venerdì 16 luglio 2010

Social insecurity

[BWP alert] Social insecurity


This report aims to raise awareness of private financial institutions’ influence on healthcare and pensions in developing countries. ‘Financialisation’ – the expanding systemic power and scope of finance and financial markets and actors – has persisted, even through the financial crisis, without adequate debate or scrutiny. It argues that the privatisation reforms have failed to adequately address the social risks of old age, poverty and poor health. Far from increasing efficiency, the reforms have proved costly and have drained public resources through lavish tax incentives and significant administrative and regulatory expenses. The role of private financial institutions in the reform process are examined by considering two case studies: private pensions in Chile and private health insurance in Argentina. The report concludes that private and poorly regulated financial institutions have played a central role in the failures of the social security reforms to overcome the challenges of healthcare access and old age poverty in many developing countries.

http://www.brettonwoodsproject.org/socialinsecurity

This briefing can also be viewed as a PDF:

http://www.brettonwoodsproject.org/doc/private/socialinsecurity.pdf

This briefing is published by the Bretton Woods Project.

Attilafashion, progetto di Wally Bonvicini, imprenditore


Attilafashion, progetto di Wally Bonvicini, imprenditore.


Abbiamo scelto di incontrarla sul greto del torrente Enza, che divide la provincia di Reggio Emilia da quella di Parma, dove Wally Bonvicini, reggiana della bassa che lavora a Parma da oltre trent' anni, sta fotografando i capi della nuova collezione estate 2011, anche se, come dice lei, non ha più senso legare i prodotti alle stagioni.



«In effetti le fibre che utilizziamo sono tali da potersi indossare tutto l’anno e quando un capo è ben riuscito, prezioso, è un delitto farlo vivere una sola stagione: è bene offrire la possibilità di ordinarlo anche due o tre anni dopo e questo vuole essere un invito ad eliminare i saldi o comunque gli sconti: progettare e realizzare solo prodotti di qualità e come tali senza tempo, sempre attuali perché il vero capo di moda è quello che la moda non segue!

Essere rimasti a produrre in Italia è una scelta che ci ha premiati: riceviamo richieste da tutto il mondo e sempre più di frequente il mercato chiede un prodotto sartoriale, prezioso, rifinito a mano, che faccia stare bene, quindi grande attenzione per la salute della persona.

La scelta di produrre in Cina o altrove, ha sicuramente generato utili importanti per gli imprenditori che sfruttando le lacune della legge hanno potuto continuare ad applicare l’etichetta made in Italy là dove di italiano c’era solo l’ idea, danneggiando chi realmente ha continuato produrre in Italia, ed il danno è di proporzioni catastrofiche perché anziché valorizzare quelle che erano i nostri punti di forza, li hanno sviliti, svenduti, sempre per il vantaggio di pochi a danno di tutto il Paese.

Non si tratta di chiudere frontiere o imporre dazi, assolutamente no, bensì di incoraggiare e sostenere l’ imprenditore che produce in Italia ciò che tutto il mondo ci ha sempre invidiato e cercato di imitare: gioielli, mobili, oggetti, abiti, cibo.

La piccola imprenditoria che è la vera ricchezza del paese, la sola che paga le tasse perché le grandi aziende hanno scelto di pagarle in Irlanda oppure in Olanda, comunque in un paese dove al massimo pagano il 5%, è vessata a 360°.

Può sembrare un' affermazione azzardata ma si provi a pensare alla concorrenza delle grandi che vanno a produrre altrove, magari sfruttando finanziamenti a fondo perduto, che accedono ad ogni forma di informazione e continuano a beneficiare del made in Italy. Si pensi alla difficoltà di accesso al credito e si pensi al trattamento che le banche hanno riservato alle piccole aziende nell’ultimo trentennio, quello che mi riguarda: anatocismo, usura, commissione di massimo scoperto per arrivare ai derivati con i quali hanno toccato l'apice della fraudolenza vendendoli a imprenditori che riponevano fiducia in loro e spacciandoli quali prodotti assicurativi che avrebbero dovuto tutelarli dalle variazioni dei tassi e si sono rivelati prodotti truffa che mai avrebbero potuto generare utili se non per la banca e in molti casi hanno portato al fallimento dell’azienda senza nessuna conseguenza per la banca omicida perché di omicidio si tratta.

Il sistema bancario che dovrebbe essere partner delle aziende ne genera il fallimento e nessuno o pochi hanno il coraggio di intervenire perchè il loro è un potere immenso che affonda le radici nella massoneria, ma non in quella illuminata bensì in quella bieca, ammalata, assetata di potere, che porterà ad un declino irreversibile il Paese.

Quando nel 1993, i Signori Prodi, Ciampi e Draghi, sul famoso «Britannia» messo gentilmente a disposizione dalla Regina d’Inghilterra, svendettero il Paese, gettarono le basi dell’attuale declino e su quelle stesse basi hanno costruito il nulla cioè la finanza allegra. Le banche hanno dato il colpo finale: anziché sostenere le aziende le hanno vessate condannandole a debiti eterni, sempre più rilevanti.

La forza, il coraggio e l’amore per la propria azienda hanno spinto i piccoli imprenditori ad unirsi per diffondere conoscenza e siamo ormai tantissimi in tutta Italia e ci riuniamo a Roma ogni 20 giorni per diffondere conoscenza, per far comprendere ai cittadini che la grande crisi oggi come nel 29 l’hanno generata le banche e che dalle stesse ci si può e deve difendere. La nostra associazione, il Forum anti-usura bancaria, accoglie quanti hanno bisogno di aiuto e accoglie chi questo aiuto può darlo e con la diffusione della conoscenza la piccola imprenditoria e non solo, acquisirà la consapevolezza di potersi difendere dallo strapotere bancario.

Sì, noi piccoli imprenditori italiani dobbiamo realizzare prodotti splendidi, dobbiamo riuscire a venderli, farci pagare, se poi vendiamo all’estero dobbiamo anche dimostrare che la merce è andata realmente all’ estero altrimenti ci fanno pagare il 40% sulla base imponibile, poi dobbiamo difenderci dal fisco, da Equitalia e dalle banche che dovrebbero essere il nostro partner per eccellenza.

Fisco equo, banche eque, e politici che indipendentemente dal colore non sprecano il denaro dei cittadini e percepiscono retribuzioni proporzionate ai risultati ottenuti: il Paese risorgerebbe, ma pare che sia un obiettivo che poco interessa a chi a suo tempo il paese lo ha svenduto: non dimentichiamo che le più belle aziende italiane sono finite in mano straniera e l’immenso patrimonio immobiliare di Eni è finito nella avide mani della banca d’ affari Goldman Sachs, che ancora oggi, in piena crisi mondiale, raccoglie utili stratosferici, oltre 9 miliardi il primo trimestre 2010.

Noi del Forum abbiamo il dovere di diffondere conoscenza, abbiamo l’ambizioso obiettivo di diffondere conoscenza, in maniera semplice, chiara, a tutti comprensibile, perché armare il popolo di conoscenza significherà diventare invincibili.

wally@attilafashion.it www.attilafashion.it

Cosentino: wikipedia cancella la risposta scritta

Cosentino: wikipedia cancella la risposta scritta


Wikipedia cancella disperatamente e continuamente la seguente frase dalla pagina di Cosentino (in grassetto):

"Le dimissioni di Cosentino hanno fatto seguito, inoltre, alla scelta operata dal Presidente della Camera Gianfranco Fini di calendarizzare, per la settimana successiva al giorno della presentazione delle dimissioni, la mozione di sfiducia (firmata da Partito Democratico, Italia dei Valori e Unione di Centro) a carico dello stesso Cosentino.[11] L'ultimo atto notevole di Cosentino, prima delle dimissioni, consiste nella risposta scritta alla interrogazione presentata dall'On. Mecacci nel 2008 sulla delicatissima questione del signoraggio. [12]"

DOMANDA: CHI CENSURA I RIFERIMENTI AI DOCUMENTI PARLAMENTARI UFFICIALI CHE PARLANO DI SIGNORAGGIO E PERCHE'?
CHI STA DIETRO A WIKIPEDIA-ITALIA ?

Ricordiamo inoltre che WIKIPEDIA ha cancellato decine di volte il riferimento bibliografico al testo del procuratore generale Bruno Tarquini (La banca, la moneta, l'usura - la costituzione tradita) dalla pagina sul signoraggio... Nella versione inglese di wikipedia invece non c'è questa signoraggio-fobia, perché?

Rietiamo: CHI SI NASCONDE DIETRO ALLA CENSURA IMPOSTA SU TUTTI I RIFERIMENTI AL CRIMINALE RACKET DEL SIGNORAGGIO PRIVATO?
E' ora che la magistratura indaghi seriamente sul fenomeno, per unire i puntini sui mandanti di WIKIPEDIA ITALIA: sui WIKIPEDOFILI.

