giovedì 21 ottobre 2010

Crisi ai limiti dello sviluppo

Crisi ai limiti dello sviluppo
di Marco Della Luna - 20/10/2010

Fonte: Marco della Luna blog

Ministri, associazioni industriali, sindacalisti, banchieri centrali e internazionali parlano di “uscita dalla crisi” e di “ripresa”. Ma è solo illusione, makebelieve: non c’è un “dentro” e un “fuori” della crisi. Non c’è nemmeno una “crisi” come momento speciale, separato dalla normalità fisiologica – un momento che passa e poi si sta bene, si torna a produrre, a guadagnare e a consumare sempre di più. Le crisi monetarie-finanziarie ed economiche si susseguono da secoli e sono essenzialmente dovute al fatto (adeguatamente spiegato da Amato e Fantacci ne La fine della finanza e nel mio Euroschiavi) che il sistema finanziario è strutturalmente squilibrato perché crea il denaro come credito produttivo di interesse composto e venduto come merce sotto varie forme derivate; e perché in tal modo, per effetto dell’interesse composto, l’indebitamento totale, e il suo costo in termini di interessi, cresce molto più rapidamente della disponibilità di denaro e dell’economia reale, quindi inevitabilmente la strangola, producendo ondate di insolvenza. Ma, anche se, mediante una teoricamente possibile riforma, si ponesse rimedio a ciò, il sistema economico-finanziario ha già iniziato a sbattere contro limiti esterni, di natura oggettiva: i limiti delle risorse naturali esauribili, i limiti della sostenibilità biologica ed ecologica dell’inquinamento, delle alterazioni climatiche – quelli di cui avvertiva il Club di Roma già negli anni ’70 del secolo scorso. Oggi la specie umana sta raggiungendo quei limiti: sta esaurendo materie prime non rinnovabili, ed estinguendo quelle rinnovabile (ad es., consuma più pesce di quanto ne rinasca), sta moltiplicandosi oltre la capacità del pianeta di mantenerla, sta avvelenandosi l’aria e l’acqua. Urtando contro i limiti esterni, lo sviluppo economico, necessariamente, cesserà e si volgerà in calo, o crollo – forse non in modo globale e simultaneo, forse avverrà per aree geografiche e per settori economici.

Dato questo orizzonte generale, quindi, non ha senso parlare di “uscire dalle crisi”, a meno che si intenda questa uscita come una drastica riduzione sia dei consumi che dei consumatori, auspicata già da decenni da vari pensatori e statisti, come H. Kissinger. Se il mondo crescesse alla media non dico di Cina e India, ma del solo 3,4 % l’anno, come la Germania, paese “virtuoso”, allora in capo a 15 anni circa il consumo di risorse sarebbe raddoppiato. Ovviamente, non si andrebbe avanti 15 anni, perché i limiti sarebbero raggiunti molto prima. La Terra può stabilmente sostenere uno sfruttamento pari a circa 1/10 dell’attuale, altrimenti l’ecosistema collassa. Ultimamente, quindi, l’impoverimento è imposto dalla sovrappopolazione, la quale, secondo le stime correnti, raggiungerà il suo picco tra gli 8,3 e i 9,3 miliardi. Una ripresa stabile rispetto ai livelli attuali potrà permettersi quando la popolazione sarà scesa sotto un miliardo. Fino ad allora avremo severe recessioni seguite da limitati rimbalzi. Le prospettive sono quindi pesantissime e sono non di crescita, ma di decrescita forzata – la “decrescita infelice” di cui tratta il mio recente saggio Oligarchia per popoli superflui. La politica è però costretta a sostenere credenze e proposte sviluppiste di questo tipo, perché la gente, ovviamente, non accetterebbe il discorso realistico. Non può fare a meno di una prospettiva di soluzione positiva, cioè della speranza. Del resto, tolta la Cina e pochi altri paesi, che governo mai ha a)la competenza e b)il potere di fare interventi efficaci? Che cosa altro fanno o possono fare i governi, se non tirare a campare e suggere nettare dalla spesa pubblica? Ce ne è forse uno, che abbia un nuovo modello socio-economico come proposta? O che parli, perlomeno, su scala di modelli macroeconomici? Direi di no – anzi, persino Fidel ha ritrattato il suo modello rivoluzionario, riconoscendolo inidoneo. E’ palese, oramai, che la guida del mondo è nelle mani di organismi senza controllo democratico o giudiziario (FMI, WTO, BCE, Trilateral, etc.); e che saranno questi, sopra la testa di governi e parlamenti, a gestire la ristrutturazione globale e la messa in sicurezza della biosfera. Prima ancora di essere corrotte e inefficienti, le istituzioni politiche sono impotenti, nel senso che non hanno le leve del potere economico, e innanzitutto quella monetaria, le quali sono passate ad enti sovrannazionali. Enti non soggetti a guida né controllo democratico ed esenti anche dal controllo giudiziario. Non possono fare politica economica un governo, uno stato privi di sovranità monetaria (ossia privi dello strumento di regolare il money supply), di regolare le importazioni, sottoposti a vincoli e direttive finanziari imposti da enti sopra ordinati, e persino a una legislazione e a una giurisdizione pure sopraordinati. Possono fare solo piccolo cabotaggio. Tamponare le crisi. Gestire l’ordinaria amministrazione. E prendersi le responsabilità per scelte macroeconomiche assunte da altri. Per questo è naturale e inevitabile che la politica, divenuta impotente come politica, si degradi ad affarismo, clientelismo e deboscia – a teatrino, insomma, dietro cui si nasconde il livello di potere effettivo, quello che “piscia sulla testa” dei politici, e cui accennava Arpisella nella famosa telefonata a Porro, ma di cui già da decenni parlano e scrivono sociologi ed economisti.

