' FBI. Nell'ambito dell'operazione arresti americana e italiana anche Della Torre, Palazzolo e Rossini finirono in custodia cautelare in Svizzera. Con una rapidità inconsueta si giunse già un anno dopo al processo. Accusatore era il pubblico ministero Paolo Bernasconi. La sentenza in prima istanza del settembre 1985, per concorso in finanziamento del narcotraffico, fu di condanna a tre anni e tre mesi per Della Torre,a tre anni per Palazzolo e di assoluzione per Rossini. La pena più severa, tredici anni, toccò allo svizzero-turco Paul Edward Waridel. (25) Nel 1986 il tribunale di cassazione ticinese, chiamato a decidere, confermò i giudizi per Waridel, Rossini e Della Torre mentre abbassò la condanna di Palazzolo a cinque anni. Nel 1993 infine il tribunale federale ridusse la pena per Palazzolo a tre anni e tre mesi, e la condanna di Della Torre scese da tre anni e tre mesi a diciotto mesi. I riciclatori ticinesi della Pizza Connection sono stati trattati dunque più che con riguardo dalla giustizia svizzera. Nel Natale 1986 Vito Palazzolo fuggì dalla prigione La Stampa, coll’aiuto di ignoti andò in Germania, da dove volò in Sudafrica. La sua fuga era stata ben preparata, il presidente della Ciskei Lennox Sebe in persona gli aveva procurato il permesso di soggiorno per l'ex Homeland sudafricana.(26) In qualità di commerciante di pietre preziose e di diamanti Palazzolo aveva da sempre buoni rapporti con il Sudafrica, suo fratello Pietro era compratore di diamanti a Lesotho e anche l'ex capo di Pietro, il commerciante di diamanti israeliano residente a Città del Capo, Meir Grunfeld, era un amico di Palazzolo. Grunfeld era andato a trovarlo in prigione. Anche la Finagest di Lugano, con cui Palazzolo aveva riciclato il denaro della mafia, aveva buoni rapporti con la Ciskei. Il direttore della Finagest Max Hilpert fu in visita a Bisho, capitale della Ciskei, con una numerosa delegazione svizzero-israeliana (27), quando Palazzolo era ancora in prigione. La Ciskei voleva allora creare con l'aiuto della Svizzera una piazza finanziaria offshore. Fuggito a Bisho, Palazzolo cambiò subito il nome in Robert Von Palace Kolbachenko. Il buon cattolico si appese al collo una stella di Davide d'oro e raccontò dei suoi aristocratici avi ebreo-russi. A Bisho fondò la ditta Papillon e elaborò proposte per una banca nazionale della Ciskei da consegnare al presidete Sebe. In questo lo aiutò Yeng Ping Kok, che come Palazzolo compare negli atti del processo Pizza Connection a New York. Ping Kok progettò una legge bancaria per la Ciskei secondo il modello di Singapore. Ma ciò che era cominciato in modo così promettente finì bruscamente. Il 31 gennaio 1988 Palazzolo fu arrestato dalla polizia sudafricana e estradato in Svizzera. Tornò così in cella a La Stampa.