Central bank admissions of market manipulation

FT stumbles into central bank admissions of market manipulation

Section:

Puzzle over Banque de France's Lehman Role

By Henny Sender
Financial Times, London
Wednesday, July 7, 2010

http://www.ft.com/cms/s/0/7834dc62-89e5-11df-bd30-00144feab49a.html

When Lehman Brothers engaged in the Repo 105 deals that flattered its balance sheet to the tune of $50 billion, a string of powerful banks acted as counterparties. But according to financial experts sifting through the Lehman wreckage, there was one surprising name on that list: the Banque de France.

In the final months before Lehman's demise, the Financial Times has learnt, the French central bank was often on the other side of the bank's deals, taking collateral in the process.

The reason for its involvement as a counterparty is unclear.

There is no suggestion that it was seeking to present Lehman's balance sheet in a better light. But its presence as a counterparty raises questions about the roles played by central banks in markets and how much of that activity should be made public.

The Banque de France continued to cut deals with Lehman even as other private sector enterprises were cutting their ties with the bank -- or demanding "ridiculous levels" of compensation to engage in such dealings, according to internal Lehman e-mails included by Anton Valukas, the Lehman Examiner, in his report.

When Lehman collapsed, the French central bank, like the private-sector participants, was forced to unwind the deals, selling the collateral it had taken as part of the counterparty transactions. It did this for a profit, which then went to the Lehman estate, according to financiers involved in these deals.

The French central bank has not commented on this deal in public and declined to do so when contacted by the Financial Times. However, the saga points to a wider aspect of modern global financial markets. For while private sector banks' repo deals have grabbed attention, in fact central banks have long engaged in repo transactions, swaps, and other financial dealings -- not just with each other but with the private sector.

These opaque deals, sometimes struck by central banks to maintain confidence in the health of troubled institutions, can have an unseen impact on the behaviour of markets.

The best-known examples date from a couple of decades ago.

In one case, the Bank of Japan and the Bank of England engaged in repo transactions that kept Salomon Brothers alive after it was indicted for its behaviour in the US government bond markets.

Central banks have also sought to shore up the balance sheets of other central banks and to stabilise markets, as the US did with Mexico in the 1990s.

"Such manipulation is not uncommon and practised by central banks, financial institutions, companies, and countries," said Gunter Baer, former superintendent of the Bank for International Settlements, the "central banks' central bank."

The issue has come to the fore again as the eurozone debt crisis has unfolded.

In October 2008 amid the turmoil that followed Lehman's collapse, the National Bank of Hungary disclosed that it had entered into a E5 billion repo line with the European Central Bank, giving the cash-strapped government a source of funding.

It was only in May this year that the Hungarian central bank disclosed that it had converted half of that line into a swap line in January, in order to secure access to foreign exchange.

"For months it was never disclosed," one senior ECB official said. "In principle, it could have been used at the government's request."

Government officials and economists disagree over how much should be disclosed about this kind of financial support.

When Mexico was going through its financial crisis in the 1990s, the US Fed and the Treasury engaged in agreements with the Mexican central bank that apparently gave its struggling southern neighbour access to large dollar lines from the US in return for pesos credited to the US.

But it also gave the impression that the Bank of Mexico had large and growing dollar reserves. The fact that the dollars were locked up in New York and that Mexicans could not use the swap lines to access dollars was never disclosed, according to Fed officials past and present.

"In those days, transparency was not as prevalent," said Ted Truman, a former official at both the Federal Reserve and the Treasury and now a senior fellow at the Peterson Institute for International Economics. "We wanted to do a swap line so they could just say they had enough money."

When Argentina came under similar pressure, the BIS stepped in with similar support, Mr Truman said.

In other cases, banks have helped cash-strapped governments through gold swaps, as the BIS did with Yugoslavia in the 1990s, central bankers said.

"Exchange markets tended to assess the ability of central banks to defend their exchange rates on the basis of foreign exchange reserve holdings," Mr Baer said.

Today, such transactions have become less frequent -- and nothing spooks bond market investors more than a sense of incomplete or misleading information.

That, after all, is one of the reasons Greece and Hungary are in the headlines today. The Fed, for its part, decided such transactions were manipulative and has abandoned them, Mr. Truman said.

"Regulators and supervisors have been taking a much closer look at these practices and some of the obvious loopholes have been removed," Mr Baer said. "But by no means has the scope for manipulation been fully removed."

* * *

Lehman Was No Exception for Banque de France

Financial Times, London
Thursday, July 8, 2010

http://www.ft.com/cms/s/0/12d93f94-8abb-11df-8e17-00144feab49a.html

Sir:

With reference to your report "Puzzle over Banque de France Lehman role" (July 7):

Central banks, in the conduct of monetary policy, or in the management of their reserve portfolios, regularly conduct transactions with a large number of international commercial and investment banks. Banque de France is no exception in this regard.

All central banks hold US dollar-denominated assets. As such they engage in counterparty relationships with US-based institutions and their European-based affiliates. For Banque de France, Lehman Brothers was one among a number of counterparties.

Our selection of counterparties and the modalities of our relationships are guided by the sole motive of portfolio management and the protection of our patrimonial interests, for which the central bank is accountable.

Risk management considerations dictate that transactions are concluded with a large number of counterparties, and there has not been any specific policy as regards Lehman Brothers.

For the management of its portfolios, Banque de France, like many central banks, conducts a variety of market transactions. Reverse repos are always collateralised by assets, and conducted within the frame of standard market contracts (master agreements) to manage the cash position of the portfolios. These contracts allow one of the parties to trigger an early termination of the transactions when the other party is unable to fulfil its obligations.

Regarding Banque de France's past operations with Lehman: first, monetary policy -- when Lehman Brothers Paris was put under administration, Banque de France sold in the market the collateral pledged by Lehman, and the excess over the compensation payment was returned to the administrator of the bank. We communicated on these transactions.

Second, reserve management -- the open transactions we had with Lehman's entities in New York and London were terminated according to the terms provided by the different master agreements with these counterparties, and the collateral sold.

Christian Noyer, Governor
Banque de France

Basta il gioco del Monopoli per scoprire i segreti della crisi

IDEA/ Basta il gioco del Monopoli per scoprire i segreti della crisi

Il Sussidiario, 16 luglio 2010


Riprendendo la definizione del Premio Nobel Paul Krugman, il signoraggio corrisponde “alle risorse reali che il governo guadagna stampando moneta che spende in beni e servizi”. La perdita economica di un governo che rinuncia alla propria autorità monetaria, a favore di una banca centrale che genera moneta a debito, corrisponde quindi al 200% del valore facciale della moneta, cioè ai beni e servizi che non può acquistare, più il debito che lo stato deve accendere per approvvigionarsi della stessa quantità di moneta.

A riprova di questo, abbiamo già evidenziato che, seppure lo stato non si approvvigiona di moneta direttamente dalla banca centrale (a parte momenti di straordinario stress finanziario, come quelli che stiamo vivendo), di fatto, nel bilancio della banca centrale, il passivo dovuto al circolante è coperto dai titoli di stato, cioè da un debito che grava su tutti i contribuenti.

Che la situazione sia insostenibile, è reso palese dall’acceso dibattito in corso sull’attuale manovra finanziaria. Certo, non c’è dubbio che molte Regioni debbano limitare molti sprechi. Ma qui non si tratta di valutare gli sprechi, ma di valutare se il sistema economico e sociale verso cui ci stiamo dirigendo sia sostenibile. E che il sistema non sia sostenibile è reso evidente dal fatto che a protestare non sono solo le regioni sprecone, ma anche quelle virtuose, capeggiate dalla Lombardia e dal suo governatore Formigoni.

In tali condizioni, la rinuncia delle Regioni alle deleghe per la gestione di alcuni servizi fondamentali per i cittadini diventa un passo inevitabile. E quale soluzione si affaccia all’orizzonte? Alcuni di questi servizi necessari saranno appaltati a ditte private, che inevitabilmente costituiranno dei monopoli, in grado di far pagare ai cittadini (a questo punto declassati al grado di consumatori) il prezzo imposto, senza alcuna garanzia sulla qualità del servizio offerto, come sempre accade quando si afferma un monopolio.

Il monopolio diviene quindi la modalità con cui si deforma l’economia, non più sottoposta alle leggi di mercato, portando come conseguenza un generale impoverimento della popolazione, con gravi conseguenze per le fasce più deboli.

Per comprendere meglio come il sistema sia insostenibile e fautore di sempre nuovi fallimenti e un impoverimento generalizzato, possiamo prendere ad esempio illustrativo il celeberrimo gioco del Monopoli. Le regole di questo gioco, e la stessa esperienza di gioco, manifestano molto bene la dinamica che sottende a un sistema economico che conduce necessariamente al fallimento di tutti i giocatori, tranne il vincitore.

Il primo elemento notevole da porre in evidenza è proprio la questione monetaria. Per rendere possibile il gioco, non solo inizialmente avviene una distribuzione monetaria gratuita, uguale per tutti: ma con il progredire del gioco, a ogni passaggio dal “Via”, il giocatore riceve una ulteriore donazione monetaria. In tale situazione, non essendoci particolari problemi di scarsità monetaria, i prezzi vengono realmente determinati da una legge “della domanda e dell’offerta”, cioè da quanto un bene (una casella, corrispondente a un terreno), venga desiderato.