E l’Italia? In Italia abbiamo l’idea di un ministro Tremonti che, come un abile fisiatra, cura una persona sana e infortunata per farla ritornare abile, Ma le cose non stanno così. Tremonti non è un medico che cura un atleta infortunato per farlo ritornare a correre. E’ un geriatra che si dà da fare al capezzale di un vecchio, tamponando uno scompenso d’organo dopo l’altro per prolungare una vita che non può più tornare alla salute, ma che, se cessasse, lascerebbe la classe dirigente italiana priva del suo potere e dei suoi privilegi e redditi.

In effetti, da circa vent’anni l’Italia, mentre la sua classe dirigente si fa sempre più ricca e privilegiata, sta già perdendo quote di mercato estero e interno, nei settori di media e bassa tecnologia che le sono propri, contro la concorrenza cinese, indiana, pakistana, rumena… la Cina, con una popolazione molto più giovane, ha un esercito di un miliardo di lavoratori disciplinati ed efficienti, senza pretese, che competono con i nostri nelle medesime produzioni: non c’è gara. Inoltre, la Cina ha un sistema monetario che le consente di finanziare gli investimenti senza indebitarsi. Quindi è certo che ci sottrarrà quote dopo quote di mercato e di reddito. In Italia abbiamo i salari tra i più bassi, e il costo unitario di produzione tra i più alti: una condizione gravissima, indice di disfunzione radicale, e che determina un calo comparativo certo, stabile, strutturale, duraturo. Ai loro iscritti, le organizzazioni imprenditoriali lo stanno dicendo da mesi: la crisi (recessione) vera inizia adesso e durerà almeno tre anni. I commercialisti, ultimamente, segnalano la cessazione di oltre un terzo delle attività. Negli ultimi 12 mesi gli studi legali e commercialistici hanno perso il 46% delle entrate e il 20% di essi ha chiuso. E non possiamo contare, come la Germania, per recuperare competitività, su scuola, ricerche e infrastrutture – i fattori di medio-lungo termine – perché in Italia esse sono a livelli di terzo mondo, così come il servizio giudiziario, il quale è tanto credibile ed efficiente (156° posto al mondo), che tiene lontani gli investimenti stranieri e spinge all’estero quelli italiani.

