martedì 14 settembre 2010

Usurocrazia e sovranità monetaria

Dal Royal Charter del 1694 agli accordi di Bretton Woods del 1944

Usurocrazia e sovranità monetaria


di: Pino Biamonte, Rinascita

Per li occhi fora scoppiava lor duolo;/ di qua, di là soccorrien con le mani/ quando a’ vapori, e quando al caldo suolo:/ non altrimenti fan di state i cani/ or col ceffo or col piè, quando son morsi/ o da pulci o da mosche o da tafani. Con questi versi di terrificante realismo e forte impatto emotivo Dante descrive la condizione degli usurai nel III girone del VII cerchio dell’Inferno. Sfruttatori del lavoro altrui, avidi di denaro e di potere, se ne stanno - moltitudine indistinta e belluina - muti, racchiusi nel loro dolore espresso attraverso le lacrime che sgorgano dagli occhi. Come i cani d’estate dimenano il muso e le zampe quando sono tormentati dalle pulci, dalle mosche e dai tafani, così anch’essi agitano convulsamente le mani per pararsi dalle fiamme e dalla sabbia ardente. Un’impietosa condanna dell’usura, dunque (la legislazione ecclesiastica del tempo paragonava l’usura all’eresia e condannava al rogo chi si macchiava di tale colpa), oggi più che mai d’attualità in un mondo globalizzato che vede il trionfo della finanza apolide usuraria e del grande capitale a scapito del lavoro dei popoli e della solidarietà sociale. Già Aristotele affermava che “il denaro non può procurare altro denaro” e tale enunciato lo troviamo poi sviluppato nel tomismo di età medievale. Il denaro veniva infatti considerato sterile in quanto non poteva generare frutti alla stregua degli esseri viventi o delle piante. Ma cos’è esattamente l’usura? È il denaro ricavato dal mero utilizzo del denaro. Ed Ezra Pound, da annoverare tra i grandi uomini del ‘900, bollava impietosamente taluni governi di servilismo e di sottomissione al signoraggio sulla moneta esercitato dal sistema bancario privato e dalle banche centrali da questo controllate. Una ragnatela speculativa dove l’esclusivo interesse privato strangola la sovranità politica e monetaria degli stati nazionali e l’autodeterminazione dei popoli.
Tale sistema perverso nasce in Inghilterra ad opera dello scozzese William Paterson, mercante, avventuriero e banchiere. Il 27 luglio 1694 Paterson ottiene dal sovrano protestante Guglielmo III d’Orange (al potere dal 1689 come re d’Inghilterra, Irlanda e Scozia dopo la deposizione di suo zio Giacomo II, cattolico. Ancora oggi l’oppressione “orangista”, incentivata e protetta da Londra, contro i cattolici repubblicani d’Irlanda è oggetto di funesta cronaca quotidiana) l’autorizzazione ad operare come banchiere ufficiale del regno. Fonderà la Banca d’Inghilterra, prima banca di emissione privata, che godrà così del privilegio di emettere moneta da prestare ad usura allo Stato (il primo prestito al governo inglese ammonterà a 1.200.000 sterline). Nella sua memorabile sentenza: “La banca trae beneficio dall’interesse che pretende su tutta la moneta che crea dal nulla” vi è racchiuso il nucleo ideologico del significato di signoraggio sulla moneta. È, quindi, a partire da tale data che i governi perderanno la loro sovranità economica e il potere di emettere moneta sarà delegato ad una banca privata. Non faranno ovviamente eccezione gli Usa, che nonostante l’indipendenza dalla madrepatria proclamata con la famosa dichiarazione del 4 luglio 1776, saranno sempre soggetti all’usurocrazia monetaria della Federal Reserve, divenendo ben presto il braccio armato del liberismo mondialista. Con due eccezioni, però, anche se di breve durata per la tragica sorte toccata a chi osò andare controcorrente: Abraham Lincoln e John Fitzgerald Kennedy. Tuttavia, ad onor del vero, già Thomas Jefferson, al tempo in cui ricopriva la carica di segretario di Stato durante la presidenza di George Washington, si era fermamente opposto al progetto di fondazione di una banca centrale privata (la First Bank of the United States) caldeggiato dall’allora ministro del Tesoro Alexander Hamilton. Personaggio ambiguo e contraddittorio (in origine sosteneva esattamente l’opposto, e cioè che la cosa pubblica non potesse essere delegata ad una banca privata poiché questa tutelava esclusivamente i propri interessi), l’Hamilton fu accusato di essere strumento dei banchieri internazionali, probabilmente in combutta con i Rothschild, che proprio in quel periodo, per bocca del fondatore della dinastia, l’ebreo askenazita Mayer Amschel, memore forse della succitata celebre frase del suo predecessore scozzese, aveva sentenziato: “Lasciate che io emetta e controlli il denaro di una nazione e non mi interesserò di chi ne formula le leggi”. Come siano andate poi le cose per il XVI e XXXV presidente Usa è cosa tristemente risaputa. Lincoln sosteneva che il privilegio dell’emissione della moneta dovesse essere prerogativa esclusiva del governo e che il denaro da padrone sarebbe dovuto diventare servitore dell’umanità. L’applicazione pratica di tali principi portò all’emissione di banconote non gravate dagli interessi da corrispondere ai banchieri privati. Il 15 aprile 1865 Lincoln veniva assassinato in un palco del teatro di Washington. Stessa sorte, cento anni dopo, toccava a Kennedy, il quale, cinque mesi prima del suo assassinio, aveva firmato l’ordine esecutivo n. 11110 con il quale il governo aveva il potere di battere moneta dietro copertura argentea. Anche in questo caso lo Stato non pagava più gli interessi alla banca di emissione privata. Un duro colpo al signoraggio bancario che si infranse il 22 novembre 1963. Da allora nessun altro presidente Usa si è più arrischiato a sfidare i Signori del denaro.