Il secondo elemento notevole è che la possibilità di costruire (case o alberghi) sul terreno posseduto, dipende dal possesso di tutti i terreni dello stesso “colore”: questo, di fatto, genera dei monopoli, poiché il numero delle caselle risulta limitato, e con l’evolversi del gioco il numero delle caselle a disposizione diviene scarso. La scarsità delle risorse è quindi un elemento essenziale per il sorgere e il consolidamento di un monopolio.

Il terzo elemento notevole è il fatto che nel gioco del Monopoli le risorse disponibili sono tutte a pagamento: elettricità, acqua, ferrovie. Si tratta di un salasso continuo e sistematico, che chi ha praticato il gioco conosce molto bene. Un salasso che non è possibile contenere, nonostante vi sia stata all’inizio una distribuzione gratuita di moneta, e che questa distribuzione continui con cadenza regolare, a ogni passaggio dal via. Figuramoci se un simile sistema può sostenersi, se pure tutta la moneta è a debito.

E che il sistema non sia sostenibile è reso evidente proprio dalle regole del gioco. Il vincitore è di fatto colui che rimane per ultimo, essendo riuscito a ottenere un qualche monopolio (case e alberghi delle caselle più costose) e avendo provocato il fallimento di tutti gli altri concorrenti. E la pratica del gioco mostra che proprio con queste regole il gioco funziona.

Il gioco del Monopoli, che abbiamo utilizzato per mostrare i limiti dell’attuale sistema economico, ha anche un’altra cosa da dirci. Si tratta della storia del gioco, una storia davvero interessante. Nel 1934 Charles B. Darrow, un ingegnere disoccupato, propose alla casa editrice Parker Brothers un gioco basato sulla compravendita di terreni e di immobili: venne rifiutato. Così Darrow, dopo averlo brevettato, produsse il gioco da solo, mettendolo in vendita in un negozio di Philadelphia: le prime 5000 copie furono vendute molto rapidamente e l’anno successivo la Parker Brothers decise di acquistare il gioco.

Ma l’ideatrice originaria del gioco è una donna americana, una certa Elizabeth Magie, che lo chiamò “The Landlord’s Game”. Magie era una seguace dell’economista Henry George e il gioco era stato concepito come uno strumento didattico per mostrare la fallacità del sistema capitalistico di allora, che generava di fatto dei monopoli.

Il gioco si svolgeva su una plancia composta da 40 caselle disposte a formare un quadrato di dieci caselle per lato. Le quattro caselle d’angolo identificavano il punto di partenza, dove si otteneva anche del denaro, la prigione, il Parco Pubblico, e la casella Vai in Prigione. Al centro di ogni lato è presente una casella che indica una ferrovia. Le restanti caselle rappresentano proprietà da acquistare o tasse/multe da pagare. In pratica la stessa struttura del gioco che Charles Darrow avrebbe poi copiato trent’anni dopo.

Henry George non è stato un economista di secondo piano. Divenne famoso in seguito al libro “Progresso e Povertà” pubblicato per la prima volta nel 1879, un volume prezioso nel quale tentava di spiegare le origini della crisi in corso in quegli anni. Ha ispirato la filosofia e l’ideologia economica nota come georgismo, secondo la quale ognuno ha il diritto di appropriarsi di ciò che realizza con il proprio lavoro, mentre tutto ciò che si trova in natura, principalmente la terra, appartiene a tutta l’umanità.

Ancora oggi i suoi sostenitori diffondono le sue idee attraverso il web. Di notevole interesse è un suo contributo del 1894, sulle cause della crisi economica: proprio in quegli anni una durissima crisi colpiva gli Stati Uniti, e il nostro economista diede un contributo notevole ai dibattiti in corso in quegli anni.

In questo intervento del 1894, George, dopo aver esaminato le diverse possibili cause della crisi, punta l’attenzione su quella che lui ritiene la principale: la crisi del lavoro. Ovviamente, all’epoca non esisteva una questione monetaria (o era una questione di portata ridotta) e soprattutto non esisteva una finanziarizzazione dell’economia, né era concepibile la moneta come strumento finanziario.

Il vero problema erano i monopoli, un problema che comunque ci riguarda da vicino, come vedremo. Infatti, quella crisi del lavoro non era altro che la crisi indotta dalla presenza di monopolisti, proprietari di grandi latifondi terrieri. Per ovviare a questa situazione, George propose una tassa sui latifondi come unica tassa, un sistema che potesse compensare l’abuso di una posizione dominante, l’abuso del possesso di un bene che in realtà doveva essere di tutti.

Nei suoi scritti, continui sono i riferimenti religiosi che lo stesso George utilizza a sostegno delle sue affermazioni. Vale la pena riportare la conclusione del suo scritto del 1894.

“For that would make land speculation unprofitable, land monopoly impossible, and so open to the possessors of the power to labor the ability of converting it by exertion into wealth or purchasing power that the very idea of a man able to work and yet suffering from want of the things that work produces would seem as preposterous on earth as it must seem in heaven”.

“Per questo si renderebbe inutile la speculazione edilizia, impossibile il monopolio terreno, e così si aprirebbe ai possessori del potere di lavoro la possibilità di convertirlo da sforzo in ricchezza o in potere d’acquisto, e l’idea stessa di un uomo in grado di lavorare, e tuttavia nel bisogno delle cose che il lavoro produce, sembrerebbe assurda, come in terra così in cielo”.

Questo è lo stesso assurdo che stiamo vivendo oggi: non manca in realtà il lavoro (nel senso che non mancano cose da fare), né manca la qualità di ciò che produciamo con il lavoro. Quello che sta distruggendo l’economia è un monopolio, laddove gli interessi di chi detiene il monopolio coincidono con una artificiosa rarefazione dei beni che danno il lavoro.

Mancano gli interessi di chi può attivare quei processi che richiedono il lavoro. Un interesse di pochi (monopolisti) contro gli interessi di molti, contro gli interessi del popolo. Un secolo fa, il lavoro era generato da chi possedeva grandi latifondi, dai grandi monopoli dei latifondi. Oggi, il monopolio in grado di generare lavoro è quello della moneta.

L’eccesso di produzione di moneta, finita in prevalenza nei mercati finanziari senza regole, o dove l’unica regola era quella del profitto a tutti i costi (anche a costo del bene comune), ha portato a gonfiare smisuratamente il valore dei titoli finanziari. Oggi, dopo quella sbornia di eccessi, il mercato tenterebbe per sua natura un riallineamento dei valori: quindi i valori finanziari dovrebbero scendere. Ma questo non conviene ai grandi speculatori, e questo non permetteranno le banche centrali, strettamente legate come sono alla grande speculazione. Per questo si stampano fiumi di denaro, per continuare a permettere l’ipervalutazione dei prodotti finanziari.

Ma il gioco comunque non può durare a lungo. Le cose contro natura comunque non funzionano. Il sistema, così come oggi configurato, è destinato al collasso, per un motivo semplicissimo: la stessa moneta è ormai divenuta un prodotto finanziario. Infatti, una sempre maggiore quantità di moneta è destinata alla copertura dei debiti, che sono prodotti finanziari. Di conseguenza, anche la moneta è destinata a svalutarsi. Ma il paradosso è proprio questo: proprio la natura della moneta, oggi definita come passivo nei bilanci delle banche centrali, richiede sempre maggiore moneta, con due conseguenze distruttive: da una parte sempre maggiore debito; dall’altra, sempre maggiore svalutazione della stessa moneta.

In un interessante intervento, pubblicato su queste pagine ieri, di Gabriele Grecchi, uno che, come ammette lui stesso, “storce il naso alla presenza di interventi economici (e non solo) dello Stato nella società”, l’autore scrive che in questo periodo storico servirebbero proprio interventi di stato che, con una espansione del debito, stimolassero l’economia con opere pubbliche e investimenti: “La spesa pubblica limita la contrazione del Prodotto interno lordo, permettendo alle imprese e alle banche di tornare lentamente a essere profittevoli, i bilanci e i conti tornano gradualmente in pareggio”.

Con esempi molto chiari, l’autore mostra come in tempi di incertezza come questi, l’investitore intuisce la fragilità intrinseca del sistema economico e preferisce mantenere la liquidità piuttosto che investirla. Ma i depositi che riposano in banca, come nota Grecchi, “sedendo improduttivamente sul conto corrente in banca non valgono assolutamente nulla: sono pari a carta straccia.” Questa è la realtà di cui rendersi conto. La moneta, per essere tale, deve circolare. Ma la liquidità, come già evidenziato in altro articolo, ha la proprietà opposta della moneta; la liquidità per definizione è ciò che può essere investito in qualsiasi asset: quindi, per definizione, la liquidità si trova normalmente in una condizione di perenne riposo, di non circolazione.