Pertanto quelle dei politici in generale, della Confindustria, dei sindacalisti, quando parlano di crisi ormai alle spalle o di prospettiva di ripresa o di difesa dei redditi e dei diritti dei lavoratori, sono frottole, pie frottole, per tener tranquillo e gestibile il popolo. Il futuro dell’Italia è un piano inclinato di crescente impoverimento e di crescente ingestibilità del debito pubblico e della spesa pubblica in generale, che prepara nuove, impopolari tassazioni, tensioni sociali, e – specificamente – tensioni separatiste del Nord, che, con quel che ha dovuto dare del suo reddito per mantenere il Sud e Roma, non ha potuto fare gli investimenti produttivi necessari per mantenere se stesso competitivo, e che quindi presto non solo non sarà più materialmente in grado di sovvenzionare il Meridione, ma scivolerà con esso verso il terzo mondo. Il prof. Luca Ricolfi, col suo celebre saggio Il Sacco del Nord, ha dimostrato che tutti i soldi del Nord trasferiti in sessant’anni al Sud per sollevare il Sud hanno in realtà aumentato l’arretratezza del Sud – perché hanno premiato e incentivato le sue anomalie e foraggiato la classe dirigente che le produceva e manteneva, dandole anzi più potere sul governo del paese, più potere per estendere e imporre i suoi metodi feudali e paralizzanti.

L’Italia è un sistema non riformabile. Praticamente da decenni non si fanno riforme, se non per dare più rendite e potere politico al sistema bancario, interno e internazionale, sulla società sull’economia, sulle istituzioni. Più potere politico al sistema bancario (mi riferisco soprattutto alle riforme della Banca d’Italia e del suo ruolo, al suo c.d. divorzio dal Ministero del Tesoro) comporta, ha comportato, più debito pubblico e più interessi passivi da pagare. Ma questo assetto non è riformabile, perché si andrebbe contro ai detentori del vero potere politico, cioè il cartello dei banchieri. Ci provò con una legge Berlusconi nel dicembre 2005 e nel 2006 perse le elezioni, e il nuovo governo di “sinistra” legalizzò subito la privatizzazione della Banca d’Italia, riformandone lo statuto. Ritornato al potere, Berlusconi non ha più nemmeno menzionato quella legge: ha imparato la lezione: chi tocca i fili, muore.

Un federalismo fiscale “responsabilizzante” potrebbe essere una valida riforma, una riforma idonea a risanare e correggere cattive abitudini allo spreco e alle ruberie, tipiche degli amministratori del Sud (ma non rare nemmeno altrove), dove abbiamo importanti regioni che spendono per il personale, a parità di popolazione, dieci volte più della Lombardia; e, per i medesimi servizi (ma molto peggiori), ben sei volte di più. E’ chiaro che quel 90 od 80% in più va in ruberie e sprechi, e che lo paghiamo noi. Ma è anche chiaro che, se non gli si dessero quei soldi, il Sud non ce la farebbe più. E siccome i suoi parlamentari sono indispensabili per qualsiasi maggioranza parlamentare e qualsiasi governo, e sono esponenti degli interessi forti di quelle regioni, una vera riforma di questo tipo non si potrà attuare finché rimane uno stato italiano unitario. Si farà una finzione o un compromesso che lasceranno inalterata la sostanza delle cose, pur avendo un valore simbolico.

Una riforma che darebbe fiato e slancio all’economia italiana – sempre però provvisoriamente, perché entro l’orizzonte di cui dicevamo prima, quello dei limiti esterni dello sviluppo – sarebbe separare il Nord dal Sud, così che il Nord, liberato dal tributo di circa 110 miliardi l’anno che oggi paga per il Sud e Roma, possa investire e ritrovare competitività; e che pure il Sud, uscendo dall’Euro e svalutando, recuperi competitività, capacità di esportare, di attrarre investimenti e turismo.

Una tale riforma non è molto verosimile che avvenga, e potrebbe risultare solo da un violento tracollo economico e funzionale del paese. Però sempre più persone e imprese dotate di capacità e di buona volontà non stanno ad aspettarla, e scelgono la “secessione individuale”, ossia l’emigrazione verso sistemi-paese più efficienti e con più diritto alla speranza.

mercoledì 20 ottobre 2010

Central Banks Pushing Toward Even Bigger Meltdown

Gathering Storm: Govt’s, Central Banks Pushing Toward Even Bigger Meltdown

10/19/10 Stockholm, Sweden – A group of 18 investment experts and fund managers have joined together to publish a new book called, “The Gathering Storm,” in an attempt to sound an urgent alarm about how the global economy may be spiraling toward a “doomsday” that’s far worse than anything that’s been witnessed during the past three years.