Un salto all’indietro, necessario per comprendere anche taluni oscuri risvolti dell’immane II conflitto mondiale, troppo spesso sottaciuti dalla cosiddetta storiografia ufficiale, ci porta ai cosiddetti accordi di Bretton Woods del luglio 1944, sottoscritti dai rappresentanti delle Nazioni scese in campo contro le potenze dell’Asse (per inciso Italia e Germania, “stati canaglia” ante litteram se si dovesse prestar fede all’attuale way of thinking mondialista, avevano ricondotto sotto l’egida pubblica l’emissione della moneta). Per volontà statunitense fu imposto il dollaro come valuta ufficiale per i pagamenti internazionali e moneta di riserva delle Banche centrali, modificando radicalmente il piano originario che prevedeva l’istituzione di una propria unità monetaria, il bancor, che avrebbe soppiantato nel tempo l’oro come strumento finanziario internazionale. Nacquero anche la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, organismi economico-finanziari oggi più che mai tristemente alla ribalta per i loro diktat insindacabili di draconiane politiche liberiste lacrime e sangue che ogni singola Nazione è tenuta ad applicare al suo interno (emblematici sono i casi della Grecia e dell’Irlanda, mentre attualmente è finita nel mirino degli usurai internazionali anche l’Ungheria, rea di non aver provveduto a falcidiare lo stato sociale secondo i desiderata dei poteri forti).
I Signori del denaro e della finanza apolide, fedeli all’insegnamento di Nathan Rothschild: “Compra quando il sangue scorre per le strade, e vendi al suono delle trombe”, hanno poi perfezionato i loro meccanismi di assoggettamento della res publica (politica, economica, sociale) agli interessi esclusivi di un pugno di uomini votati al governo del mondo.
Così gli accordi di Bretton Woods del luglio 1944 hanno segnato l’incipit di un rinnovato e attualizzato sistema di controllo da parte delle trionfanti forze della finanza mondialista sull’economia reale delle singole nazioni attraverso l’imposizione del dollaro come moneta internazionale e come riserva valutaria di tutte le banche centrali.
A tali istituti privati (attenzione, non istituzioni pubbliche come talvolta si tende furbescamente e servilmente a qualificarli), tutti al servizio delle principali banche d’affari internazionali (non fa ovviamente eccezione la nostra Banca d’Italia, banca privata a tutti gli effetti in quanto proprietà delle maggiori banche nazionali e straniere sue azioniste), fa capo il signoraggio sulla moneta, vale a dire il diritto di battere moneta per conto dello Stato, al quale sarà poi prestata dietro pagamento di un interesse. Da tale “cilindro magico” scaturisce il cosiddetto debito pubblico; in altre parole il conquibus che ogni cittadino-lavoratore-suddito deve pagare alla banca centrale del proprio paese per utilizzare la moneta coniata dai banchieri privati (assieme all’altro artificioso parametro conosciuto come PIL si riesce in tal modo ad influenzare e ingabbiare l’intera economia mondiale).
Orbene, dopo le summenzionate “intese” stipulate nella cittadina nordamericana del New Hampshire, nuova tappa cruciale per l’assoluto e incontrastato dominio della finanza apolide sulle economie nazionali sarà la fine del conio tradizionale della moneta e l’inizio del monetarismo virtuale. Il 15 agosto 1971, infatti, Richard Nixon, XXXVII presidente degli Stati Uniti d’America, non potendo più sostenere il peso della convertibilità dollaro-oro sancita a Bretton Woods abolisce tale meccanismo. Una mossa probabilmente dettata dalla richiesta della Francia (governo De Gaulle 1958-1969) agli Usa di convertire senza indugio in oro le montagne di dollari accumulate nei propri forzieri e dal ritiro dei propri depositi in dollari dalle stesse banche nordamericane. In concreto una scelta coraggiosa per riappropriarsi della propria sovranità politica, economica, culturale e militare (uscita della Francia dalla Nato, fine della guerra coloniale in Algeria e relazioni fattive con i paesi dell’est) che sarebbe costata molto cara all’indomito combattente di Lille. L’obiettivo degli “yankee” era ora impedire ad ogni costo che le altre Nazioni-colonia europee ed extra europee seguissero l’esempio francese.