Saremmo pienamente d’accordo con le riflessioni proposte da Grecchi, se fossimo in condizioni normali. Qual è allora il problema della soluzione proposta da Grecchi? Perché un investimento dello stato non può funzionare? Perché il nodo cruciale è il debito che gli stati contraggono: un tratto essenziale di un sistema monetario in regime di monopolio è il fatto che la moneta deve essere totalmente altro rispetto al debito che si contrae.

Se io mi indebito per un chilo di mele o per un appartamento, ho la possibilità di saldare il debito pagando con moneta. Ma in un regime di monopolio, dove esiste un solo produttore di mele (e un regime legislativo con l’imposizione di un corso forzoso, che dà il potere di pretendere il pagamento in mele) se io mi indebito di un chilo di mele e mi viene imposto di pagare in mele, io non ho materialmente altra possibilità se non quella di pagare il mio debito con un nuovo debito.

Allo stesso modo, non è possibile uscire dalla spirale del debito con la moneta emessa solo a debito, e con un sistema bancario che, in forza delle leggi, impone il pagamento con la stessa moneta debito. Questi sono quindi i tre elementi che concorrono al malfunzionamento della finanza e alla distruzione dell’economia reale: il corso forzoso sulla moneta, la moneta debito, il monopolio della moneta. Questo è l’accerchiamento che occorre infrangere.

Il corso forzoso è un anacronismo storico che non ha più motivo di esistere. In un mondo moderno che ormai non può più fare a meno di un evoluto sistema monetario, è sufficiente la certezza del diritto nei pagamenti, per cui un debito o pagamento è sicuramente saldato quando viene pagato tramite la moneta.

Con uno stato che paga in moneta e chiede moneta con le imposte, il più è fatto. Per quanto riguarda la moneta debito, oltre ad essere un obbrobrio giuridico, non permette la corrispondenza tra moneta e realtà, poiché la realtà è densa di cose che sono un bene oggettivo per tutti senza essere un debito per nessuno.

E sul monopolio, non basta che la gestione della moneta, come di ogni cosa inerente al bene pubblico, torni nelle mani dello stato. Penso infatti che una moderna concezione dello stato non possa accontentarsi di una gestione solo centralistica di un bene comune, ma che in questa gestione, così come accade nel settore dell’istruzione e nella sanità, alla gestione pubblica si affianchi la libera iniziativa privata.

Per questo ritengo che, dopo il necessario passo di riappropriazione dell’autorità monetaria da parte dello stato, sia necessario lasciare lo spazio utile alla libera iniziativa per la formazione di sistemi di economia solidale locale, tramite l’utilizzo di sistemi di Moneta Complementare.

La moneta è il cruciale ponte di collegamento tra l’atto giuridico e la prassi economica. Se si vuole veramente che la sussidiarietà diventi lo snodo funzionale dei rapporti tra le istituzioni maggiori e quelle locali, non si può prescindere da una struttura monetaria che sia essa stessa sussidiaria. Questo è precisamente il compito delle Monete Complementari.

Ma cosa accade invece in questo periodo? Quali sono le politiche economiche proposte? Niente investimenti, ma solo tagli, tagli, tagli. E nessuna capacità di previsione, nessun politico che abbia quel minimo di visione necessaria per accorgersi che con i tagli di oggi stiamo tagliando la crescita di domani, lo stato sta tagliando gli incassi fiscali di domani. Il condannato a morte sta lubrificando la corda con cui verrà impiccato. Oppure dovrà svendere i propri servizi sul mercato, con i prossimi monopolisti che sono già lì con la bava alla bocca.

With 10% Unemployment, Depression-Era Time Banks Offer an Alternative

With 10% Unemployment, Depression-Era Time Banks Offer an Alternative Way to Earn

As more people have increasing time on their hands but less money, time exchanges are making a comeback.
Photo Credit: judepics

During the last two great depressions in the U.S., hundreds of thousands (possibly millions) of people organized to meet their basic needs when the mainstream economy and centralized monetary system failed them. Unemployed poor folks got together to create time dollar stores and cooperative mills, farms, health care systems, foundries, repair and recycling facilities, distribution warehouses, and a myriad of other service exchanges.

Many of these were based on the hour as a unit of account, and often everyone’s hour was equal and could either be exchanged for another hour of service or its equivalent in goods.

Modern forms of time exchange, called Timebanks and LETS (Local Employment Trading Systems), have been around since the 1980s. Now, with one in ten Americans unemployed (likely twice that, given recording problems), time exchanges are making a comeback.

Timebanks USA, a system of over 120 timebanks in the U.S. and a few other countries, was developed by activist lawyer Edgar Cahn as a way to help the underprivileged and underserved help each other through an organized system of reciprocity. In the following interview, Cahn explains the basic principles behind timebanks:


Quanto sono “deviati” gli apparati dello Stato?

Associazione Culturale
Falcone e Borsellino

18° anniversario della strage di via d'Amelio

Sistemi criminali
Quanto sono “deviati” gli apparati dello Stato?



Palermo
Sabato 17 luglio 2010
ore 20,30

Atrio della Facoltà di Giurisprudenza
Via Maqueda, 172

Interverranno:

Salvatore Borsellino
Antonio Ingroia
Roberto Scarpinato
Antonino Di Matteo
Alfonso Sabella
Giorgio Bongiovanni
Giuseppe Lo Bianco
Sandra Rizza

Modera l'incontro:
Anna Petrozzi, caporedattrice di ANTIMAFIADuemila


L'associazione ONLUS Funima International parteciperà all'evento www.funimainternational.org


Info: 0734.810526

SEGUI LA DIRETTA STREAMING SU:
www.antimafiaduemila.com www.19luglio1992.com

Ministers restrict EU bank supervision

Ministers restrict EU bank supervision [de] [fr]

EurActiv, 14 July 2010 | Updated: 16 July 2010

EU countries have agreed to impose restrictions on the powers of new EU bank supervisors, it emerged after extended talks ended yesterday (13 July).

Background

EU leaders agreed in June 2009 on the main issues concerning financial supervision and gave the European Commission a mandate to propose a solution for burden-sharing cross-border banks' rescue plans (EurActiv 19/06/09).

The Commission drafted two proposals for financial supervision: a European Systemic Risk Board for macro-prudential supervision (ESRB) and European Supervisory Authorities (ESAs) for micro-prudential supervision.

The ESAs would be divided into three sub-groups to oversee different kinds of financial institution: the European Banking Authority (EBA), the European Securities and Market Authority (ESMA) and the European Insurance and Occupational Pensions Authority (EIOPA).

More on this topic

The three new financial watchdogs created by the European Commission can overrule their national counterparts only if there is a breach of EU law, UK Chancellor of the Exchequer George Osborne told reporters after talks between finance ministers yesterday.

The UK has insisted from the outset that the supervisory trio should not impinge on their fiscal sovereignty, a view that has hampered ministers' negotiations, say EU sources.

Yesterday's outcome comes on the back of a compromise brokered by the Belgian EU Presidency which takes into account British resistance to having their financial regulator overruled by an EU watchdog.

The compromise will allow the new European Supervisory Authority (ESA) to override the regulator if there has been a breach of EU law, Osborne told reporters at a briefing.

"We have restricted the areas of crisis intervention and mediation to areas where the national authority is breaking European law," the chancellor said.

"We made it clear we do not want the ESA to question the discretion of the regulator or affect the day to day supervision of firms," he added.

The watchdogs are under pressure to become operational by January 2011 as they are also due to supervise credit rating agencies.

However, the draft package remains null and void without a green light from the European Parliament.

Last week's vote on financial supervision was postponed until September to buy the Belgian Presidency more time and wait for the ministers' agreement.

Green MEPs are not happy with yesterday's outcome as they would rather see the ESAs overrule the regulator or resolve disagreements between national supervisors where they see fit.

The Parliament's special envoy on the new European Banking Authority, Spanish centre-right MEP José Manuel Garcia Margallo Y Marfil (European People's Party), welcomed the ministers' agreement as "a very big step forward".

Frankfurt vs. London

In addition, the ministers decided that the European Banking Authority should be seated in London, a point that will likely rile MEPs who want the trio of watchdogs to reside in Frankfurt, close to the headquarters of the European Central Bank.

"From a [British] perspective, I think it is significant that attempts to move the banking authority to Frankfurt [...] have been resisted," Osborne said.

"It is sexy to say where the European authorities will be seated, but for me that is not an issue," Garcia Margallo Y Marfil added.

Waiting for stress tests

The ministers' talks also encapsulated the looming results of bank stress tests, which are due to be published on 23 July. The stress tests will show how much banks would lose if the economy were to worsen, financial market conditions deteriorate and borrowing costs soar.

EU regulators have subjected a total of 91 banks to stress tests to examine how they would fare under a 3% drop in GDP and double-digit losses on sovereign debt markets (EurActiv 12/07/10).

According to Belgian Finance Minister Didier Reynders, regulators, co-ordinated by the Committee of European Banking Supervisors (CEBS), will publish the overall results on 23 July, followed by a "breakdown of data" in early August.