CONTINUI RINVII DELLA GIUSTIZIA TICINESE

Nell'ottobre 1985 vennero arrestati anche i responsabili della società finanziaria di Lugano Finagest che, come detto, era stata un canale per la Svizzera dei riciclatori dei proventi della Pizza Connection: i fratelli Ernesto e Alessandro Parli e Enrico "Kiko" Frigerio. Dopo un anno e passa di prigione i tre furono rilasciati provvisoriamente nel gennaio 1987. Il giudice istruttore, che procedeva lentamente, ebbe bisogno di cinque interi anni prima di affidare il caso nel marzo 1990 all'allora procuratore Venerio Quadri. Questo archiviò gli atti nel’ultimo cassetto, e qui erano ancora quando se ne andò nel gennaio 1991. Infine la del Ponte che gli successe nell'estate 1992 presentò un atto d'accusa. I ricorsi dei difensori rimandarono ripetutamente il processo fino al settembre 1995. 10 anni dopo l' arresto e 19 anni dopo il primo reato ebbe luogo a Lugano il processo. Una durata così lunga del procedimento bolla il Canton Ticino quale repubblica delle banane. I dibattimenti della corte d'assise di Lugano durarono un mese e terminarono con un verdetto di colpevolezza: condanna a tre anni per Ernesto Parli, a due per Frigerio, e a diciotto mesi per Alessandro Parli. Tutti e tre si sono appellati e prima che venga emesso un verdetto con valore di legge, potrebbe essere raggiunto il termine prescrizionale assoluto di quindici anni. Durante il dibattimento processuale stranamente non si sentì parola di riciclaggio di denaro e finanziamento del narcotraffico e neppure si accennò alla Pizza Connection. I responsabili della Finagest furono condannati in prima istanza per frode. Secondo la sentenza hanno imbrogliato con prospetti informativi ingannevoli i loro clienti investitori e li hanno salassati con esorbitanti commissioni fino del 40 %. Non solo l'atto di accusa della del Ponte mancò di far riferimento a Pizza Connection, anche molti cronisti dei media hanno nel frattempo completamente dimenticato questo affaire. Perfino vecchie volpi del calibro ad esempio di Beat Allenbach del "Tages-Anzeiger" di Zurigo non ricordarono che ruolo importante come riciclatori di soldi della mafia avessero avuto ex membri della Finagest come Salvatore Miniati, Franco Della Torre e Enrico Frigerio nel processo per Pizza Connection tenutosi a New York nel 1985.

OLIVIERO TOGNOLI RITORNA

Ma torniamo a Oliviero Tognoli che, preavvisato, aveva potuto sottrarsi all'arresto a Palermo nel 1984 con la fuga. Nell'ottobre 1988 fu arrestato dalla polizia cantonale ticinese. Secondo il comunicato della procura era incappato in un controllo all'aeroporto di Agno. Al processo, tenutosi due anni dopo, risultò che O. Tognoli o si era costituito spontaneamente attraverso il suo avvocato Franco Gianoni, o -secondo la "Sonntagszeitung" - la del Ponte in persona era riuscita a convincere il padre di O.Tognoli, Luciano, che suo figlio doveva presentarsi alle autorità svizzere.(28) E' un dato di fatto che O. Tognoli, sparito in Kenia, fu riafferrato dalla nostalgia non di Palermo, dove alla procura si batteva allora contro la mafia Giovanni Falcone, bensì di Lugano, dove l'allora sostituta procuratrice del Ponte si prese cura del caso. Poichè anche Giovanni Falcone se ne interessava, cominciò la collaborazione della del Ponte con il famoso siciliano. Il tre febbraio 1989 la del Ponte, Falcone e il suo collega procuratore palermitano Giuseppe Ayala interrogarono in prigione a Lugano O.Tognoli. E qui, rispondendo ad una domanda di Falcone, egli avrebbe indicato l'ex capo di polizia e capo dei servizi segreti Bruno Contrada come colui che l'aveva messo in guardia, rendendogli possibile la fuga nel 1984. Ciò fu confermato lo stesso anno da Carla del Ponte, testimone nel processo contro Contrada. Nel giugno 1989 la del Ponte e il suo collega, il procuratore Claudio Lehmann, restituirono la visita a Palermo. Nell'ambito delle inchieste contro O.Tognoli volevano interrogare il suo padrino Leonardo Greco, condannato a 22 anni di prigione nel grande processo per Pizza Connection. Il 20 giugno era annunciata una visita a Falcone nella sua casa sulla spiaggia sopra gli scogli dell'Addaura. La del Ponte e Lehmann avevano fatto un pò tardi a causa di un breve giro panoramico, e poco prima del loro arrivo la scorta di Falcone scoprì presso il portone del garage una borsa con 51 candelotti di dinamite. (29) Nel novembre 1990 cominciò a Lugano il processo contro O.Tognoli. Nel suo atto d' accusa la del Ponte chiese sette anni di prigione, 15 anni di bando dal paese, una pena pecuniaria di 100 000 franchi e il sequestro di mezzo milione di franchi. Ritenne dimostrato che O.Tognoli nell'ambito della Pizza Connection aveva preso parte al finanziamento di affari di droga e lo incolpò di aver ricevuto consapevolmente denaro da narcotraffico per 16 milioni di dollari. Tognoli, il quale aveva voluto far credere al tribunale che gli elevati importi di dollari in banconote di piccolo taglio erano denaro proveniente da evasione fiscale, al più tardi alla fine del 1980 non aveva potuto non sapere che portava da un luogo all'altro denaro derivante da traffico di droga. E nel venerdì santo 1982 in cui a Lugano furono stanziati cinque milioni di franchi per una fornitura di morfina-base, egli stesso aveva prelevato in una banca 1,4 milioni che mancavano. La del Ponte vedeva O.Tognoli come una specie di figura intermedia tra i trafficanti di droga e i corrieri portavalori. Lo accusava di aver portato la mafia in Svizzera, di aver guidato per la Svizzera boss come Leonardo Greco (testimone di nozze di O. Tognoli) o Joe Ganci e di aver messo a loro disposizione i propri conti bancari. Con queste accuse non concordava affatto il difensore di O.Tognoli, Franco Gianoni. Nella sua arringa di dieci ore Gianoni disse che il suo cliente aveva già pagato a sufficienza e che perciò era adeguata una pena condizionale di 18 mesi. L'imputato sarebbe stato in buona fede e si sarebbe accorto solo tardi di trasportare denaro da narcotraffico, e in seguito per paura dei suoi mandanti mafiosi avrebbe trasferito con grande angoscia ancora circa tre milioni. Alla consegna del denaro a Waridel e Musullulu il venerdì santo 1982 O. Tognoli sarebbe stato solo una figura marginale. Gianoni sottolineò anche che Salvatore Amendolito e Vito Palazzolo avevano fatte molte accuse assurde contro il suo mandante.(30) " Il sessantunenne Gianoni", scrisse allora il "Tagesanzeiger" di Zurigo, difese O.Tognoli con l’impegno di chi parlasse in causa propria. Alla domanda se fosse conveniente che egli come presidente della Banca cantonale ticinese difendesse un riciclatore di denaro, Gianoni insistette in tribunale sul fatto che aveva accettato il compito solo a condizione che il suo cliente gli dicesse tutta la verità. Se avesse scoperto una menzogna avrebbe restituito il mandato anche la sera prima del processo. Accettando l'incarico di difensore a queste condizioni, sottolineò con passione Gianoni, egli si era reso utile alla banca, al suo partito (era vicepresidente del Partito popolare ticinese) e all'intero paese".(31) La sentenza della Corte d'assise condannò infine l'imputato a tre anni e mezzo di carcere per complicità nel finanziamento di narcotraffico, cinque anni di bando dal paese, a 20.000 franchi di ammenda e al sequestro di 110.000 franchi. Il tribunale ha ritenuto dimostrato il riciclaggio di denaro solo per 4,5 milioni di franchi, per il resto i giurati avevavo dubbi e decisero a favore dell'imputato. Inoltre il tribunale accettò la richiesta delle circostanze attenuanti fatta dalla difesa, riconobbe in O.Tognoli un sincero pentimento e che egli aveva agito per necessità in una situazione difficile. La corte di cassazione ticinese e il tribunale federale confermarono il giudizio.