Se ciò fosse accaduto avremmo assistito al crac dell’intero sistema bancario statunitense. Così, fedele al motto “muoia Sansone con tutti i Filistei” o, se preferite, al perverso adagio del “tanto peggio tanto meglio”, la manovra statunitense dell’abolizione della convertibilità oro-dollaro innescò una perniciosa depressione economica a livello mondiale, che ebbe il suo culmine nel biennio 1973-1975 e che richiamò alla mente la grande crisi degli anni trenta, che gli Usa cercarono di superare attraverso il massiccio ricorso all’industria bellica.
Grazie alla trappola di Pearl Harbour tesa ai giapponesi, il presidente Roosevelt riuscì ad ingannare lo stesso popolo americano e a fargli digerire, con “democratica” impudenza, l’entrata Usa nell’immane conflitto, che, a parole, aveva ipocritamente aborrito nel suo programma elettorale (“non una goccia di sangue di giovani americani sarebbe stata versata nel conflitto in corso in Europa e nel mondo”).
Vano fu anche il tentativo di Ezra Pound, dall’aprile al luglio del 1939, di dissuadere Roosevelt dal gettare l’America nella guerra mondiale.
La caduta del muro di Berlino e l’implosione dell’impero sovietico, al di là della retorica fuorviante e dei falsi propositi di libertà e di giustizia sociale per i popoli d’Europa, hanno al contrario determinato il trionfo indiscusso della cupola plutocratica liberista, che sta ora portando a termine il suo disegno di dominio incontrastato sull’economia mondiale, grazie anche alla totale genuflessione e sottomissione della classe politica (di centro, di destra e di sinistra) agli interessi delle forze dominanti. Si è così profeticamente avverata l’arguta sentenza dello stesso Pound: “I politici sono camerieri dei banchieri”.
In nome del Dio Mercato e del profitto estremo si stanno smantellando tutte le conquiste sociali del secolo passato: dal posto di lavoro stabile e duraturo al diritto di sciopero, dalla salvaguardia del potere d’acquisto per stipendi e pensioni allo stravolgimento del sistema previdenziale e sanitario; dall’attacco sistematico e concentrico alla contrattazione nazionale (Fiat docet!) all’imposizione di contratti individuali; dalla “riforma” delle retribuzioni, sempre più relegate nella spirale perversa della produttività senza limiti alla contrazione dei diritti personali e sindacali; dalla criminale restrizione del credito (vedi Basilea 2) alle piccole e medie imprese, all’artigianato e al commercio, con conseguente aumento della disoccupazione, al sempre più massiccio ricorso al lavoro sottopagato o in nero. Le banche non sono certamente estranee a tale logica. Da alcuni anni lo stanno pesantemente sperimentando sulla propria pelle i lavoratori del credito: scorpori, cessioni di rami d’azienda, accorpamenti, fusioni, delocalizzazioni e banconi vari sono oggi il pane quotidiano che i grandi gruppi bancari, divenuti vere e proprie multinazionali, distribuiscono ai propri dipendenti e alla collettività tutta.
È forse lo stesso mercato, come ha denunciato a ragione Claudio Tedeschi dalle colonne de Il Borghese dello scorso giugno, “(…) controllato e gestito dalla finanza internazionale e dai grandi gruppi bancari che hanno portato le borse al tracollo? Lo stesso mercato che è servito alle grandi banche d’investimento (Goldmann Sachs, una per tutte) per mentire, speculare, raccogliere denaro buono e vendere titoli “taroccati” ed i cui dirigenti percepivano stipendi annuali nell’ordine di milioni di dollari, mentre i cittadini truffati perdevano il lavoro e la casa, travolti dallo scandalo dei mutui sub prime? No non intendiamo morire in nome del libero mercato”.
Sì, ribadiamo noi, si tratta della stessa logica del “Libero Mercato über alles” che, soprattutto a partire dall’ultimo quinquennio, sta inesorabilmente trascinando nel baratro anche il mondo del lavoro e della produzione italiani. E se da un lato concordiamo pienamente con la soluzione prospettata dall’articolista riguardo alla nazionalizzazione della BCE e alla creazione di una Banca centrale europea che sia emanazione dei singoli governi per abbattere finalmente il signoraggio sulla moneta, facendo così crollare non solo il costo del denaro ma anche i deficit dei singoli Stati membri, dall’altro noi prospettiamo un ulteriore affondo attraverso la socializzazione delle principali risorse strategiche e produttive delle Nazioni. Solo in questo modo si potrà ristabilire nel Lavoro (colla elle maiuscola) il valore fondante dell’uomo, sulla scia dell’esperienza, breve ma pregnante, della parentesi socializzatrice che l’Italia della RSI sperimentò negli ultimi mesi della guerra: la socializzazione della Fiat (alla faccia dell’odierno “manager” in pullover!), dell’Ansaldo, della Dalmine, della siderurgia, dei tabacchifici e di tutte le maggiori aziende italiane. Un esempio coraggioso di alta socialità che volle riconoscere nel lavoro e nei lavoratori il nucleo fondante dello Stato e della collettività.
È tempo che i popoli prendano finalmente coscienza che non si può morire né per Maastricht né per le mene dei banksters. Due secoli fa Honoré de Balzac, nel suo famoso romanzo Grandeur et décadence de César Birotteau del 1837, affermava: “Non è scandaloso che alcuni banchieri siano finiti in prigione; scandaloso è che tutti gli altri siano in libertà”.

