domenica 25 luglio 2010

La crisi non è finita: le leggi dell’economia e della vita

La crisi non è finita: le leggi dell’economia e della vita
di
Damiano Mazzotti


Quasi tutti gli uomini della pratica, i quali si credono liberi da ogni influenza intellettuale, sono gli schiavi di qualche economista defunto (John Maynard Keynes, economista atipico che sposò una ballerina russa). E “Il fascino della storia e la sua enigmatica lezione sta nel fatto che, da un’epoca all’altra niente cambia eppure tutto è completamente diverso” (Aldous Huxley).

Il famoso economista Nouriel Roubini ha finalmente scritto un saggio sullo sviluppo delle crisi economiche: “La crisi non è finita” è una pubblicazione elaborata in collaborazione con lo storico Stephen Mihm (Feltrinelli, 2010). Roubini è stato uno dei pochi economisti ad anticipare gli effetti dei punti deboli del capitalismo d’azzardo e del “debitalismo” (gli altri furono Lyndon LaRouche e Palo Sylos Labini). Roubini e Mihm hanno preso in esame il pensiero dei più autorevoli economisti di diverso orientamento dottrinale, per realizzare un’analisi molto complessa e una panoramica molto ampia ed equilibrata dell’attuale crisi economica e finanziaria. Il risultato è un’opera di una bellezza e di una intelligenza così rara e provocante che fa venire i brividi di piacere.

Per i due autori la naturale avidità e libidine per il potere degli esseri umani fu esasperata dai “nuovi sistemi di incentivazione e retribuzione… Negli ultimi venti anni i banchieri e i trader sono stati remunerati sempre più spesso tramite bonus collegati agli utili di breve periodo che davano loro un incentivo a esporsi a rischi eccessivi, ad aumentare la leva finanziaria dei propri investimenti e a scommettere letteralmente l’intera banca su strategie d’investimento straordinariamente imprudenti” (p. 45). Solitamente con la finanza creativa e truffaldina e questi bonus si poteva arrivare a guadagnare più di dieci volte lo stipendio base. Una soluzione per ovviare a gran parte dei problemi potrebbe essere quella adottata dal Credit Suisse: trader e banchieri ricevono i bonus sottoforma di trance dei titoli Cdo che creano (se sono tossici saranno i primi ad intossicarsi).

Comunque il punto di vista di Roubini si può riassumere così: “Errato pensare di essere di fronte ad avvenimenti rari, eccezionali, al passaggio di un cigno nero che prima di ricomparire chissà quanto tempo passerà ancora. Macché. Questo secolo, specie per quel che riguarda le economie emergenti, è disseminato di crisi. Eppure non sono avvenimenti da accettare supinamente, in parte sono prevedibili e in qualche misura anche prevenibili. Va soprattutto compreso quel delicato passaggio rappresentato dal passaggio dal debito privato a quello pubblico. Rimettere a posto le cose ha costi altissimi, si pensi a quel che significa il salvataggio delle banche che in alcuni Paesi ha voluto dire metterle nella lista spese del bilancio pubblico. Le crisi hanno tratti comuni: il boom economico che precede il crollo, un incremento assurdo del valore della Borsa, la deviazione enorme dei prezzi dal valore reale, il rapido accumulo del debito. Chi è il colpevole? Sono in molti. Scarsi controlli delle istituzioni finanziarie, un certo lassismo, distorsioni nel comportamento dei banchieri, agenti di rating disinvolti, la stessa stampa che dipinge una realtà nella quale sembra sia tutto possibile senza accorgersi che molto si regge su un castello di carta. L’errore degli esperti che continuano a pensare alla crisi come a qualcosa di eccezionale e non come ad una regola” (relazione presentata al Festival dell’Economia di Trento, 2010).

In sostanza tutto il settore finanziario è diventato “subprime” e alcuni settori dell’economia sono eccessivamente indebitati e sull’orlo del fallimento: probabilmente la crisi non è dovuta alla carenza di liquidità ma a una profonda mancanza di solvibilità (introduzione). Un dubbio atroce serpeggia tra i diversi istituti bancari che non sanno più di chi fidarsi e potrebbe verificarsi una situazione simile a quella della leggendaria “Operazione Morgan”: nel 1907 “Il mercato azionario andò a picco, e mentre la crisi si propagava incontrollata il banchiere più potente del paese, J.P. Morgan, convocò una serie di riunioni d’emergenza con l’establishment bancario di New York per arrestare la corsa agli sportelli… invitò i banchieri nella sua biblioteca privata; quando vide che non acconsentivano a soccorrersi a vicenda [cioè chi aveva soldi doveva prestarli a chi li aveva finiti], li chiuse in una stanza e mise in tasca la chiave. I banchieri alla fine capitolarono, e la crisi ebbe termine poco dopo” (p. 35).