QUALE GIUSTIZIA PER OLIVIERO TOGNOLI?

Nel febbraio 1991, tre mesi dopo la condanna, O.Tognoli fu rilasciato dalla prigione ticinese La Stampa. Da allora si sono perse le sue tracce. Quando il giudice istruttore ticinese Claudio Lehmann lo convocò nel suo ufficio nella primavera 1992 per interrogarlo, O. Tognoli non si presentò. Da allora è scomparso. Nel maggio 1995 l'avvocato di O.Tognoli Franco Gianoni prese partito come di dovere con il suo libro ‘Giustizia per Oliviero Tognoli’ per il suo committente. In sostanza questo libro è la versione scritta della sua arringa del 1990, infiorata con alcuni dettagli di discutibili azioni istruttorie della del Ponte: la fotocopia di una lettera di O.Tognoli la procuratrice la ritrovò solo l'ultimo giorno del processo e dei 41 testimoni dell'accusa ne portò in tribunale solo nove. Gianoni considera questa sciatteria della del Ponte un indizio della limitata colpevolezza del suo cliente. La del Ponte l'avrebbe presentato a torto come cassiere della mafia in Svizzera e sarebbe responsabile del fatto che O.Tognoli porti in Svizzera il marchio infamante del mafioso. Nel suo libro Gianoni ricorda anche una, come egli dice, calunniosa interrogazione dell' allora consigliere nazionale socialista zurighese e più tardi consigliere federale Moritz Leuenberger. Alla fine del 1988 il consigliere federale Leuenberger aveva dichiarato in una interrogazione al consiglio federale, che Franco Gianoni stesso era coinvolto in un caso di riciclaggio di danaro. In conseguenza di ciò Gianoni denunciò un collega di nome B., di cui supponeva che avesse passato la relativa informazione a Leuenberger. Mediante l'assistenza legale intercantonale la giustizia ticinese voleva interrogare Leuenberger, cosa che questo rifiutò, richiamandosi all'immunità parlamentare. Ne seguì un tira e molla di un anno tra la giustizia ticinese e Leuenberger; nell'estate 1996 la faccenda era ancora irrisolta. Il libro di Gianoni contiene anche una critica alla giustizia italiana che nel 1992 aveva condannato in contumacia Tognoli per gli stessi fatti di Lugano in prima istanza a sei anni e otto mesi di prigione. Con ciò si sarebbe violato il principio che non si può essere condannati due volte per lo stesso crimine (32).