(13 Settembre 2010)

domenica 12 settembre 2010

GLI INNOCENTI E GLI IMPUNITI

IL RESTO DEL CARLINO - LA NAZIONE - IL GIORNO

PRIMO PIANO DOMENICA 12 SETTEMBRE 2010 PAGINA 2

I L COMMENTO

GLI INNOCENTI E GLI IMPUNITI

di MARIO CALIGIURI


OGNI giorno è un bollettino

di guerra. L’episodio di

Padova descritto in queste

pagine conferma che gli orrori

sanitari possono essere considerati

un’autentica emergenza nazionale.

Qualche anno fa l’Associazione

italiana di oncologia medica fece

sapere che tra gli 80 e i 90 morti al

giorno sono causati da errori e

disorganizzazione. Secondo la

stessa associazione, oltre 300mila

sarebbero le persone danneggiate,

con costi valutabili in dieci

miliardi di euro l’anno, pari

all’1% del Pil. Eppure il sistema

sanitario italiano assorbe cifre da

capogiro e nelle regioni queste spese

rappresentano in media i due terzi

dei bilanci. Dopo ogni episodio si

aprono processi, partono ispettori,

si mobilitano commissioni di

inchiesta, si leggono dichiarazioni

allarmate. Ma di questa legittima

indignazione civile poi cosa resta?

Pagano i veri colpevoli? E

quando?

A VIBO VALENTIA nel 2007

morì la sedicenne Federica

Monteleone per una mancanza di

corrente elettrica durante una

banale operazione di appendicite.

Dopo tre anni, il Tribunale ha

condannato otto dei nove imputati.

Le pene inflitte variano da due

anni a un anno e quattro mesi e si

è previsto un rimborso di 800 mila

euro per le parti civili. Questo è

solo il primo grado: poi c’è il

secondo e la Cassazione, con i

tempi della giustizia a tutti noti.

Occorrono commenti? Dopo le

tragedie, i presunti responsabili

spesso continuano serenamente a

svolgere le loro funzioni. Però a

Matera, pochissimi giorni fa, due

medici sono stati sospesi in via

cautelativa dopo che una donna è

morta a seguito di un parto cesareo.

Non mi è sembrata finora una

pratica molto corrente. E’

inevitabile imbattersi in sbagli e

fatalità.

Le responsabilità vanno sempre

valutate a fondo, caso per caso,

senza processi mediatici sommari.

E’ sempre importante stabilire se

certi errori nascano dalla

superficialità, dall’incuria, dalla

disorganizzazione. O se invece

siano il risultato di carenze

strutturali alle quali nemmeno la

buona volontà dei singoli (quando

esiste) riesce a ovviare.

DI SICURO , una maggiore

preparazione, una migliore

distribuzione delle risorse e una più

accurata organizzazione

basterebbero a ridurre le cifre della

tragedia. Mancano i dipendenti?

Difficile sostenerlo, soprattutto in

alcune regioni. Più forte è il

problema dell’organizzazione,

strettamente legato a quello della

selezione dei manager sanitari.

Questo è un punto chiave per

tentare di frenare una mattanza

infinita. Possiamo solo sperare che

il dolore di incolpevoli vittime

serva a muovere qualcosa. Servono

scelte politiche forti.

Altro che governicchi.

venerdì 10 settembre 2010

Partigiani: potrebbe risuccedere?

COSI’ E’ ANCHE SE L”UNITA” NON LO HA MAI DETTO

Questo per avere solo un’idea contro quali personaggi i fascisti avevano a che fare

Ovviamente operando i dovuti distinguo

di Filippo Giannini

Qualche giorno fa un amico lettore, Gianmarco Dosselli mi chiese notizie sull’attentato avvenuto a Milano, in Viale Abruzzi, l’8 agosto 1944. Il signor Gianmarco Dosselli, inviò le notizie a me richieste ampliandole, probabilmente, con altre di fonte diversa, al giornale Bresciaoggi e da qui nuovamente a me rispedite con una diversa interpretazione dei fatti, questi a firma del signor Renato Bettinzioli, probabilmente un redattore del giornale bresciano. Dato che il signor Bettinzioli, a mio modo di vedere ha stravolto i fatti, ritengo mio dovere intervenire. E essenziale una premessa. Dato che l’attentato in questione fu opera di uno o di un gruppo di partigiani, esaminiamo chi erano e come operavano i partigiani. E da ricordare, prima di iniziare, che immediatamente dopo l’8 settembre 1943, da Radio Bari, poi da Radio Salerno e da Radio Napoli, tutte sotto controllo Alleato, venivano lanciati quotidiani appelli incitanti ad uccidere i fascisti. Questo per preparare l’ora del soviet italiano ed eliminare chiunque avesse potuto, in qualche modo, opporsi al disegno comunista. Ed i comunisti si misero immediatamente e diligentemente al lavoro.