Quello che ci aspetta a breve è una lunga serie di fallimenti di aziende, banche e famiglie. Ma “una cosa è se vanno a picco le banche, le imprese e gli individui veramente insolventi; un’altra è se gli spettatori incolpevoli di una crisi economica vengono costretti al fallimento perché il credito si prosciuga, strozzando in egual misura innocenti e colpevoli. Per prevenire questo tipo di danno collaterale, nel breve periodo è indicato seguire le regole suggerite da Keynes, anche quando i fondamentali suggeriscono che grossi segmenti dell’economia sono non soltanto illiquidi ma anche insolventi. Nel breve periodo è meglio impedire il crollo tumultuoso dell’intero sistema finanziario tramite una politica monetaria espansiva… prestiti di ultima istanza… stimolando l’economia con un aumento della spesa pubblica e il taglio delle imposte… Ma se guardiamo al medio e lungo periodo, gli austriaci hanno qualcosa da insegnarci. Anche Minsky evidenziò giustamente che la risoluzione di una crisi finanziaria nel medio-lungo termine richiede una riduzione del livello di indebitamento di tutti gli attori economici, dalle famiglie alle imprese alle banche… Analogamente, la socializzazione di queste perdite – attraverso una serie infinita di salvataggi pubblici – è insostenibile, al pari dell’impulso di liberarsi dei debiti cercando di inflazionare la moneta… in effetti, per una risoluzione efficace della crisi recente serve un approccio pragmatico che attinga al meglio dei due schieramenti” (p. 75).

Di certo la politica di Bernanke ha evitato una nuova Grande depressione, ma ha anche incentivato il rischio morale: “Nella corsa a sostenere il sistema finanziario, la Fed (banca centrale americana) ha salvato istituti finanziari sia illiquidi sia insolventi, creando così un precedente che sarà difficile da cancellare e che, nel lungo periodo, potrebbe far crollare la disciplina dei mercati. Questo a sua volta potrebbe creare le condizioni per bolle e crisi ancora più grosse e distruttive” (p. 166). Inoltre sarebbe molto meglio usare il buon senso e prevenire i problemi invece di curarli: “Se il funzionario di una banca centrale, vedendo che le quotazioni dei titoli tecnologici raddoppiano o triplicano nell’arco di pochi mesi, non riesce a scorgere la presenza di una bolla, be’, forse dovrebbe valutare la possibilità di cambiare mestiere” (p. 279).

Poi bisogna prendere in esame anche il ruolo di un paio di organizzazioni molto ambigue e discutibili: il sistema bancario ombra e le società di rating. Il sistema bancario ombra è costituito da molte società che operano come banche senza avere il grado di controllo e regolamentazione delle banche: società di credito immobiliare, hedge fund, broker dealer, fondi del mercato monetario, ecc. Questo tipo di società agivano prevalentemente nella compravendita di debiti, le famigerate cartolarizzazioni, in modo da guadagnare molti soldi dai debiti difficilmente esigibili. In genere le società “conduit” avevano il ruolo di recinto di contenimento e le società “Siv” quello di discarica finale. Le banche tradizionali utilizzavano operazioni con queste società e le iscrivevano fuori bilancio: “Era un po’ come se una casa automobilistica avesse fondato una società fittizia per acquistare le auto invendute parcheggiate nei cortili delle concessionarie” (p. 116).

Invece le società di rating (Moody’s, Fitch, Standard and Poor’s) guadagnano dalla loro attività di attribuzione di affidabilità finanziaria, per cui avevano e hanno un forte interesse a dichiarare le società loro clienti più solvibili di quello che sono. Infatti “alla vigilia della crisi, le agenzie di rating guadagnavano oltre il 50 per cento dei propri profitti dalla distribuzione di rating AAA (i più alti), molti dei quali immeritati, a esotici prodotti finanziari strutturati” (come i terribili collaterali: Cmo, Cdo, Clo). Le agenzie di rating sono troppo poche e hanno troppo potere. Occorre incentivare la nascita di nuove agenzie e deve essere vietata la pratica della consulenza e della “modellizzazione” a tutte queste agenzie. Non è più credibile che una banca che assembli prodotti finanziari e paghi queste agenzie per farsi spiegare come far apparire i titoli più appetibili e di qualità più elevata.