L'ENIGMA AMENDOLITO

Come già detto, Salvatore Amendolito era stato il primo corriere del denaro sporco della Pizza Connection. Dopo la sua sostituzione da parte di Greco e O. Tognoli era stato arrestato negli USA ed era passato dalla parte dell'FBI. Nel processo di New York il pentito fu il principale testimone d'accusa anche contro O.Tognoli. Più tardi si promosse a "International Corporate Finance Consultant" (consulente finanziario internazionale) con ufficio nella capitale Washington, District of Columbia. Bisogna inoltre sapere che Amendolito conosceva a Washington le persone giuste, dal momento che tre degli accusatori nel processo di Pizza-Connection avevano fatto una splendida carriera: Louis Freeh divenne capo supremo dell'FBI, Robert Bucknam divenne vicesottosegretario alla giustizia nell'amministrazione Bush e Rudi Giuliani sindaco di New York. Dopo che O.Tognoli nell'ottobre 1988 si era presentato alla polizia in Ticino, anche Amendolito fece di nuovo parlare di sè. Dagli USA egli intervenne personalmente sia sulla stampa italiana che presso Falcone. In un'intervista all' "Unità" nel maggio 1990 egli denunciò una collusione di interessi tra la mafia e i poteri svizzeri nella politica, l'economia e la giustizia. In una lettera a Giovanni Falcone del 23 febbraio 1990 Amendolito aveva addirittura sostenuto che alla procura di Lugano si aggirasse una talpa della mafia. (33) Sulla base di queste terribili accuse il 20 luglio 1990 volarono a Washington per interrogare Amendolito tre procuratori e poliziotti di alto grado: il procuratore Salvatore Celesti di Caltanissetta, il capo della squadra mobile di Palermo, Arnaldo la Barbera e il capo della polizia criminale Alessandro Pansa. Amendolito confermò le accuse nella sua lettera a Falcone. Il tentativo di attentato di Addaura soprattutto sarebbe stato una farsa per conferire ai procuratori ticinesi del Ponte e Lehmann l'immagine di cacciatori di mafiosi. Questa tesi fu motivata davanti al procuratore Celesti come segue: egli era in viaggio, impegnato in un'operazione in qualità di informatore a favore degli Stati Uniti e all'improvviso era stato smascherato. L'analisi di questo avvenimento l'aveva portato a concludere che la del Ponte doveva avere relazioni con la mafia. Ed egli aveva comunicato questo in una lettera agli avvocati di Vito Palazzolo a Lugano. Un mese più tardi sarebbe stata trovata la finta bomba di Addaura. (34) Secondo Amendolito la del Ponte avrebbe voluto salvare O.Tognoli, il riciclatore di denaro della mafia, riservandogli in Svizzera un verdetto mite, ciò che la mafia tradizionalmente chiamava "un processo aggiustato." Nello stesso tempo la del Ponte avrebbe voluto rivedere le sentenze del grande processo per Pizza Connection a New York, che presentano O.Tognoli come cassiere della mafia. Il procedimento aperto nella primavera 1990 contro O.Tognoli dal presidente del tribunale di Roma Luigi Saraceni non avrebbe avuto il sostegno della del Ponte. Ad Amendolito non riuscì di convincere i tre rappresentanti della giustizia italiana della veridicità delle sue tesi. La procura della repubblica di Caltanissetta aprì un procedimento penale per calunnia grave nei confronti della del Ponte e di Falcone (in Italia un reato perseguito d'ufficio). Nell'estate 1996 questo procedimento era ancora in corso. Nell'inverno 1993/94 Amendolito aveva aperto una nuova offensiva contro la del Ponte. Il presidente federale, la procura federale, il dipartimento di giustizia, la procura di Lugano e molte redazioni di giornali- ricevettero tutti da Amendolito lunghe lettere e lunghissimi fax, in cui denunciava di nuovo che la del Ponte faceva il gioco della mafia. L'11 dicembre 1993 la Schweizerische Depeschenagentur (SDA) [Agenzia telegrafica svizzera], in riferimento ad Amendolito, annunciò il ritiro di Willy Padrutt e la nomina imminente di Carla del Ponte a succedergli.(35) Quando la SDA interrogò la portavoce del consigliere federale Arnold Koller su questa novità, la Goetschel si limitò a confermare il ritiro di Padrutt, e che Carla del Ponte era semplicemente una tra più candidate e candidati. Il 22 dicembre 1993 il consiglio federale rese nota la nomina della del Ponte a procuratrice federale con entrata in carica il primo aprile 1994. Da dove Amendolito, che viveva a Washington, avesse tratto le sue informazioni da addetto ai lavori alla Camera dei deputati, non si è potuto mai chiarire. Dopo che tutte le sue iniziative in Svizzera non avevano portato ad alcun risultato, Amendolito cercò fortuna nella sua battaglia contro la del Ponte in Italia e negli USA. Il 14 febbraio 1994 gli riuscì di comparire su "Il Tempo" di Roma: "Ex collaboratore dell' FBI accusa la procuratrice del Ponte di Lugano: La magistrata svizzera è un'amica della mafia". A conclusione della misteriosa storia di questa lotta di Salvatore Amendolito, ex riciclatore di denaro sporco e ex sceriffo ausiliario dell' FBI contro Carla del Ponte, ecco un passo tratto da una lettera di Amendolito del 21 febbraio 1994 alla ministra della giustizia USA Janet Reno: "Se dovesse succedere questo [che non ci sia alcun' inchiesta amministrativa contro la del Ponte], non sarà possibile verificare se il capo di polizia Urs von Daeniken abbia effettivamente imposto la nomina della del Ponte nell'interesse delle banche. Ciò sarebbe da deplorare e ricorda lo schema,noto fino alla nausea, dell'infiltrazione del crimine organizzato nella polizia federale svizzera, noto fino alla nausea, che in passato fu sempre un importante canale per la disinformazione globale nell'interesse del crimine organizzato. All'epoca dell'amministrazione Bush io ho portato ripetutamente a conoscenza sia del congresso che del governo USA questi argomenti”.(36) Il tentativo di ottenere dalla Signora del Ponte in persona per il presente libro alcune spiegazioni che chiarissero questi misteriosi avvenimenti, è purtroppo fallito.