A spokesperson from the European Commission explained yesterday that the results to be published later were not part of the CEBS exercise. They are instead the results of separate stress tests carried out by supervisors on banks' foreign subsidiaries.

"In order not to mix the different exercises, it was agreed that the supervisory authorities wishing to disclose the results of stress tests done on foreign subsidiaries will not do so until two weeks after the release of the CEBS results, on 23 July," the spokesperson added.

Earlier this week, the EU's economy chief, Olli Rehn, called for EU governments to prepare financial help for vulnerable banks.

Next Steps

  • 23 July: Bank stress test results to be published.
Hari Naidu, Retired EU official

Il signoraggio colpisce ancora? Cosentino si dimette

Il signoraggio colpisce ancora? Cosentino si dimette

di N. Forcheri


Se partiamo dai seguenti presupposti:

1. qualsiasi politico è per definizione ricattabile, condizione sine qua non per arrivare a ricoprire certe alte cariche;

2. la parola “mafia” – un po’ come “talebano” “alqaeda” e “terrorista” – è talvolta affibbiata a persone che rischiano di inceppare il “sistema”, dai guardiani dello stesso;

3. l’Italia è un paese dalla sovranità praticamente nulla occupato da potentati economico/finanziari le cui cupole sono straniere;

4. tali poteri si avvalgono di prestanomi, complicità affaristiche, e collusioni con il mondo politico istituzionale nella spartizione della torta “res publica”, o bottino;

5. siamo in un regime bancario/assicurativo che ogni giorno stringe la sua morsa sui nostri diritti, le conquiste sociali e le nostre libertà, chiudendo abusivamente il credito alla società civile;

6. tale regime ci costringe nella situazione paradossale di commettere infrazioni – nostro malgrado – alle troppe pletoriche regole connesse alla mission, alla vision e agli obiettivi di tale big corporation bancario-assicurativa (1), dalla logica estranea e ostile all’interesse della collettività;

7. a maggior ragione i nostri politici per gestire politiche che rappresentano profitti di diversi milioni di euro, su risorse primordiali come in particolare acqua, energia, materie prime, semi, farmaci, petrolio, banche dati sensibili, moneta e credito (usuraio), risultano costretti a lottare contro poteri forti e comitati d’affari incommensurabili, invisibili, trasversali, in particolare per la ragione numero 3 di cui sopra;



allora, come non constatare la coincidenza che il nome di Nicola Cosentino, Sottosegretario all’Economia dell’attuale governo dimessosi appena ieri (14 luglio 2010), è stato citato nel nuovo polverone “P3″ appena il giorno dopo (rif. Articolo 8 luglio 2010) la pubblicazione di una risposta esauriente a un’interrogazione scritta del deputato radicale Matteo Mecacci sul signoraggio accompagnata da ben 9 (nove !!!) solleciti e rivolta al Ministro dell’Economia e delle Finanze? Infatti la risposta dimostra, per chi sapesse leggere tra le righe, qualcosa che il sistema bancario-assicurativo internazionale vuole mantenere criptato ai più e cioè che il reddito monetario da signoraggio viene spartito tra i rentier di BCE e BCN, lasciando le briciole agli Stati.

L’interrogazione, del 6 agosto 2008 (Interrogazione e risposta Cosentino) prende spunto da uno scambio intervenuto nell’autunno del 2002, tra Tremonti e l’allora presidente della BCE Duisenberg, scomparso nel frattempo in condizioni un po’ sospette, sul signoraggio delle monetine allo Stato. Duisenberg aveva risposto alla proposta di Tremonti di trasformare le monetine da 1 euro in banconote:
“Mi auguro che il Ministro Tremonti sia consapevole che così perderebbe i proventi del diritto di signoraggio sulla moneta”.
Nell’interrogazione di Mecacci si prende atto del fatto che i diritti di signoraggio erano “storicamente iscritti nei bilanci della Banca d’Italia prima della volontaria devoluzione della prerogativa sovrana alla BCE” e che, in seguito a Maastricht, sono stati “riportati sotto la voce ‘proventi da signoraggio’ del bilancio della BCE”.

L’interrogazione verte principalmente sulla differenza di regime tra l’emissione di cartamoneta, della BCE, e le monete metalliche, dello Stato e, in particolare, sul fatto che queste ultime generano un utile allo Stato, essendo caratterizzate
“dall’inesistenza di un nesso tra l’emissione di moneta e l’interesse proveniente dal possesso di titoli del debito pubblico” poiché non sono utilizzate “per acquistare alcun titolo del debito pubblico”,
alludendo alla farsa delle aste pubbliche dei titoli di Stato monopolizzato da un cartello di “dealer” ritualmente chiamati “mercato” dai media (cfr. Lista dei dealer in Signoraggio, un trompe-l’oeil? ).

La domanda, retorica, sulla base legale per trasferire i diritti di signoraggio ad altro ente giuridico, in caso di trasformazione delle monete metalliche in banconote, contiene un’allusione molto interessante nella frase:
[si chiede di sapere] “se esistano atti o fatti giuridici che trasferiscano il diritto di signoraggio, astrattamente inseribile nel bilancio dello Stato come utile, concorrendo alla diminuzione del debito pubblico, ad altri soggetti giuridici”,
laddove la parola “astrattamente” si riferisce, per gli addetti ai lavori, al fatto che in teoria tale utile dovrebbe essere riconsegnato allo Stato ma che, nella pratica, è trattenuto dai soci di bankitalia, diventati privati dopo il golpe bianco del 1992 e separati di fatto dal ministero del Tesoro dopo il divorzio avvenuto nel 1981,
venendo così meno allo Stato un utile introito per potere rimborsare e/o ridurre quel macigno del debito pubblico fraudolento che dovrebbe essere la principale preoccupazione di qualsiasi governo, poiché esso ci porterà nel baratro del fallimento del paese, rendendoci ricattabili nei confronti del sistema bancario internazionale – i nostri creditori fraudolenti, vedi Grecia – e costringendoci a svendere il demanio e la res publica, cioè le nostre cose.

Nella sua risposta, Cosentino cita scrupolosamente tutta la base giuridica che definisce, spiega e giustifica, la spartizione dei redditi monetari tra BCE/Banche centrali nazionali (BCN) e Stati, ivi comprese le decisioni originali del compianto Duisenberg.

Si apprende quindi che l’8% del reddito monetario totale derivante dall’emissione di cartamoneta va alla BCE, mentre gli interessi su tale percentuale di emissione, chiamati “remunerazione al tasso marginale di rifinanziamento principale” costituiscono (parte del) reddito da signoraggio ripartito tra le BCN secondo una chiave di ripartizione (rif. chiave di ripartizione BCE) e che il restante 92% è ripartito tra le varie BCN in proporzione alle quote di partecipazione al capitale con il citato “capital key”.


Si apprende anche, dalla risposta dell’indagato Cosentino, che la quota di circolazione di cartamoneta assegnata alla BCE è inserita nel suo bilancio come un credito di pari importo da vantare verso le BCN, detratti gli interessi “al tasso marginale delle operazioni di rifinanziamento principale”: se ne deduce che la BCE si appropria dell’8% del valore facciale di tutta la cartamoneta circolante. Tutto ciò è spiegato bene nella decisione della BCE, rif. ECB/2001/15, a firma del deceduto Duisenberg e successivamente emendata da altre 5 decisioni, di cui l’articolo 2 della bce/2005/11 che recita:
La decisione BCE/2001/15, del 6 dicembre 2001, relativa all’emissione di banconote in euro fissa la distribuzione alle banche centrali nazionali (BCN) delle banconote in euro in circolazione in proporzione alle quote versate del capitale della BCE. L’articolo 4 della decisione BCE/2001/15 e l’allegato alla medesima attribuiscono alla BCE l’8 % dell’ammontare totale delle banconote in euro in circolazione. La BCE detiene saldi creditizi interni all’Eurosistema nei confronti delle BCN in proporzione alle quote di queste nello schema di capitale sottoscritto, per un valore equivalente all’ammontare delle banconote in euro che la stessa emette.
Si legge poi un controsenso che mette in luce la dissimulazione rituale sul reale significato di signoraggio e cioé che gli interessi sulla quota dell’8% assegnata alla BCE costituiscono “reddito da signoraggio della BCE” – mentre il capitale è iscritto come credito, ma un credito non è un futuro reddito? – distribuito secondo la chiave di ripartizione alle BCN, e che tale reddito può essere trattenuto in parte o totalmente dal Consiglio Direttivo della BCE “qualora la BCE avesse un utile netto inferiore all’importo del signoraggio…”

Ma se gli interessi sull’8% del valore totale della cartamoneta in circolazione sono definiti come il reddito da signoraggio della BCE, come fa la BCE a guadagnare meno di tale reddito? Di quale signoraggio si parla?? Il controsenso deriva dalla definizione – falsa – di signoraggio che non corrisponde agli interessi sulla quota circolante, bensì anche sul capitale iscritto come passività.

Sempre dalla risposta del dimissionario Sottosegretario all’economia, N. Cosentino, si apprende che il reddito sul restante 92% della cartamoneta spetta alle BCN, non senza transitare dalle casse della BCE prima della redistribuzione in funzione del capital key citato sopra. E quel reddito cos’è, se non signoraggio?