Quindi “A fare paura non sono i cadaveri sulla superficie, ma quelli nascosti sotto la superficie che potrebbero affiorare inaspettatamente. Nessuno sa dove sono seppelliti i cadaveri” (Financial Times, agosto 2007). Tutto ciò ha portato alla difficoltà di credito nel mercato interbancario e al fallimento di alcune banche, poi nazionalizzate. La banca centrale anglosassone è divenuta prestatore di ultima istanza, ma forse non hanno aiutato solo le più meritevoli e “Ogni aiuto concesso adesso ad una cattiva banca è il modo più sicuro di impedire la fondazione di una buona banca” (Mervyn King, governatore della Banca d’Inghilterra, p. 122).

Una prova provata di queste “fosse comuni” è stata fornita recentemente dall’ammissione di colpa della Goldman Sachs nella vendita di Credit Default Swaps: si è accordata di pagare una multa di 550 milioni di dollari per risolvere l’accusa di Frode avanzate dalla Sec (la Consob americana). In sostanza questi titoli consentono di guadagnare a breve termine e garantiscono di perdere a medio e lungo termine. Sono quindi i titoli ideali per i politici e i dirigenti che preferiscono fare la bella vita e scaricare le responsabilità e le perdite sui successori. È anche la tecnica di alcune lotterie che ti fanno vincere piccole somme per spingerti a dilapidare gran parte del reddito. Però in parte sono anche una forma fasulla di assicurazione per cui si possono assicurare beni di altre persone: “acquistare un Cds è come stipulare un’assicurazione contro gli incendi su una casa che non si possiede, e poi cercare di appiccare il fuoco” (p. 237).

E la cosa peggiore è che “le crisi si affievoliscono per poi acquistare nuovo vigore; un periodo di calma può precedere scoppi ancor più gravi di panico e disordine”. Perciò ci saranno nuovi fallimenti bancari e finanziari e come sempre “la difficoltà sta nel distinguere tra le banche che sono semplicemente illiquide (quelle “buone”) e le banche che sono insolventi (quelle “cattive”). Per dirla in altri termini, la sfida sta nel capire quali banche hanno più attività che passività, anche se tali attività non possono facilmente essere convertite in contante, e quali invece hanno più passività che attività, una condizione che di fatto annulla il capitale della banca e la rende insolvente” (p. 122). Così le banche meno virtuose vivranno alcuni mesi come zombie ma alla fine crolleranno a terra e avvieranno le prossime crisi della obbligazioni bancarie e aziendali inesigibili.

Per evitare le problematiche più pericolose bisognerebbe separare le attività delle banche commerciali da quelle delle banche d’affari, perché banche come Citigrup o Goldman Sachs “sono non soltanto troppo grandi per essere lasciate fallire, ma anche troppo grandi per poter esistere e troppo complesse per essere gestite in modo corretto (non sono possibili nemmeno i controlli interni). Francamente, non dovrebbero sopravvivere, o almeno dovrebbero essere indotte a ridimensionarsi” (p. 268). Ma gli istituti finanziari sono i principali finanziatori dei due partiti americani è l’impresa sarà piuttosto ardua, a meno che non subentri un altro partito autofinanziato. Emerge quindi la necessità di ritornare al Glass-Steagall Act, poiché “Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto di un casinò da gioco, è probabile che vi sia qualcosa che non va bene” (Keynes, 1936).

Oppure, cosa forse peggiore, il debito pubblico di uno o più Stati imploderà su sé stesso a causa dell’aumento della spirale degli interessi e probabilmente si aprirà un alto caso Lehman Brothers e una “piccola spintarella” avvierà una lunga serie di effetti domino e di squilibri sistemici, che distruggeranno il vecchio sistema monetario e bancario. Tutto ciò potrebbe portare alla creazione di un’unica moneta mondiale e un nuovo sistema bancario mondiale garantito dall’oro, dal petrolio, dalla produzione energetica e dall’estensione del territorio.