Note:

1) La relazione finale di Haeflinger al consiglio federale confermò le accuse di Kaeslin. Egli constava che la Svizzera era diventata [nel 1989] una piazza centrale del riciclaggio di denaro e che nella lotta al crimine internazionale era rimasta indietro da dieci a quindici anni. Alla procura federale solo cinque impiegati combattevano all'inizio del 1989 la criminalità internazionale, mentre decine di cacciatori di comunisti gestivano centinaia di migliaia di schede di elementi sovversivi di sinistra ancora poco prima della caduta del muro. Come si è saputo più tardi, nell'ufficio di registrazione delle schede lavoravano spesso amiche e mogli di funzionari. Gerber era ideologicamente più ostinato dei suoi colleghi del KGB, della Stasi o della Securitate. Questi avevano già capito allora che cosa si preparava e si erano appropriati di conti segreti dello stato in occidente, per cominciare una nuova vita come capitalisti privati.

2) La procura federale (74 uffici) è la suprema istanza accusatoria, competente per casi speciali (reati di funzionari federali, crimini contro lo stato) e controlla la polizia federale ad essa sottoposta (99 uffici). La polizia federale è da una parte responsabile dell'inchiesta di polizia per reati di competenza della federazione (ad es. attentati dinamitardi), dall'altra è l'autorità preposta alla protezione preventiva dello stato. Se vede pericoli per l'ordine costituzionale, può di sua iniziativa e indipendentemente dal concreto indizio di reato, attivarsi con mezzi propri dei servizi segreti.