E infatti in alcune delle decisioni citate come la bce/2001/16, sempre a firma del compianto Duisenberg, si definisce il reddito monetario di ciascuna BCN conformemente alla formula :
RM = BP × TR,
dove RM: reddito monetario, BP: aggregato del passivo che comprende il totale della cartamoneta circolante e altre passività (depositi), come definito all’allegato della stessa decisione e TR: il tasso di riferimento. Più chiaro di così…

Si apprende infine, dalla risposta retorica alla domanda retorica, che, yes indeed, in caso di sostituzione delle monete metalliche da 1 e 2 euro in banconote, gli utili passerebbero certamente “in termini di signoraggio dagli Stati membri all’Eurosistema”. Ma questo si sapeva.

Il succo quindi è che mentre l’onorevole radicale Mecacci definisce il signoraggio sulla cartamoneta come “interessi sui titoli del debito pubblico” (1), il “fedifrago” Sottosegretario all’Economia, nella sua risposta, rimanda scrupolosamente alle decisioni vigenti della BCE che se ci prendiamo la cura di leggere, fanno capire che quel 92% di signoraggio riscosso dalle BCN corrisponde all’aggregato del passivo (totale valore cartamoneta e depositi) moltiplicato per il tasso applicato. E che la nostra BCN, essendo smaccatamente obbrobriosamente privata (rif. Partecipanti Banca d’Italia ), ecco che si intasca il reddito monetario! Non certo lo Stato. E che tra i privati soci di banca d’Italia fanno eccezione l’INAIL e l’INPS in quanto istituti pubblici ma che come tutti gli italiani sanno, stanno palesemente abbandonando i cittadini con una “bancarizzazione” degli “utili”, cartolarizzazioni varie, pensioni da fame e la campagna di stampa sul trasferimento del TFR ai fondi pensione privati, per citarne solo alcune.

Per concludere, il paradosso è che la cosiddetta nuova “P3″ è accusata di associazione a delinquere e violazione della legge Anselmi sulla costituzione di associazioni segrete, proprio da una magistratura assoldata da un sistema bancario il cui vertice italiano nascondeva i nomi dei suoi soci fino solo al 2005, e la cui cupola internazionale agisce, fa affari, trama, e vive unicamente grazie al segreto, basti pensare al Bilderberg e ad altre associazioni segrete, a cui apparentemente non piace il nostro governo.

La BCE e il sistema bancario si comportano, insomma, come uno Stato (segreto) superiore agli altri stati, esercitando un diritto (segreto) di signoraggio fondamentale del sovrano. Questo diritto poteva essere ceduto a privati solo contando sulla segretezza e il linguaggio cifrato di una élite stecnocratica che ha tenuto ben nascosti i dati, i meccanismi e l’importanza della sovranità economico-monetaria. D’altra parte, lo avesse capito prima, questo pubblico europeo, avrebbe anche capito che la seconda guerra mondiale fu voluta per far accaparrare a Washington (Bretton Woods, 1944) il potere di signoraggio mondiale attraverso il dollaro USA, anch’esso privatizzato attraverso la Federal Reserve. Se avesse invece vinto l’asse nazionalista ROBERTO (Roma-Berlino-Tokyo), il signoraggio su moneta e credito sarebbe rimasto appannaggio degli stati sovrani. Meno male, per i banchieri, che c’erano i partigiani!

Nicoletta Forcheri (15 luglio 2010)

Note:
  1. esempi: eccessi di velocità assurdi, assilli monetari per parcheggi abusivi, passare per servitù abusivamente chiuse, andare in bici sul pedonale, giocare a palla sulla spiaggia, poggiare l’asciugamano o sedersi sul bagnasciuga, camminare tra gli ombrelloni nelle spiagge, pescare durante il giorno, superare i limiti in mare, non pagare il canone per una TV che non si ha, entrare in ZTL in macchina, servire acqua sfusa al bar, vendere cibo casereccio al bar, servire totani e patate o novellame, produrre latte fresco genuino naturale secondo la richiesta del mercato (multe quote latte), non fare vaccinare i bambini, scambiare e vendere semi di piante considerate rare dall’UE e così via dicendo norme sempre più assurde e limitative della libertà personale.
2. ["che ogni anno la BCE riscuote poiché gli stessi sono detenuti nel suo patrimono, buona parte di questi interessi tornano alle banche centrali dei paesi dell'UE che detengono quote proprietarie della BCE stessa"]

Nicoletta Forcheri

giovedì 15 luglio 2010

Terrorismo del deficit e guerra economica

Terrorismo del deficit e guerra economica
di Ellen Brown - 15/07/2010

Fonte: Come Don Chisciotte [scheda fonte]






Le banche di Wall Street sono state salvate dal fallimento da governi che stanno fallendo a loro volta. Ma le banche non stanno ricambiando il favore perché stanno partecipando ad una guerra di classe, insistendo sul fatto che il ceto medio già tartassato possa essere tartassato ulteriormente per far quadrare i bilanci del governo già sovrasollecitati. Tutti i favori stanno andando verso Wall Street mentre Main Street, la gente comune, scivola nella schiavitù del debito. A Wall Street bisogna far pagare la sua parte, ma in che modo?

Il disegno di legge di riforma finanziaria approvato il 25 giugno potrebbe aver ritagliato un qualche genere di protezione per i consumatori ma per Goldman Sachs e la lobby dei derivati il disegno di legge è stata una vittoria netta, lasciando intatto il business delle scommesse di Wall Street. In un articolo pubblicato il 25 giugno su Newsweek dal titolo “La riforma finanziaria rafforza le banche più grandi”, Michael Hirsch scriveva che il disegno di legge “consacra di fatto l’élite finanziaria esistente. Con il disegno di legge è più probabile che diventeranno anche i futuri colossi del sistema bancario”.



Il governo federale e la Federal Reserve hanno anticipato letteralmente migliaia di miliardi di dollari per salvare i grandi giocatori di Wall Street, al punto di mettere a repentaglio la valutazione del credito del governo stesso. Ma Wall Street non ha dovuto pagare nulla per il risanamento. Sono stati lasciati a pagare il conto gli stati e i cittadini. Il 17 giugno, Time ha pubblicato un articolo di David von Drehle dal titolo “All’interno della gravissima situazione degli Stati” nel quale si scrive che la maggior parte degli stati sono ora alla prese con continui deficit nei bilanci che non si vedevano dagli anni Trenta. A differenza delle banche di Wall Street, che possono prendere a prestito dai fondi federali al tasso incredibilmente basso dello 0,2% e reinvestire quei soldi nella speculazione, gli stati non hanno accesso alle linee di credito. Devono prendere denaro a prestito tramite l’emissione di obbligazioni e numerosi stati sono così vicini al fallimento che la valutazione dei loro titoli sta crollando. A peggiorare le cose, agli stati non è legalmente consentito di essere insolventi. A differenza del governo federale, che può indebitarsi all’infinito, gli stati devono far quadrare i loro bilanci e non possono emettere valuta propria. Questo li mette sullo stesso piano della Grecia e di altri paesi europei pieni di debiti, ai quali è vietato, secondo le normative dell’Unione Europea, emettere valuta propria o prendere a prestito denaro dalle proprie banche centrali.

Gli Stati, naturalmente, non hanno una propria banca di proprietà pubblica, con un’eccezione – il Nord Dakota. Il Nord Dakota è inoltre l’unico stato che può sfoggiare un avanzo di bilancio, e il livello più basso di disoccupazione e di morosità nei mutui immobiliari. Come osserva von Drehle, “E’ una cosa meravigliosa essere il Nord Dakota”.

La gran parte degli stati è alle prese con gravi e croniche insolvenze, il che li colloca nella stessa trappola del debito della Grecia: sono stati obbligati a licenzare i dipendenti, vendere i beni pubblici e cercare dei modi per riscuotere altre imposte da una popolazione già sovratassata. E la loro situazione è destinata a peggiorare, dato che il pacchetto di incentivi del governo federale verrà presto tagliato, insieme agli aiuti agli stati.

Il governo federale non sta solamente lasciando all’asciutto gli stati ma minaccia di imporre addirittura altre tasse ai cittadini che ormai si trovano in seria difficoltà. Paul Volcker, ex presidente della Federal Reserve e attuale consigliere economico alla Casa Bianca, ha detto in aprile che il Congresso deve tenere in considerazione l’IVA – una tassa imposta ai vari livelli di produzione sui beni di consumo. Attualmente un’IVA al 17,5% viene imposta in Gran Bretagna, mentre è stato proposto un suo innalzamento al 20%, mentre alcuni paesi dell’Unione Europea hanno già un’IVA al 25%. In Europa, perlomeno i cittadini ricevono qualcosa in cambio dei loro soldi, tra cui un’assistenza sanitaria finanziata dalla federazione ma questo non avverrà così facilmente negli Stati Uniti dove addirittura l’aggettivo “pubblico” per l’assistenza sanitaria non compare più nel programma. L’IVA colpisce in particolare i ceti medi e bassi, dato che questi spendono la maggior parte delle loro entrate in beni di consumo. I ricchi, d’altro canto, investono buona parte dei loro soldi in attività speculative, che al momento non vengono tassate.