Per non perdere tempo anticipo che il partigiano era un illegittimo combattente, in altre parole un fuori legge, quindi, se questo è vero, un fuori legge se uccide qualcuno commette un omicidio.

Ciò premesso, osservo che chiunque per operare nell’ambito legale deve assoggettarsi alle leggi vigenti. Il partigiano operava in codesto ambito? Apriamo il volume riguardante il Diritto Internazionale, a pag. 583 e seguenti, leggiamo: "Il termine legittimi combattenti si riferisce alle persone fisiche che possono esercitare la violenza bellica senza compiere, per questo solo fatto, alcun illecito di diritto internazionale o interno (…)". Mi riferisco alle Convenzioni dell’Aja del 1899 e del 1907 (quindi concepite a quasi mezzo secolo dall’inizio del Secondo Conflitto mondiale, nda) e alla Convenzione di Ginevra del 1929. Per brevità (il lettore che volesse approfondire può consultare il volume da me indicato) riporto: "(Sono legittimi combattenti) purché indossino una uniforme conosciuta dal nemico, portino apertamente le armi, dipendano da ufficiali responsabili e dimostrino di rispettare le leggi di guerra". Il partigiano, almeno per come lo conosciamo e per come più avanti approfondiremo la conoscenza NON rispondeva ad alcuna di queste imperative condizioni: di conseguenza era un illegittimo combattente. I combattenti della Repubblica Sociale Italiana rispondevano a tutte le suddette condizioni, di conseguenza erano legittimi combattenti. Ma le suddette Convenzioni Internazionali prevedevano anche: "Una terza categoria comprende i cosiddetti movimenti di resistenza organizzati in territorio occupato dal nemico. Ai loro membri non è fatto obbligo d’indossare l’uniforme militare: debbono recare un distintivo fisso e riconoscibile a distanza. I loro comandanti devono agire in collegamento con il governo legittimo (?) ed assicurarsi che le armi vengano usate apertamente. Ai combattenti di questa categoria è fatto divieto di agire individualmente, tranne che in casi determinati, nei quali se fatti prigionieri essi devono dimostrare la loro appartenenza al corpo dei combattenti volontari". Poco più avanti, pag. 584, si legge: "Gli illegittimi combattenti vengono ovunque perseguiti con pene severissime e sono generalmente sottoposti alla pena capitale". Poco più avanti ancora, quasi per sanzionare la severità di quanto prescritto, leggiamo: "La rappresaglia si qualifica innanzitutto come atto legittimo (…). La rappresaglia, condotta obbiettivamente illecita, diventa, per le particolari circostanze in cui viene attuata, condotta lecita. Ma tale qualifica non è sufficiente ad individuare la natura giuridica fondamentale. La rappresaglia è, fondamentalmente, una sanzione, cioè una reazione all’atto illecito, e non un mero atto lecito, la cui liceità deriva dall’esistenza di un precedente atto illecito".

Ed ora esaminiamo alcuni esempi di come veniva concepita la lotta partigiana. Come ulteriore premessa è bene ricordare che degli oltre 800 mila legittimi combattenti della Rsi, non uno si arruolò per combattere contro altri italiani, ma solo per contrastare l’invasione anglo-americana che proveniva da sud. Qual’era la tecnica bellica partigiana? E chiaramente espressa dal partigiano Beppe Fenoglio ne Il partigiano Jonny: "Alle spalle, beninteso, perché non si deve affrontare il fascista a viso aperto: egli non lo merita, egli deve essere attaccato con le medesime precauzioni con le quali un uomo deve procedere con un animale". Così il 29 settembre ’43 cadde assassinato il giovane volontario Salvatore Morelli; due uomini nascosti in un cespuglio freddarono il diciottenne studente. Morelli fu solo il primo di una lunga serie di uccisi alle spalle, beninteso. Decine e decine di altri aderenti alla Rsi caddero per mano degli illegittimi combattenti. Per ordine di Mussolini sino a metà del mese di novembre non venne applicato il diritto di rappresaglia. Un elenco sommario dei caduti viene riportato nel libro di E. Accolla Lotta su tre fronti.

A cosa tendevano questi attentati? Le finalità riportate dall’ex fascistissimo poi super antifascista e capo partigiano Giorgio Bocca, fanno rabbrividire; ecco come Giorgio Bocca intendeva la lotta partigiana: "Il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell’occupante, ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio. E una pedagogia impietosa, una lezione feroce". Quale mente diabolica può giustificare una lotta avente queste finalità? Vi ricordate il Presidente più amato dagli italiani, Sandro Pertini quando si recava a rendere omaggio ai martiri delle Cave Ardeatine? Vi ricordate come si guardava attorno per accertarsi che ci fossero le camere per le riprese TV, mentre si asciugava la lacrimuccia che gli sgorgava pietosa? Ma non ricordava, in quel momento, che era stato uno degli artefici della morte di quegli sventurati in quanto uno dei capi del CVdL, quindi uno degli autori dell’ordine dell’attentato di Via Rasella che ebbe come conseguenza la rappresaglia delle Cave Ardeatine? Ma certo che lo sapeva, come sapeva che i tedeschi si sarebbero avvalsi del diritto di rappresaglia! La verità è che tanti furbacchioni sapevano che quei morti avrebbero fruttato onori e prebende. Così a Cuneo, così a Marzabotto, come a Via Rasella e cento e cento altri casi simili. Boia se si è presentato un attentatore, uno solo ad assumersi le responsabilità e salvare gli ostaggi. Per la verità uno ci fu. Quel certo Salvo D’Aquisto, ma Lui non vale: era un fascista riconosciuto.