3) "Die Volkswirtschaft" [L'economia nazionale] 1/96

4) Il lucernese Widmer, collega di partito nella CVP (Christliche Volkspartei) del consigliere federale Koller, fu promosso presidente dell' Ufficio federale di polizia. Nel 1991 Widmer aveva fatto scalpore come comandante di polizia di Lucerna, allorchè aveva autorizzato che venissero distrutte numerose annate di diversi atti concernenti la difesa dello stato. Nel 1987 decise di licenziare dall'incarico due dei suoi più brillanti ufficiali per insufficiente onestà. Un' inchiesta ,disposta dal consigliere governativo (o consigliere di seconda classe? ) di Lucerna, confutò ampiamente le accuse di Widmer contro i due impiegati.

5) L'Ufficio centrale per la lotta al crimine organizzato presso l'Ufficio federale di polizia fu creato nel febbraio 1995 e solo dopo mesi di rinvii fu assegnato all'appena trentenne Michael Lauber. Lauber era un principiante che appena tre anni prima aveva portato a termine gli studi giuridici all'università di Berna.

6) La cosiddetta criminalità organizzata è un concetto vago. Il legalismo, diffuso negli ambienti di polizia, non basta a spiegare questo fenomeno, sono necessarie anche l'economia, la sociologia e la storia. Generalmente vengono usati due modelli d'approccio per studiare la dinamica delle organizzazioni mafiose: la teoria della mafia come impresa assetata di profitto che vende prodotti e prestazioni illegali, e la teoria della mafia come organismo di tipo statale che promulga, garantisce, rende esecutive le norme in un determinato territorio e per questo riscuote tasse.

7) Un esempio di difensore dello stato che passò alla lotta contro la corruzione, è rappresentato dal consigliere comunale zurighese FDP ed ex uomo di collegamento della polizia politica della città di Zurigo ( commissariato di polizia giudiziaria III ) Hans-Ulrich Helfer. Negli anni '70 aveva infiltrato gli ambienti autonomi degli occupanti abusivi di case e partecipato ad azioni e dimostrazioni come "underoveragent". E in questa veste Helfer aveva fatto per sua stessa ammissione anche cose per cui avrebbe dovuto essere condannato. Negli anni '80 Helfer lasciò la polizia della città di Zurigo e fondò una propria agenzia stampa. A metà degli anni '90 scrisse un libro sull'affare del deposito di filtrazione di Zurigo e fondò un'associazione per la lotta alla corruzione. Secondo Helfer questa ha bisogno anche dell’impegno del cittadino responsabile.

8) A questo proposito sostiene Mark Pieth: "Il crimine organizzato in quanto tema concernente la difesa dello stato significa, ad esser chiari, che si deve indagare" nei precedenti dei precedenti". Atti istruttori sarebbero possibili anche se non sussiste neppure il sospetto che una persona - ad esempio con transazioni finanziarie- appoggi un'organizzazione criminale nella sua attività delittuosa" ("Neue Zürcher Zeitung", 13.11.95). Nel maggio 1996 il Consiglio federale ha deciso di centralizzare le inchieste contro il crimine organizzato presso l'Ufficio federale di polizia.

9) "Panorama", 10.3.95, e "Avvenimenti", 8.3.95

10) "Cash", 3.11.1995

11) Cit. da "Cash", 14.6.96

12) "Cash", 14.6.96

13) "Tages-Anzeiger", 2.2.96

14) "Neue Zürcher Zeitung", 28.3.96

15) Miriam Arana de Nasser era stata arrestata il 23 febbraio 1994 nel Cantone di Vaud e estradata il 3 gennaio 1995 dalla Svizzera agli USA. Il 29 febbraio 1996 la colombiana fu condannata a Miami a 12 anni di prigione. Oberholzer lavorava alla SBG nel settore di consulenza finanziaria per l'America Latina, tra l'altro per una ricca clientela messicana. Nei conti sequestrati alla Nasser alla SBG c'erano 180 milioni di dollari, la più alta cifra al mondo requisita in un singolo caso di narcotraffico.