Ciclo econonomico o guerra di classe?

Ismael Hossein-Zadehi , che insegna economia alla Drake University nello Iowa, definisce l’intera crisi economica una guerra di classe. Quello che è stato descritto come debito pubblico è iniziato come debito privato di speculatori finanziari che l’hanno scaricato sulla gente. I governi che hanno salvato questi speculatori insolventi sono diventati a loro volta insolventi ma le banche che sono state tratte in salvo, piuttosto che tendere una mano in cambio, hanno preteso la loro fetta di torta, con pagamento per intero. I responsabili stanno dando la colpa alle vittime e insistono sulla “responsabilità fiscale”. I banchieri di Wall Street stanno dettando i termini della restituzione dei debiti che loro stessi avevano contratto.

“Responsabilità fiscale” significa un taglio alla spesa, un fattore che è intrinsicamente deflazionistico nel corso di una recessione, come abbiamo visto nelle disastrose politiche del presidente Herbert Hoover del periodo depressionario. Non furono solamente i repubblicani a sbagliare. Nel 1937, il presidente Franklin Roosevelt tagliò anch’egli la spesa pubblica, riportando l’economia di nuovo in recessione. I tagli alla spesa provocano la riduzione delle entrate fiscali, che hanno come risultato ulteriori tagli alla spesa. Contrariamente a quanto ci è stato detto finora, i governi nazionali non sono come le famiglie. Non devono far quadrare i loro bilanci e “vivere dei propri mezzi” perché essi hanno gli strumenti per aumentare l’offerta monetaria. Non solo hanno gli strumenti ma devono partecipare alla spesa pubblica quando l’economia privata si sta riducendo, per continuare a far girare l’economia. Praticamente oggi tutto il denaro ha origine sotto forma di credito creato dalle banche o di debito. E oggi l’offerta monetariasi sta riducendo ad un ritmo che non si vedeva dagli anni Trenta perché la crisi bancaria ha reso sempre più difficile ottenere credito.

Tuttavia, invece di “rigonfiare” l’economia collassata i governi nazionali stanno insistendo sulla responsabilità fiscale, e la responsabilità viene messa tutta sugli stati, sul lavoro e sulle classi produttive. Buona parte degli speculatori finanziari che hanno provocato il crollo la farà franca. Non solo non pagano nessuna imposta sugli acquisti e le vendite dei loro “prodotti finanziari” ma pagano anche pochissimo come imposte sul reddito. Goldman Sachs ha pagato un’aliquota effettiva di appena l’1% nel 2008. Il professor Hossein-Zadehi scrive:

“Sta diventando sempre più evidente che la maggioranza dei lavoratori in tutto il mondo ha di fronte un nemico comune: un’oligarchia finanziaria improduttiva che, come un parassita, succhia il sangue economico dei lavoratori, semplicemente operando e/o scommettendo su richieste di proprietà... la vera domanda è quando i lavoratori e le altre vittime dell’ingiusto peso del debito capiranno la gravità di questa situazione e si ribelleranno per liberarsi dalle catene del debito e della depressione”.

I lavoratori non si ribellano perché hanno subito la propaganda di credere che l’”austerità fiscale” è un qualcosa che è necessario intraprendere per salvare i loro figli da un destino ancora peggiore. In realtà quello che è necessario che avvenga in un crollo deflazionistico è spendere più soldi nel sistema, e non ritirarli per pagare il debito federale. Il denaro deve andare nell’economia reale – nelle fabbriche, nelle aziende agricole, nelle imprese, nel mercato immobiliare, nei trasporti, nei sistemi di energia sostenibile, nell’assistenza sanitaria, nell’istruzione. Invece il denaro degli incentivi è stato depredato per risanare i bilanci tossici degli scommettitori finanziari che hanno spinto l’economia in una pericolosa discesa in picchiata.

Pareggiare i conti

Mentre il Congresso va incontro alle esigenze delle banche, gli stati si devono arrangiare da soli. Da dove devono venire i soldi per riuscire nell’impossibile impresa di far quadrare i loro bilanci? Il salasso di una classe di lavoratori già anemica con l’IVA è più probabile che uccida il paziente piuttosto che guarirlo. “A differenza dei paesi dell’Unione Europea, dove l’IVA è la più grande fonte di entrate fiscali”, fa notare il professor Randall G. Holcombe, “gli stati degli Stati Uniti impongono già l’IVA di base con le loro imposte sulle vendite”. Un raddoppiamento non solo ridurrebbe la quantità di denaro che gli stati sarebbero in grado di riscuotere ma ostacolerebbe seriamente il ruolo dell’IVA come generatore di denaro. Entro il 2030, dice il professor Holcombe, questo effetto compenserebbe qualunque aumento nelle entrate del governo provenienti dall’IVA.

Una soluzione più praticabile e giusta sarebbe quella di approfittare dell’unico grande mercato rimasto sul pianeta che oggi non è soggetto a tasse – i “prodotti finanziari” che rappresentano le scorte di magazzino del robusto settore finanziario. Un’imposta sulle transazioni finanziarie nelle operazioni speculative a volte viene chiamata “Tobin tax”, dal nome dell’uomo che per primo la propose, l’economista premio Nobel James Tobin. Il potenziale di una Tobin tax è enorme. La Banca per i Regolamenti Internazioni ha fatto sapere che nel 2008 le operazioni totali sui derivati assommavano a 1,14 milioni di miliardi di dollari. Questa cifrà probabilmente era sottostimata, dato che le operazioni over-the-counter non venivano riportate e la loro dimensione è sconosciuta. Un’imposta di appena l’1% su un milione di miliardi di dollari di operazioni genererebbe 10.000 miliardi di dollari all’anno di fondi pubblici. E questo solamente per i derivati. Ci sono anche le azioni, le obbligazioni e le altre operazioni finanziarie da mettere nel frullatore, e più di metà di queste operazioni avvengono negli Stati Uniti.

Una Tobin tax non genererebbe queste enormi somme ogni anno, perché affosserebbe le operazioni computerizzate ad alta fraquenza che ora compongono il 70% degli acquisti sul mercato azionario. Ma si tratterebbe di una fine meritevole. L’improvvisa discesa di mille punti nel Dow Industrial Average del 6 maggio ho fatto vedere al mondo come sia vulnerabile il mercato azionario alla manipolazione da parte di questi sofisticati scommettitori dei mercati. L’intero business del trading ad alta frequenza deve essere fermato, per proteggere i legittimi investitori che stanno utilizzando il mercato azionario secondo il fine per il quale era stato concepito: aumentare il capitale delle imprese. Come ha osservato Mark Cuban in un articolo del 9 maggio intitolato “In quale business si è ficcata Wall Street?”:

“La creazione del capitale per farne business deve essere meno dell’uno per cento sul volume di Wall Street in qualsiasi momento… la mia opinione è che è importante che questo paese tenga Wall Street lontana dal business di creazione del capitale per farne altro business. Che venga fatto con l’utilizzo di imposte sulle operazioni di compravendita, o con la modifica della struttura fiscale sui guadagni in conto capitale in modo che non ci siano tasse sui guadagni in conto capitale sui pacchetti di azioni (di aziende pubbliche o private) detenuti per più di 5 anni, e nessuna imposta sui dividendi pagati agli azionisti che hanno tenuto le azioni in azienda per più di 5 anni. C’è bisogno di farlo, c’è bisogno di far pensare i grossi scommettitori di Wall Street a dei modi per utilizzare i loro capitali per aiutare a far nascere e crescere le imprese. E’ questo il modo in cui si potranno creare posti di lavoro. E’ questo che sarà l’elemento che accelererà l’economia mondiale. Non arriverà dai trader che cercano di entrare illegalmente nel sistema finanziario per guadagnare pochi spiccioli ad ogni operazione”.

Oltre a proteggere i legittimi risparmiatori e gli investitori esentando coloro che detengono azioni per più di 5 anni, questi potrebbero anche essere esentati da una Tobin tax se il totale complessivo degli acquisti di azioni è al di sotto del milione di dollari l’anno. Tutto ciò trasformerebbe letteralmente questa tassa in una tassa per milionari – e davvero irrisoria, a solamente l’1% per operazione.

Nel corso del summit dei G20 a Toronto dello scorso fine settimana, è stato esaminata e appoggiata da Francia e Germania l’eventualità di una tassa sulle transazioni finanziarie ma alla quale si sono opposte Stati Uniti e Canada, anche se non è stato deciso nulla di vincolante. Ad ogni modo, gli stati non devono aspettare il governo federale o il G20 per agire perché potrebbero imporre loro stessi una Tobin tax. Si potrebbe obiettare che gli speculatori di Wall Street riscuoterebbero le loro entrate e andrebbero da un’altra parte, ma le grandi banche e gli intermediari hanno filiali in tutte le grandi città di ogni stato. Difficilmente farebbero le tende e lascerebbero i loro lucrosi centri di business. Né si può sostenere che dovremmo andare incontro ai pirati che stanno saccheggiando i nostri mercati azionari perché ci stanno pagando una bella bustarella, perché non stanno nemmeno facendo quello. Oggi le operazioni finanziarie non generano entrate fiscali.