Patrick Young, editor of The Gathering Storm, suggests, “When you’ve drunk three bottles of vodka, then you may well think that you’re capable of putting the world to right. But, at the same point in time you know you’re going to wake up in the morning with a hangover.”

The report goes on to explain that neither Europe nor the US are right with their monetary and fiscal policy prescriptions, because debt will have to be repaid and restructuring must begin. See the clip below from RussiaToday (RT) for more details on doomsday denial.

Author Image for Rocky Vega

Rocky Vega

Rocky Vega is publisher of The Daily Reckoning. Previously, he was founding publisher of UrbanTurf and RFID Update, which he operated from Brazil, Chile, and Puerto Rico, and associate publisher of FierceFinance. He specialized in direct marketing at MBI, facilitated MIT Sloan School of Management programs, and has been featured on CBS. Vega graduated with honors from Harvard University, where he was on the board of Let’s Go Publications and directed business programs involving McKinsey, Goldman Sachs, and Harvard Business School faculty. He is also enrolled at the Stockholm School of Economics.

USURA BANCARIA IN MOLISE: MERCOLEDI' 20 OTTOBRE 2010 INIZIATO IL DIBATTIMENTO

USURA BANCARIA IN MOLISE: MERCOLEDI' 20 OTTOBRE 2010 INIZIATO IL DIBATTIMENTO DAVANTI AL TRIBUNALE PENALE DI CAMPOBASSO, IN COMPOSIZIONE COLLEGIALE, A CARICO DEL BANCHIERE GIAMPIERO FIORANI E ALTRI OTTO IMPUTATI”


Dopo il famigerato caso “Bankopoli” scoppiato nel dicembre 2005, che portò Fiorani in manette per le accuse di aggiotaggio (aver diffuso notizie false per alterare il corso dei titoli in Borsa), insider trading (aver utilizzato notizie riservate), truffa, appropriazione indebita e associazione per delinquere, insieme ad altri noti personaggi dell’alta finanza italiana, come Stefano Ricucci, ricco immobiliarista ed ex marito di Anna Falchi, ribattezzati giornalisticamente come i“Furbetti del quartierino” che invano tentarono la scalata alla Banca Antonveneta, la Procura della Repubblica di Campobasso ha chiesto di poter processare per il reato di usura bancaria l’ex patron della Banca Popolare di Lodi (ora Banca Popolare di Novara) e altre otto persone. Gli imputati, tra banchieri, funzionari e noti imprenditori locali, sarebbero colpevoli - secondo l’Accusa - di aver applicato tassi usurari in danno di aziende locali. Vittime dell’usura bancaria, difese dall’Avv. Luigi Iosa e dal Prof. Avv. Lucio Francario, sono gli imprenditori molisani Marco e Giovanni Pulitano, nonché la moglie di quest’ultimo. I fatti censurati si sarebbero consumati tra il 1997 ed il 2004; l’Istituto di Credito finito nel mirino degli inquirenti è il Banco Popolare (uno dei più grandi Istituti Bancari d’Italia) all’epoca dei fatti Banca amministrata da Giampiero Fiorani, la quale negli ultimi tempi ha assorbito la Banca Popolare di Lodi di Campobasso, già Credito Molisano S.p.A. di proprietà della famiglia Morelli. La Magistratura e la sezione locale di P.G. della Guardia di Finanza hanno condotto, in stretta collaborazione con colleghi di altre Regioni, accurate indagini sulla proprietà e su tutti i vertici amministrativi della Banca in questione. Il Pubblico Ministero, Fabio Papa, dopo aver provveduto all’invio degli avvisi di garanzia nei confronti dei presunti responsabili del grave reato finanziario, ha deciso di chiedere al Giudice dell’udienza preliminare il rinvio a giudizio dei nove imputati. In data 31 marzo 2010, il Giudice dell’udienza preliminare, Dott.ssa Teresina Pepe, dopo avere riunito – per ragioni di economia processuale- i due processi penali a carico di Giampiero Fiorani ed altri: il “Fiorani uno” ed il “Fiorani bis” , ha rinviato a giudizio tutti e nove gli imputati. Inoltre, il G.U.P. Pepe ha rigettato la richiesta di una nuova “super consulenza tecnica” richiesta dai difensori degli imputati. Quindi, il processo per il reato di usura bancaria è iniziato stamane 20 ottobre 2010 davanti al collegio penale del Tribunale di Campobasso. Il Collegio, presieduto dal Dott. Mario Iapaolo e composto dai Giudici a latere Scarlato e Rinaldi, ha ammesso tutte le richieste istruttorie avanzate dalle parti processuali. L'udienza è stata aggiornata al 26 gennaio 2011 per la sola audizione dei testi del Pubblico Ministero. Inoltre, in quella data saranno calendarizzate le prossime udienze.