Ma un buon sistema per evitare un collasso economico mondiale a medio termine potrebbe essere quello di finanziare la ricerca, lo sviluppo delle infrastrutture e la formazione del personale attraverso sgravi fiscali foraggiati dalla moneta stampata dalle principali banche centrali. In questo modo i soldi arriverebbero a chi sa gestire le aziende e non al mondo parassitario e usuraio finanziario che sfrutta la passione per il gioco d’azzardo e la tirannia della schiavitù da debito e che ha causato questa recessione da eccesso di “debitalismo” (aziendale, pubblico e privato). E anche se si riuscisse a risolvere molte questioni, non bisogna dimenticare l’avvertimento di Hyman Minsky: “Non vi è alcuna possibilità di mettere le cose a posto una volta per tutte; l’instabilità, messa a silenzio da un gruppo di riforme, riemergerà dopo un certo lasso di tempo sotto altre sembianze” (p. 323). Naturalmente questo economista, come tutte le persone troppo intelligenti, è stato trattato come una persona troppo strana o il classico uomo da biblioteca.

E ora apro una piccola parentesi Keynesiana tratta dall’introduzione. Nel 1933 Keynes dichiarò: “Il capitalismo decadente, internazionale ma individualistico, nelle cui mani ci siamo trovati dopo la guerra, non sta avendo molto successo. Non è intelligente, né bello, né giusto, né virtuoso, né produce quanto necessario. In breve non ci piace, e anzi stiamo cominciando a detestarlo. Ma se ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi”. E in un’altra occasione osservò: “Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto si ritenga comunemente. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle…. Pazzi al potere, i quali odono voci nell’aria, distillano le loro frenesie da qualche scribacchino accademico di pochi anni addietro”.

Ricordando che Keynes consigliava di superare le depressioni attraverso l’investimento infrastrutturale, lo sviluppo di nuove linee di treni superveloci potrebbe essere un piccolo aiuto per unire i continenti e i paesi e favorire così la rapida circolazione delle intelligenze e del sapere e la relativa ripresa economica. Ma “Sfortunatamente la spesa pubblica può anche portare alla rovina, soprattutto se viene destinata agli stipendi di funzionari pubblici e burocrati anziché nell’investimento” in infrastrutture e ricerca (p. 288). Il caso Italia purtroppo è un esempio impareggiabile di questo tipo di condotta egoistica, edonistica e suicida.

Il limite delle analisi di Roubini risiedono nelle tempistiche imprecise, però sono in linea con il punto di vista di Jaques Attali: “La strategia messa in atto finora dai governi per rimediare alla crisi è riassumibile nel far finanziare dai contribuenti di dopodomani gli errori dei banchieri di ieri e i bonus dei banchieri di oggi”. Finalmente uno che parla chiaro… Ancora nessuno trova il coraggio di dire le cose come stanno e parla della prossima crisi epocale del sistema debitalista imposto dal sistema bancario sempre più “pokerizzato” e ora sempre più nazionalizzato, che utilizzava delle leve finanziarie di 53:1 (Deutsche Bank) o 61:1 (Barclays) come arma di scommessa di massa.

Del resto ogni banca nazionale è la madre di tutte banche e pure i ladri e i truffatori sanno che in caso di difficoltà c’è sempre la mamma che ti può aiutare. Ma anche le mamme hanno le risorse limitate e delle leggi da rispettare. E “il capitalismo senza il fallimento è come il cristianesimo senza l’inferno” (Frank Borman). La pura e semplice verità è che “non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca; non si possono salvare tutti coloro che hanno preso cattive decisioni prima della crisi e al contempo restituire alla nostra economia capitalista la sua precedente vitalità” (p. 215).


Nouriel Roubini è nato a Istanbul nel 1958. Ha studiato in Italia all’Università Bocconi, ha insegnato alla Yale University e ha lavorato presso il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Attualmente è professore di economia alla New York University e dirige una società di consulenza finanziaria da lui fondata: Roubini Global Economics Monitor; www.roubini.com (a mio modesto parere, entro i prossimi tre anni potrebbe vincere il Premio Nobel per l’Economia).

Stephen Mihm insegna Storia all’Università della Georgia. Scrive sul “New York Times Magazine ”, e sul “The Boston Globe”.

P. S. - Già nel 1875 ci fu chi affermò che “Tutto il mondo è diventato un’unica città” (Karl Mayer von Rothschild).

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