Due candidati del partito dei verdi per il ruolo di governatore, Laura Wells in California e Rich Whitney in Illinois, hanno inserito una Tobin tax imposta dallo stato nelle loro piattaforme. Entrambi stanno facendo una campagna per avere banche di proprietà pubblica nei loro stati, sul modello della Banca del Nord Dakota. Le persone di tutto il mondo fanno affidamento sugli Stati Uniti per il loro coraggio e l’innovazione, e California e Illinois sono due degli stati maggiormente colpiti. Se questi stati riuscissero a ribaltare le loro economie potrebbero stabilire un modello per una sovranità economica a livello globale.

Ellen Brown
Fonte: webofdebt.wordpress.com/
Link: http://webofdebt.wordpress.com/2010/06/17/deficit-terrorists-strike-in-the-uk-usa-next/
17.06.2010

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di JJULE

BIS swaps seem meant to stretch out paper gold

Reg Howe: BIS swaps seem meant to stretch out paper gold

Section:

12:25a ET Thursday, July 15, 2010

Dear Friend of GATA and Gold:

Reginald H. Howe of GoldenSextant.com, plaintiff in the 2000 federal lawsuit against the Bank for International Settlements for gold market manipulation, analyzes the recent massive gold swaps undertaken by the BIS and figures that they are likely "the latest technique for giving official support to an increasingly shaky gold banking business," a way of "increasing the ratio of paper claims on gold to the underlying amount of available real metal." Howe concludes: "The growing reluctance of central banks to part with whatever gold they have left can only be a positive development for committed gold investors."

Howe's analysis is headlined "Gold Derivatives Update: BIS Swaps" and you can find it at the Golden Sextant here:

http://www.goldensextant.com/commentary37.html#anchor5208

CHRIS POWELL, Secretary/Treasurer
Gold Anti-Trust Action Committee Inc.

Getting gold for China is world's top financial problem

Getting gold for China is world's top financial problem, Rickards tells KWN

Section:

9:40p ET Wednesday, July 14, 2010

Dear Friend of GATA and Gold:

Writing at King World News, James G. Rickards of Omnis Inc. writes that rebalancing world gold reserves away from the West and toward China is the world's biggest financial problem but can't be discussed openly by central bankers. Rickards' commentary is headlined "China, Gold, CNBC, and Wilbur Ross" and you can find it at King World News here:

http://kingworldnews.com/kingworldnews/KWN_DailyWeb/Entries/2010/7/14_Ji...

Or try this abbreviated link:

http://tinyurl.com/3annz2j

CHRIS POWELL, Secretary/Treasurer
Gold Anti-Trust Action Committee Inc.

Big Banks Must Stop Trying to Stall Reforms

Elizabeth Warren: Big Banks Must Stop Trying to Stall Reforms to the Financial System

An interview with finance watchdog Warren, who attacks the pernicious influence of bank lobbies, and worries about the debt-fueled threat to America’s middle class.

Senate Dems are making the final push on financial reform this week, but will big banks really change the way they do business? Or will we still be pawns in a game rigged in their favor? I caught up with Elizabeth Warren to talk about the need to reform Wall Street culture, the pernicious influence of bank lobbies, and the debt-fueled threat to America’s middle class. Warren will discuss these issues and more at this weekend’s Hamptons Institute symposium, sponsored by Guild Hall in collaboration with the Roosevelt Institute (details below).

Lynn Parramore: Has the financial crisis changed the culture of Wall Street?

Elizabeth Warren: I would have expected the financial crisis to sweep through Wall Street like a hundred-year flood — wiping out old business practices and changing the ecology profoundly. So far, the financial services industry has seemed to treat the crisis like a little rainfall — inconvenient, but no significant changes needed. The real question moving forward is how the industry will respond to Wall Street reform and growing public anger. Will it react to all the new cops on the beat just by hiring more lobbyists? Will it continue to spend $1.4 million a day to beat back anything that could mean more accountability and oversight? Or will the financial services industry finally begin to rethink its business models, lobbying approach, and attitude toward the public?

Parramore: Have unregulated financial products slowed our economic recovery?

Warren: Let me put it differently: meaningful rules in the consumer credit market can accelerate economic recovery, I really believe that. Rules would increase consumer confidence and, more importantly, weed out all the tricks and traps that sap families of billions of dollars annually. Today, the big banks churn out page after page of incomprehensible fine print to obscure the cost and risks of checking accounts, credit cards, mortgages and other financial products. The result is that consumers can’t make direct product comparisons, markets aren’t competitive, and costs are higher. If the playing field is leveled and the broken market fixed, a lot more money will stay in the pockets of millions of hard-working families. That’s real stimulus — money to families, without increasing our national debt.

Parramore: Why is marketplace safety so much harder for people to accept than safety in other realms?

Warren: Think about it: cars, toys, aspirin, meat, toasters, water — nearly every product sold today has passed basic safety regulations well in advance of being marketed and sold. But consumer credit is a kind of buyer-beware, wild west. That is partly the result of history. Usury laws that existed since Biblical times, through the colonial period and into the 1980s, provided basic consumer protection. Once those laws were quietly undercut, the industry moved to a tricks-and-traps business model. The big banks would promise something for free, like credit cards or checking accounts, or for very low cost, like teaser-rate mortgages, then make their money on the back-end with fees and interest rate escalation. Most people don’t know they have been fooled until it is too late. Last year, for example, families paid a total of $24 billion on overdraft — mostly on “free” checking accounts. People can see exploding toasters, and the newspapers run plenty of headlines about lead in children’s toys. But smaller hits, day after day hitting millions of people, don’t catch the same kind of attention — even though fixing those hits will help make people much more secure over time.

Parramore: What are the consequences of distrust in the marketplace? How does it affect our social fabric?

Warren: For three decades, the once-solid, once-secure middle class has been pulled at, hacked at, and chipped at until its very foundations have started to tremble. Families have done their best to adjust — sending both mom and dad into the workplace, cutting back flexible spending on food, clothing and appliances, and spending down their savings. When they learn that they have been tricked — a $39 fee that they shouldn’t have to pay or an escalating mortgage that will cost them their home — they start to wonder who wrote the rules that allow that to happen. Distrust spreads everywhere — to industry, to politics, to the institutions that were supposed to make us a stronger country. The costs imposed by a banking industry that makes its money tricking people go far beyond dollars.

Parramore: Have lenders and creditors preyed on our human weaknesses? Do they drive us to be profligate and irresponsible?

Warren: Personal responsibility matters. There are no excuses for those who spend money on things they cannot afford. But it’s a whole lot harder to act responsibly when consumer credit contracts are designed to be incomprehensible, when prices are obscure and risks are hidden. I would like to see a world where families can read their credit terms and easily shop for better deals. When we get to that world, it will be a lot fairer for families to be held to every last clause they agree to.

Parramore: How can consumer trust be restored?

Warren: First, big banks can stop pouring so many resources into blocking meaningful reform. Families have made it clear that they are sick and tired of all the lobbying and that they think enough is enough. From the beginning, I think the Wall Street banks underestimated the furor they would provoke by acting like nothing changed and continuing to lobby just like they did before the bailouts. I also think they underestimated the good faith and trust they could have built by cutting back. Second, we need two-page credit card, mortgage, and overdraft contracts. Until the deals are clear up front, until the fine print is gone and the banks price products so people can see the true costs and risks, consumers won’t trust any lender claims. And I don’t blame them.

Parramore: What is the most important thing ordinary people can do to protect themselves from abusive financial practices?

Warren: Get out of debt. In a world of stagnant incomes and rising core expenses like mortgage and health care costs, that’s a lot easier said than done. The middle class is under enormous pressure. But families can stop the bleeding by reducing their reliance on debt wherever they can. They can also start fighting back by taking a hard look at whom they do business with and rethinking whether they want tricks-and-traps banks to hold their money. They can also demand that public officials take the side of families over the side of banks.

**

NOTE: Join Elizabeth Warren in NY July 16-18 at a special event sponsored by Guild Hall, in collaboration with the Roosevelt Institute. Thought leaders in the arts, the economy, and the media will gather in East Hampton for a can’t-miss symposium featuring Warren, George Soros, Van Jones, plus ND20 contributors Rob Johnson, Jeff Madrick, Editor Lynn Parramore, and more. RSVP today - seats are limited.

Harvard Law School Professor Elizabeth Warren is currently chair of the Congressional Oversight Panel created to oversee the banking bailouts and first proposed a new federal agency for consumer financial products in 2007.

Lynn Parramore is the editor of New Deal 2.0, a project of the Franklin and Eleanor Roosevelt Institute.