Ed ora veniamo all’attentato dell’agosto 1944.

Propongo la testimonianza di Franco Bandini, venuto a mancare, purtroppo, pochi anni fa. Bandini fu uno dei più attendibili storici e testimone diretto di quei terribili giorni. Egli ha scritto (Il Giornale, 1/9/1996): "Al principio dell’agosto 1944, gli Alleati sono ormai arrivati agli Appennini, e dai ravvicinati campi d’aviazione i loro cacciabombardieri sciamavano ogni giorno sulle strade della pianura Padana centrale, mitragliando qualunque cosa si muova, perfino il singolo ciclista. L’afflusso di viveri dalle campagne si riduceva quasi a zero e si cominciava a soffrire letteralmente la fame (…). Ed è subito crisi grave per i bambini, soprattutto per i neonati. Le loro madri hanno poco latte. Spinto da impulsi personali e del tutto isolati, che ci rimarranno per sempre sconosciuti, ci pensa un anziano maresciallo della Wehrmacht che quando può e come può fa il giro delle campagne più a portata di mano, si rifornisce di latte e lo parcheggia senza orari fissi, ma sempre nello stesso luogo, all’angolo tra Viale Abruzzi e Piazzale Loreto (…). Attorno al camioncino la folla dei padri e delle madri si divide il latte, con quella fratellanza che viene dalla comune disgrazia. Alle nove una mano inavvertita depone sul sedile della guida il suo ordigno mortale. Nell’esplosione e poche ore dopo muoiono sei bimbi, una donna che non sarà mai identificata e due giovani padri. Tra i tredici feriti gravi altri sei tra bambini, madri e padri, spireranno il giorno dopo, portando il bilancio finale a 15 morti, sette feriti gravi e qualche decina di leggeri. L’unico che se la cava è il maresciallo tedesco, per cui la strage rimane affare italiano al novantanove per cento. Quando un furibondo Comando germanico della Sichereit ingiunge a quello italiano di procedere a una rappresaglia (giusto quanto ha riportato Giorgio Bocca, nda) nella misura di uno per uno. Piero Barini, Prefetto, si dimette, il Cardinale Schuster interviene con slancio e coraggio, e lo stesso Mussolini protesta con violenza. La verità è che la Repubblica di Mussolini e le stesse forze tedesche stanno camminando su un filo del rasoio (…)". Seguendo la regola ormai convalidata, Visone, o chi per lui non rispose al bando che preavvertiva la rappresaglia qualora il responsabile non si fosse presentato. Così il 10 agosto vennero prelevati dal carcere di san Vittore quindici persone e fucilate a piazzale Loreto. Ma il cerchio (che poi fu una spirale) non si chiuse con questo fatto doloroso. Seguirà la rappresaglia alla rappresaglia: i partigiani fucilarono a loro volta 45 militari italiani e tedeschi caduti nelle loro mani (30 italiani e 15 tedeschi).

Quanto riportato è solo un episodio di una faida nazionale che è, ancora, tutta da scrivere. Mi auguro che quanto sopra trattato risulti chiaro il mio dissenso dalla tesi del signor Renato Bettinzioli in quanto, ripeto, confido più nella testimonianza di Franco Bandini che in quella del tanto politicizzato signor Bettinzioli.

Prima di terminare desidero proporre una notizia che, molto probabilmente, è sconosciuta alla maggior parte dei lettori. Riprendiamo il volume Diritto Internazionale e apriamolo a pagg. 794-795 e leggiamo: "(…). L’art. 33 della IV Convenzione di Ginevra del 1949, in deroga a quanto prima era consentito dall’art. 50 dei Regolamenti dell’Aja del 1899 e del 1907, proibisce in modo tassativo le misure di repressione collettiva, di cui si ebbe abuso delittuoso nell’ultimo conflitto (…)". Quindi il Diritto di rappresaglia se era riconosciuto e consentito nel periodo bellico, alla fine del conflitto venne proibito in modo tassativo. Allora chiedo: perché quando detto Diritto era lecito viene continuamente ricordato e condannato, mentre quando il Diritto di rappresaglia, venne tassativamente proibito, i Paesi che ne fanno uso, e tutt’ora se ne avvalgono, non vengono mai ricordati? E mi rivolgo alle rappresaglie commesse dai sovietici in Afghanistan, dagli anglo americani in Corea, in Vietnam, in Irak e, ancora, in Afghanistan. E gli israeliani che per il ferimento o per la morte di un loro connazionale hanno scatenato e scatenano rappresaglie su inermi civili causando morti, feriti e distruzioni.