16) Mandati in consiglio di amministrazione di Helmuth F.Groner nell' agosto 1995: Abuk Holding AG (Zug); Comdatech Trading AG (Zug); Formalux AG (Zug); Cooperativa Eigenheim ( Cham) ; Inter-Elektronik AG (Zug); Mirega AG (Zug); MK Mineralkontor AG (Zurigo); Roxilan AG (Zug); Unipex AG (Zug) ; Verado Trade AG ( Zug); Vivista AG (Zug); Isowa AG (Lucerna); Intercontainer Machinery AG (Lucerna); Ranbaxy SA (Zug) ; VPT Verwaltungs- & Privattreuhand AG (Zug). (Fonte: Orell Füssli/Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, giorno: 1.8.95)

17) Mandati in consiglio di amministrazione di Erwin Lustenberger nell'agosto 1995: Demo Scope Holding AG (Zug); Etraco AG (Zug); Anubit AG (Zug); Armtex Products SA (zug); Arvoly AG (Zug); A 1 Ferro Commodities Corp. SA (Zug); Datagraph AG (Zug); Dominant Holdings AG ( Pfäffikon); Dynamic Enterprises Holding AG (Hünenberg); Editions du Temple SA (Zug); Editions Miriam AG (Zug); Elor- Beteiligungs- & Verwaltungsgesellschaft [Società di partecipazione e di gestione] AG (Zug) ; Fantre Finanz (Zug); F.P.Handels AG (Lucerna); Gerbofin AG (Zug); GHF Gesellschaft für Handel und Finanzierung AG (Zug); Haca Consult AG (Zug); Holding - Salweba AG (Zollikon); Imex Industrieanlagen und Maschinen AG (Zug); Inkra AG (Zug); Inter-Marka AG fuer Kennzeichnungstechnik [Inter-Marka per tecnica della marcatura] (Zug); Wieland (Svizzera) AG (Cham); Alisur AG (Oberwil presso Zug); Al Quraishi Investment Corporation Ltd. (Zug); A-N Trading AG (Zug); Intersema Holding AG (Zug); Trais Fluor Investment Services AG (Zug); Poltschech Corporation AG (Zug); Frank Trading (Frank Trading Ltd.; Zug); STF Trade Finance AG (Zug); Black Clawson Afex- Wintech AG (Zug); Intrapol AG (Zug); Lely Zug AG (Zug); Marsyl AG (Zug); Jagro AG (Zug) ; Keracem AG (Zug); Lely Research Holding AG (Zug); MK Mineralkontor AG (Zurigo); Narlon AG (Zug); Neue Medien[Nuovi media] SAT AG (Zug); Nicotec AG (Hünenberg); Noleda SA (Zug); Norbarn Management AG (Zug); Paperboard Holding Ltd. (Zug); Retsnom AG (Zug); Scudo AG (Zug); Seminterna AG (Zug); Serdeco AG (Cham); Solitec AG (Zug); Sopatros SA (Grenchen); Stilinex AG (Heiden); Technikontor AG (Zug); Test Holding AG (Zug); Tok Holding AG (Zug); Voith AG (Zollikon); Waldmoos Immobilien AG (Zug); Waldstein Finanz AG (Zug); Western Olympic Holding AG (Cham); Chemgen Products Services AG (Zug); MCH Hotel Consult & Management AG (Zug); Lalitz AG (Zug); Chronofin AG (Zug); Artox Corporation AG (Zug) ( Fonte: Orell / Füssli/ Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, giorno di scadenza: 1.8.95).

18) Nel gennaio 1996 Zemp ottenne un verdetto del tribunale cantonale di Zurigo, nel frattempo passato in giudicato, contro una società di Helmuth Groner e Erwin Lustenberger. La complessa motivazione della sentenza può essere riassunta nel senso che i giudici di Zug confermarono che dal 1987 ,durante la sua detenzione preventiva a Lugano, egli era stato danneggiato in maniera non legale da una società di cui Groner e Lustenberger erano state le forze propulsive.

19) Vedi a questo proposito : Shana, Alexander : ‘The Pizza Connection’ . New York, 1988

20) A mettere in guardia Tognoli era stato Bruno Contrada, a lungo presidente della squadra mobile di Palermo e più tardi numero tre del servizio segreto italiano civile SISDE, arrestato nel dicembre 1992 per sospetto di complicità con la mafia. Per molti anni Contrada era stato considerato nemico inesorabile della mafia. In effetti non solo favoriva la fuga di molti boss mafiosi, ma impediva anche numerose azioni di polizia. Se già il procuratore Giovanni Falcone, assassinato nel 1992, aveva nutrito sospetti, la sfiducia si accrebbe allorché Contrada, poco dopo l'attentato dinamitardo al successore di Falcone, Paolo Borsellino, comparve sul luogo del delitto molto prima che la superiore autorità fosse stata informata. Nel dicembre 1992 Contrada fu infine arrestato. Al suo processo nell'estate 1994 a Palermo, che terminò in prima istanza con un verdetto di colpevolezza, era presente come testimone dell'accusa anche Carla del Ponte.