martedì 19 ottobre 2010

A $2 trillion mountain of crap called securitized debt

Financial system's mountain of crap hasn't disappeared, Sinclair tells King World News

Section:

11p ET Tuesday, October 19, 2010

Dear Friend of GATA and Gold:

King World News has posted excerpts of a conversation today between Eric King and gold trader and mining entrepreneur Jim Sinclair, who says today's fall in the precious metals means nothing amid the big picture, which includes "a $2 trillion mountain of crap called securitized debt." The conversation is headlined "Jim Sinclair -- Brief Period of Victory for Bubble Callers" and you can find it at King World News here:

http://kingworldnews.com/kingworldnews/KWN_DailyWeb/Entries/2010/10/19_J...

Or try this abbreviated link:

http://bit.ly/9OyPIA

CHRIS POWELL, Secretary/Treasurer
Gold Anti-Trust Action Committee Inc.

Una crisi economica devastante e senza uscita

Una crisi economica devastante e senza uscita
di Filippo Ghira - 19/10/2010

Fonte: Rinascita

http://www.rinascita.eu/mktumb640.php?image=1287418083.jpg


L’economia mondiale sembra ormai avviata verso l’annunciato disastro. Troppo alti infatti sono i debiti che i vari Paesi hanno gli uni nei confronti degli altri, troppo alti sono i debiti che gravano sui bilanci degli Stati. Troppo alto è il livello crescente di povertà delle classi medie nei Paesi della cosiddetta economia avanzata, europea ed americana, quelle che secondo una consolidata teoria rappresentano il cuore della domanda di beni. Cosa si può comprare infatti se non ci sono i soldi?
Altrettanto alto è il numero di poveri senza prospettive costretti ad ammassarsi nelle periferie delle grandi metropoli. Un fenomeno che interessa sia i Paesi più sviluppati che quelli in crescita. Le conseguenza principali della globalizzazione dell’economia sono state infatti da un lato il massiccio trasferimento di ricchezza reale dai settori a reddito fisso (lavoro dipendente e pensionati) ai settori industriale e soprattutto a quello finanziario. Dall’altro, l’esportazione della povertà da un Paese all’altro, in termini mai conosciuti prima. Paradossalmente, seppure con un secolo di ritardo, si sta quindi verificando la previsione fatta da Marx sul realizzarsi delle condizioni economiche e sociali da lui ritenute funzionali al passaggio ad una società comunista, nata da una rivolta globale ad opera di quanti non hanno nulla da perdere perché nulla possiedono. Condizioni che con l’avvento dell’economia mista e di Stati dotati di ammortizzatori sociali sembravano essere state definitivamente messe nell’angolo. La crisi economica scoppiata tre anni fa ha però rimesso tutto in discussione e ha creato una povertà di massa in termini che non si erano mai visti prima. Oggi come allora, ad una svolta rivoluzionaria manca però l’elemento fondamentale. La presenza cioè di una avanguardia rivoluzionaria che sia in grado di convogliare questo disagio sociale dentro ad una prospettiva politica. Peraltro, sempre nei Paesi più industrializzati, la globalizzazione e la fine delle ideologie hanno cancellato l’humus culturale necessario al formarsi di una coscienza rivoluzionaria che possa mobilitare le masse sempre più impoverite e quanti sono stati espulsi dal mondo del lavoro con la prospettiva di non potervi più rientrare. Sia perché non ci sono più posti disponibili sia perché si è sprovvisti della richiesta preparazione tecnica e professionale. Sia perché i potenziali datori di lavoro prteferiscono ricorrere ai diseredati provenienti dal Terzo Mondo, disposti anche ad accettare un salario da fame pur di lavorare.
Si tratta di una nuova povertà che soprattutto nei Paesi più industrializzati del cosiddetto Occidente minaccia di essere senza ritorno perché la concorrenza che viene da realtà emergenti o più che affermate che si affacciano con forza sui nostri mercati, come Cina e India, non può essere più contrastata visto che, per rimanere al caso italiano, dopo aver spazzato via le aziende che operano in un settore un tempo florido come il tessile, sta invadendo ora i settori a tecnologia avanzata. Gli stessi nei quali, secondo quanto ci consigliano i tecnocrati della Commissione europea, del Fondo Monetario e della Banca mondiale, dovremmo investire puntando sull’innovazione. Ma quei due Paesi possono ormai contare su risorse finanziarie decisamente superiori alle nostre e su un capitale umano smisurato, costituito di persone affamate di conoscenza e desiderose di crescere nel loro status sociale. Nella crisi economica che colpisce l’Occidente e di cui la Cina pare non risentire c’è anche un fattore psicologico. L’Occidente è stanco e gli imprenditori che ancora resistono danno l’idea di considerare ormai più che “maturo” il loro settore di attività e quindi sull’orlo del declino. E’ un po’ anche il vecchio discorso in chiave “schumpeteriana” delle difficoltà che incontrano le generazioni che prendono progressivamente il posto di quella precedente che aveva fondato l’azienda, grazie ad una idea o ad una innovazione nei processi produttivi o nel prodotto. La