Spero di avere una risposta a questo quesito, magari dal signor Renato Bettinzioli. Così che, dato che chi scrive queste note ha una sua risposta, possiamo vedere se, almeno su un punto, le nostre idee possano collimare.


giovedì 9 settembre 2010

Time for Helicopter Ben to Drop Some Money

A Solution to the Federal Debt Crisis? Time for Helicopter Ben to Drop Some Money on Mainstream

National Infrastructure Bank: Another Trilateral Ripoff?

National Infrastructure Bank: Another Trilateral Ripoff? PDF Print E-mail
By Patrick Wood
September 9, 2010

Obama’s slick 2010 Labor Day speech that promised an additional Federal stimulus for a sick economy, was a ringer. Here's why -- buried in the $50 bil­lion infra­struc­ture stimulus promise is the fol­lowing statement:

It sets up an Infra­struc­ture Bank to leverage fed­eral dol­lars and focus on the smartest invest­ments.”

Infrastructure Bank? Smartest investments?

Obama would have you think that this was his brainchild, but it is not. It will, however, effec­tively cen­tralize another key area of our economy, namely infra­struc­ture, into a gov­ern­ment run enter­prise that mostly ben­efits the pri­vate capital of the global elite, and in particular, members of the Trilateral Commission.

For a historical perspective, we need to look back to August 2007 during the Bush administration when S.1926 was intro­duced (National Infra­struc­ture Bank Act of 2007) by Sen. Chris Dodd (D-CT) and Chuck Hagel (R-NE).

The failed bill pro­vided for an inde­pen­dent gov­ern­ment entity (think FDIC, for instance) with a five-member board appointed by the Pres­i­dent and con­firmed by the Senate.

In 2009, the Obama Administration promoted similar legislation introduced into the House as H.R.2521 by Rep. Rosa DeLauro (D-CT) to "facilitate efficient investments and financing of infrastructure projects and new job creation through the establishment of a National Infrastructure Development Bank, and for other purposes." [Emphasis added] The Administration was so certain that this would pass (it has not) that the 2010 budget included appropriations for a National Infrastructure Bank. (See Investing for Success, Brookings Institution, p.11)

Dodd him­self called S.1926 a unique and pow­erful public-private part­ner­ship” that would offer a “fresh solu­tion to the chal­lenge of rebuilding the nation’s infra­struc­ture.” It was orig­i­nally to be funded by a $60 bil­lion bond issue which would be then lever­aged with pri­vate cap­ital. Obama’s new twist is to forget the bond and just give $50 bil­lion of tax­payer money directly to kick­-start the NIB.

A public-private partnership in this context is reminiscent of the World Bank's Public-Private Partnership in Infrastructure program (PPPI) whose objective "is to provide capacity building to help client governments create the proper environment to develop successful and sustainable PPPs, as well as to provide technical assistance to client countries in issues related to PPP program design, development, and implementation."

However, the World Bank explains their agenda more fully: "The program initially focuses on core infrastructure sectors– energy, water, transport, and telecommunications– and will progressively cover the main social sectors such as education, health and housing." This may suggest the intended meaning of "other purposes" mentioned above in H.R.2421.

Obama made no men­tion of NIB rev­enue bonds that would be used to pay back loans with by tolls, fees, etc. Most importantly, all infra­struc­ture spending/lending/appropriations would cir­cum­vent Con­gress for­ever more. In fact, the whole affair would be off-agency, meaning that the accounting for it would not show up in the national budget, but would potentially create a huge contingent liability for taxpayers down the road.

So, who were the policy wonks behind the NIB and S.1926 in 2007? (You know it wasn’t Dodd or Hagel!)

Fortunately, the press release on Dodd’s own web­site gives full credit:

“Last year, Sen­a­tors Dodd and Hagel signed on to a set of ‘Guiding Prin­ci­ples for Strength­ening America’s Infra­struc­ture’ devel­oped by the Center for Strategic and Inter­na­tional Studies (CSIS) Com­mis­sion on Public Infra­struc­ture,” said CSIS Pres­i­dent and CEO John Hamre. “These prin­ci­ples were estab­lished to rec­om­mend changes to rebuild America’s decaying infra­struc­ture. CSIS is proud to have helped stim­u­late this impor­tant initiative.

Proud, indeed!

This trai­torous and glob­alist think tank was orig­i­nally estab­lished by a founding member of the Tri­lat­eral Com­mis­sion, David Abshire. The current CSIS board is stacked with notorious Tri­lat­eral Com­mis­sion mem­bers like Zbig­niew Brzezinski, William Brock, Harold Brown, Richard Armitage, Carla Hills (archi­tect of NAFTA), Henry Kissinger, Joseph Nye, James Schlesinger and Brent Scow­croft.

This supposedly "bi-partisan" S.1926 was subsequently co-sponsored by twelve other senators including Hillary Clinton and, you guessed it, then-Senator Barrack Hussein Obama. This is one more piece of evi­dence that both Clinton and Obama operate solidly within the Tri­lat­eral orbit.