21) A quell'epoca Tito Tettamanti era il maggior azionista svizzero della BSI.

22) Shana, Alexander: ‘The Pizza Connection’. New York 1988, p.138 segg.

23) La Corte delle Assise criminali Lugano: Sentenza contro Della Torre, Palazzolo e Rossini Inc. No.130-162 (88), 26.9.85

24) La Corte delle Assise criminali Lugano: Sentenza contro Della Torre, Palazzolo e Rossini Inc. No. 130-162 (88), 26.9.85

25) Lo svizzero nato e cresciuto a Istanbul Paul Waridel lavorava come galoppino del fornitore turco di morfina base Musullulu. Alla fine del 1995, pochi mesi dopo il rilascio dalla prigione, Waridel fu di nuovo sorpreso con droghe dalla polizia cantonale ticinese.

26) Le informazioni di questo capitolo derivano dalla rivista sudafricana “Noseweek” 9/ 1990.

27) Capo delegazione fu l'avvocato d'affari di Zug Josef Bollag, consigliere d'amministrazione della filiale svizzera della banca israeliana United Mizrahi Bank e allora rappresentante della Ciskei a Zurigo. Altri mandati del consiglio di amministrazione di Josef Bollag sono: Interzephyr AG (Zurigo); Oundjian SA ( Zurigo); Savoy Investments AG (Zug); Staadhof AG (Baden); Teco Management AG (Zug); Piscina termale Baden (Baden); Verenahof AG (Baden); Chempro SA (Lausanne); Namibra AG (Zug); Info-Investments AG (Zug); Vasel Trading Co. Ltd. (Zug); TEF Technische Beratungs [consulenza tecnica] AG; Verein zur Erhaltung und Verbesserung der menschlichen Sehkraft [associazione per la conservazione e il miglioramento della vista](Baden); CCS Control Centers AG (Zug), Zumbühl & Co. Handelsagentur [agenzia commerciale] (Zug); Bollag-Stiftung [fondazione Bollag] Flora, Bona e Rosa (Baden); Carnimex AG (Zug) ; Elinex Holding AG (Zug); Frenziek AG (Zug); Gerom AG (Zug); HOP AG (Zug); Interfashion M + P AG] (Zug) (Fonte: Orell Füssli/Teledata: Il CD-ROM dell'economia svizzera, Version 1996/1, termine 1.8.95)

28) "Sonntagszeitung", 14. 5. 95

29) Quasi tre anni più tardi, il 23 maggio 1992, Giovanni Falcone fu vittima di un attentato di mafia sull'autostrada presso Capaci. Più di un anno dopo nel settembre 1993 una notizia fece il giro dei media italiani :cinque giorni prima della sua morte Falcone era stato a Lugano e si era interessato tra l'altro del Conto Protezione. Falcone allora non lavorava più a Palermo ma era un alto funzionario del ministero di giustizia a Roma.

30) Il testimone a carico Amendolito avrebbe dovuto originariamente presentarsi come testimone al processo ad O.Tognoli, ma rinunciò come numerosi altri testimoni. In particolare Sergio Dafond si era fatto dispensare da un medico dalla testimonianza per irritabilità depressiva. Dafond era vicedirettore della Kreditanstalt di Bellinzona, dove Tognoli aveva avuto dal 1976 i suoi conti bancari. In una testimonianza del 1988 Dafond aveva detto che probabilmente nel 1980 O.Tognoli gli aveva presentato anche Leonardo Greco ( il padrino mafioso), che aveva pure aperto un conto bancario. Questo non aveva tuttavia registrato grandi movimenti ("Eco di Locarno", 7.4.90).

31) " Tages-Anzeiger", 15. 11. 90

32) Gianoni, Franco: 'Giustizia per Oliviero Tognoli', Locarno 1995

33) "L'Unità" , 12.5.90

34) "L'Unità", 27.7.90

35) SDA, 11.12.93

36) Lettera di S. Amendolito a J. Reno del 21.2.94

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