devastante crisi in atto ha fatto sorgere in molti imprenditori di terza generazione l’interrogativo se valga ancora la pena di investire e rischiare di proprio in una fase storica di declino e dalla quale non ci sono grandi speranze di poter uscire nel breve termine. In particolare una fase nella quale saranno necessari capitali sempre più crescenti. Assistiamo così al caso di un gruppo “storico” come la Fiat che dopo aver incassato per più di un secolo una quantità abnorme di finanziamenti agevolati e a fondo perduto dallo Stato che aveva impedito ai concorrenti esteri di affacciarsi in Italia, non trova di meglio oggi che chiudere gli stabilimenti nazionali e andare a produrre all’estero, come in Serbia e Turchia, dove il costo del lavoro è 5-6 volte inferiore a quello italiano. Il caso della Fiat è comunque sintomatico della crisi del modello “occidentale” di fronte alla concorrenza che viene dai Paesi emergenti. Un’azienda che da anni non produce modelli innovativi capaci di affermarsi su tutti i mercati internazionali. Un’azienda i cui principali azionisti, gli Agnelli-Elkann, non hanno più alcuna voglia di occuparsi dell’auto. Un settore nel quale per emergere vi è la necessità di investire troppi capitali e fare innovazione nel processi produttivi e nel prodotto offerto. Soldi che la quinta generazione della ex Famiglia più ricca d’Italia non ha alcuna voglia di sborsare. Schumpeter fa quindi irruzione con forza al Lingotto dove gli Agnelli-Elkann non vedono l’ora di far nascere il nuovo gruppo Fiat-Chrysler con stabilimenti in tutto il mondo, l’uno intercambiabile con l’altro. Un gruppo nel quale la loro quota azionaria sarà molto minore dell’attuale 30% detenuto in Fiat e che consentirà di tirarsi progressivamente fuori dall’auto e dedicarsi ad attività meno impegnative. L’eventuale addio della Fiat all’Italia che deriverebbe da tale tendenza diventerebbe paradigmatico della deindustrializzazione del nostro Paese che rischia di trasformarsi, suo malgrado, in un semplice mercato di assorbimento di beni prodotti altrove.
I governi da parte loro appaiono impotenti e peggio. Lo ha dimostrato chiaramente la risposta che hanno dato per cercare di attenuare le conseguenze della crisi scatenata alla fine del 2007. Invece di cercare di sostenere le piccole imprese e i cittadini trovatisi in serie difficoltà per colpe non loro, i politici occidentali, Barack Obama in testa, non hanno trovato migliore soluzione che versare una montagna di miliardi alle banche per impedirne il fallimento. Le stesse banche che avevano speculato innescando il caos di tre anni fa e che proprio grazie ai prestiti statali sono state in grado di rimettersi in sesto, ricominciare a speculare e a macinare utili. E’ significativo che una delle banche che ha maggiormente beneficiato degli aiuti di Obama, sia stata la Goldman Sachs che, guarda caso, aveva finanziato la campagna elettorale del candidato nero o abbronzato che dir si voglia. Una conferma che a dettare i tempi dell’economia mondiale resta sempre la finanza. E poco importa ricordare che la Goldman Sachs, banca per la quale hanno lavorato Romano Prodi e Mario Draghi, nell’immaginario del cittadino medio americano rappresenti l’archetipo dei pescecani della Borsa. Eppure era stato proprio l’astio e il risentimento dei cittadini verso le banche di Wall Street, considerate vicine ai repubblicani, a favorire la vittoria di Obama e dei democratici nel novembre 2008.
Come era prevedibile, considerato che gli interventi dei tecnocrati di Obama erano diretti più alla economia finanziaria (banche, società finanziarie ed assicurative) che a quella reale (cittadini e imprese) la crisi negli Stati Uniti sta subendo una nuova impennata. Il numero delle case pignorate, per l’impossibilità dei cittadini, privi di un lavoro e di uno stipendio, di pagare le rate del mutuo, sta crescendo in maniera esponenziale e le banche temono un nuovo terremoto finanziario che affondi i loro conti come successo nel 2007-2008 con il crollo del mercato dei mutui subprime e di Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi del settore. A fine anno le famiglie senza casa saranno un milione in più rispetto a dicembre 2009. E non è un fenomeno da poco perché si tratta come minimo di tre milioni di persone coinvolte e sprofondate in nuova povertà e con poche o inesistenti possibilità di rifarsi perché il prezzo delle case pignorate nel frattempo è salito per il desiderio delle banche di rientrare delle perdite subite. E torniamo così alla questione iniziale, quella dell’impoverimento della classe media alla quale, in America e in Europa, non si presenta nemmeno una opzione politica alternativa, una opzione di “Sinistra”. Oggi i partiti che si definiscono di “Sinistra” danno l’idea di voler scavalcare a destra i partiti di centro o di destra, auspicando due elementi, come più Libero Mercato e più Concorrenza, come soluzione a tutte le difficoltà, proprio nella fase in cui essi hanno dimostrato la loro aleatorietà e la tendenza invece a peggiorare le cose e diffondere più povertà.