There is no argu­ment that the U.S. infra­struc­ture is a sham­bles. The Amer­ican Society of Civil Engi­neers esti­mates that it would take $1.6 tril­lion to fix it. The final tab will be much higher.

Of course, nei­ther the Feds nor the states have that kind of money but the Trilateral Commission has repeatedly proven its ability to sucker the tax­payers into paying for the Commission's global trade schemes… in this case, the final imple­men­ta­tion of NAFTA (North American Free Trade Agreement) trade routes throughout the U.S.

As reported in my detailed 2005 report, Toward a North American Union, NAFTA was created in the first place exclusively by members of the Trilateral Commission: George H.W. Bush, Carla Hills, Bill Clinton and Al Gore.

In recent years, NAFTA's infrastructure grid has been developed and plotted by an organization known as the North America Corridor Coalition, Inc. (NASCO).

The recently updated NASCO web site shows a plethora of infrastructure plans that are tightly integrated with the implementation of NAFTA, which will undoubtedly be brought into play through the new National Infrastructure Bank.


Citizen revolts in Texas and Oklahoma in 2007-2008 were successful at smacking down the infamous Trans-Texas NAFTA Super-Corridor along I-35. This likely will not happen again.

Such pesky citizens and their state governments will be rendered irrelevant with decisions being made at the national level by a pri­vate board that will operate behind closed doors with little or no public input or recourse. The Brookings Institution explains it this way:

"Multi-jurisdictional projects are neglected in the current federal investment process in surface transportation, due to the insufficient institutional coordination among state and local governments that are the main decision makers in transportation. The NIB would provide a mechanism to catalyze local and state government cooperation and could result in higher rates of return compared to the localized infrastructure projects." (ibid, Brookings Institution)

Thus, where local and state government cooperation is lacking, the NIB would "catalyze" projects and make them happen in spite of such "insufficient institutional coordination".

In short, the NIB scheme sets up the American taxpayer for yet another pil­lage and plunder operation at the hands of the Tri­lat­eral Commission and their global elite cronies. When projects fail, taxpayers will pay for that as well.

S.1926 did not pass in 2008 and H.R. 2521 did not pass in 2009, but now that Obama has put it at the top of his agenda, it will likely pass before December 31, 2010. Or… Obama could simply create it by fiat through an Exec­u­tive Order!

How much more Trilateral abuse can the taxpayer's Treasury endure before the whole economic system in the U.S. just collapses from exhaustion? No one can say for sure, but it seems awfully close to this writer!

Unfortunately, mid-term elections will do absolutely nothing to reduce the influence of this nefarious and unelected group that quietly hijacked the U.S. Executive Branch as far back as 1976 with the election of James Earl Carter and Walter Mondale, both of whom were early members of the Trilateral Commission. That and every administration since then has been stocked full of Commission members, all eager to promote Trilateral-style globalism and demote U.S. sovereignty and prosperity.

Other resources:

CSIS Commission on Public Infrastructure

North America's Corridor Coalition, Inc.

World Bank: Public-Private Partnership in Infrastructure

National Infrastructure Bank Act of 2007 (S.1926

Investing for Success, Brookings Institution

Toward a North American Union, The August Review

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Patrick Wood is the editor of The August Review, The August Forecast and is Executive Director of Idaho for Sovereignty and Free Enterprise (Idaho-SAFE).

Two job opportunities at the Bretton Woods Project

Two job opportunities at the Bretton Woods Project

The Bretton Woods Project is looking for two motivated individuals to join its dynamic team. These positions offer an exciting opportunity to make a real contribution to changing international financial institutions so they work for poverty eradication, the environment and human rights. The Project focuses on the World Bank and the IMF to challenge their power, open policy space, and promote alternative approaches. We serve as an information provider, watchdog, networker and advocate.

*** Please forward on to your networks, colleagues, and contacts ***


1) Research assistant (paid internship)

The purpose of this role will be: to provide research and administrative support in relation to our work on reform of the World Bank.

Location: London, UK
Remuneration: £14,287 per annum + contributory pension
Six-month contract (with a possibility of renewal for a further six months, depending on performance)
Deadline: Sunday 26 September 2010
Interviews will be held the week of the 18 October 2010
Candidates without the right to work in the UK will not be considered

Further details and application instructions can be found at: http://www.brettonwoodsproject.org/jobs

Inquiries: jobs@brettonwoodsproject.org


2) Research and communications officer

The purpose of this role will be to: coordinate and drive forward the organisation's communications work in conjunction with our management team; assist with monitoring of and issue-based research on the World Bank and relevant economic justice issues; support fundraising and report writing; and assist with the efficient running of the Project.

Location: London, UK
Remuneration: £24,706 - £26,450 per annum depending on experience + contributory pension
One year contract (with a possibility of extension)
Deadline: Sunday 10 October 2010
Interviews will be held the week of the 25 October 2010
Candidates without the right to work in the UK will not be considered

Further details and application instructions can be found at: http://www.brettonwoodsproject.org/jobs

Inquiries: jobs@brettonwoodsproject.org

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