Trilaterals Over Washington, Volume II

Dear Friend,

Trilaterals Over Washington, Volume II was the definitive analysis of the Trilateral Commission authored in 1980 by myself and the late Antony C. Sutton. You cannot understand today's global economic turmoil unless you understand the role played by members of the Trilateral elite.

In 1980, I wrote in Trilaterals Over Washington, Volume II on page 2,

"Normalization of relations with China will dramatically change the economic structure of the world within a few short years as the Trilateral process exploits slave labor in China at the expense of free labor forces in the U.S. and abroad."

Yes, we know they did it. We know how and when they did it. We know why they did it. The historical evidence is perfectly clear and has always been in plain sight. Read the original book and see for yourself. Click below to order the e-book for just $11.95...

Trilaterals Over Washington, Volume II

Or click here to see additional information about the book.

Unless the 37 year-old Trilateral hegemony over the U.S. Executive Branch is exposed and stopped cold, there is no hope of a retun to economic normalcy.

Trilaterals Over Washington, Volume II has been out of print for many years, and is only available here. When your order is completed, you can immediately download the e-book and read it using Adobe Acrobat or a compatible reader.

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Yours for Liberty,

Patrick Wood, Editor
The August Review

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Des solutions sociales nouvelles

Des solutions sociales nouvelles
Les éditoriaux de Jacques Cheminade

A la séance du Parlement du 8 février 1893, sur l’affaire de Panama, Jean Jaurès dénonçait une « décomposition sociale » fomentée par la « puissance de l’argent ». Face « à un Etat nouveau, l’Etat financier, qui a surgi dans l’Etat démocratique », il appelait à « des solutions sociales nouvelles ». C’est ce que j’ai moi-même mis en cause en 2006, en lançant ma campagne présidentielle contre « les puissances de chantage du fascisme financier ». C’est aussi le sens du mouvement de masse contre la « réforme » des retraites, soutenu par 69 % des Français.

Deux choses sont essentielles. La première est que cette « réforme » n’est qu’un premier pas vers une austérité sociale bien pire. La seconde est que, faute de perspective politique réelle fournie par les partis, le mouvement deviendra vulnérable aux provocations du pouvoir.

Le rapport de la commission Attali 2 prouve notre premier point. Il propose un traitement social de choc traçant « un chemin pour trois présidents de la République d’aujourd’hui à 2020 ». L’ancien sherpa de François Mitterrand entend mettre fin à la prise en charge à 100 % des malades chroniques (cancers, diabète ou toute autre affection de longue durée actuellement couverte). Il veut élargir le non-remplacement d’un fonctionnaire sur deux partant à la retraite aux collectivités locales et à la Sécurité sociale et geler jusqu’en 2013 le point d’indice de leurs salaires. Il prône la mise sous condition de ressources des allocations familiales (remettant en cause le principe d’universalité), le déremboursement de certains médicaments et une hausse de la TVA frappant tous les consommateurs. Ce programme a été accueilli avec satisfaction par Nicolas Sarkozy le 15 octobre. C’est celui des Brüning et des Laval des années trente et de l’administration Obama aujourd’hui : on frappe le peuple et on renfloue les établissements financiers.

Dans les hôpitaux publics, on ne remplace pas les emplois vacants et on « optimise » le codage des actes, augmentant ainsi la facture adressée à la Sécurité sociale, à l’avantage des assurances privées. Abandonnée par la Caisse des dépôts, la Sécu se trouve livrée aux marchés financiers. La Commission et les ministres des Finances de l’Union européenne auront un droit de regard sur les budgets nationaux avant leur adoption par les Parlements de leurs pays. Et ce sont, en France, les cabinets d’avocats et non les hauts fonctionnaires qui examineront les instructions qui précisent l’application des lois. Même notre armée se privatise : le ministère de la Défense fait appel à des entreprises privées pour stocker et distribuer ses uniformes et l’Elysée a commandé une étude sur la sous-traitance du « marché de la guerre », en faveur de sociétés militaires privées.

Face à ce véritable changement de régime, M. de Villepin plaide pour le compromis, son ami Bruno Le Maire espère Matignon, les socialistes s’efforcent de blanchir le libéralisme de Dominique Strauss-Kahn et les centristes nagent dans la rigueur. Jean-Luc Mélenchon, Eva Joly et Olivier Besancenot défendent la justice sociale mais en prônant un environnementalisme suicidaire qui n’en donne pas les moyens. De l’autre côté, Marine Le Pen découvre la loi du 3 janvier 1973 et vilipende l’euro, tout en espérant pour demain, en France comme ailleurs en Europe, un mariage entre la droite et l’extrême-droite béni par son père et assorti de maroquins ministériels et de xénophobie partagée.

Il est bien temps de revenir à Jaurès et à la dimension mondiale du défi pour arrêter cette machine infernale.


Jacques Attali, un idéologue pervers :

Les citations ci-dessous sont tirées de deux livres de Jacques Attali et se passent de tout commentaire :

« Dès qu’il dépasse 60-65 ans l’homme vit plus longtemps qu’il ne produit et il coûte cher à la société. La vieillesse est actuellement un marché, mais il n’est pas solvable. Je suis pour ma part en tant que socialiste contre l’allongement de la vie. L’euthanasie sera un des instruments essentiels de nos sociétés futures. »

Extraits de Jacques Attali, L’avenir de la vie, 1981.
Autre variation sur le même thème :

« Dès qu’il dépasse 60/65 ans, l’homme vit plus longtemps qu’il ne produit et il coûte alors cher à la société ; il est bien préférable que la machine humaine s’arrête brutalement, plutôt qu’elle ne se détériore progressivement.

« On pourrait accepter l’idée d’allongement de l’espérance de vie à condition de rendre les vieux solvables et de créer ainsi un marché.

« Je crois que dans la logique même du système industriel dans lequel nous nous trouvons, l’allongement de la durée de la vie n’est plus un objectif souhaité par la logique du pouvoir.

« L’euthanasie sera un des instruments essentiels de nos sociétés futures dans tous les cas de figure. Dans une logique socialiste, pour commencer, le problème se pose comme suit : la logique socialiste c’est la liberté, et la liberté fondamentale c’est le suicide ; en conséquence, le droit au suicide direct ou indirect est donc une valeur absolue dans ce type de société.

« L’euthanasie deviendra un instrument essentiel de gouvernement. »

Extraits de Jacques Attali, L’homme nomade, Ed. Le Livre de Poche, 2005.


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