venerdì 11 dicembre 2009

Chart of the Day: Russell 2000


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For some perspective on the current state of the stock market, today's chart presents the long-term trend of the Russell 2000 (small-cap stocks). As the chart illustrates, from late 2002 into 2007 the Russell 2000 traded within the confines of an upward sloping trend channel. However, since mid-2007, the trend has been down. Fears of an outright collapse of the financial sector resulted in support (green dashed line) of an already fairly steep downtrend to be breached. As it became apparent that the financial sector would survive, stock prices rose with the Russell 2000 moving back into its original downtrend channel. Currently, the Russell 2000 is testing resistance (red dashed line) of its two-year downtrend channel for the second time since the financial crisis.

Notes:
- The market is at a critical juncture. Where we go from here may surprise you. Find out right now with Barron's recommended Chart of the Day Plus.


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Quote of the Day
"I can't change the direction of the wind, but I can adjust my sails to always reach my destination." - Jimmy Dean

Events of the Day
December 11, 2009 - Hanukkah (1st day)
December 21, 2009 - First day of Winter (Northern Hemisphere)

Quella sovranità della moneta in mani private

Oggi il Giornale ha pubblicato un pezzo autodefinito “Provocazione“, in cui ribadisce che la moneta dev’essere del popolo e non di una cricca di privati. Il Giornale di Berlusconi, sembra disposto in questa lotta all’ultimo sangue, a fare scoppiare il bubbone, con un articolo che mai e poi mai i suoi detrattori, in particolare il braccio armato Repubblica e i suoi finanzieri proglobalizzazione avrebbero mai scritto. Da dare a riflettere su chi sta attaccando il Premier da oltre un anno, e sugli eventuali perché. O sul tipo di conflitto intestino che sta vivendo il nostro governo…Intestino che puzza di interferenze geopolitiche globali…

NF

Fonte: http://www.ilgiornale.it/economia/provocazione_quella_sovranita_moneta_mani_private/11-12-2009/articolo-id=406009-page=0-comments=1

vignetta008Abbiamo ricominciato a tremare per le banche. Abbiamo ricominciato a tremare addirittura per gli Stati, a rischio di fallimento attraverso i debiti delle banche. Si è alzata anche, in questi frangenti, la voce di Mario Draghi con il suo memento ai governanti: attenzione al debito pubblico e a quello privato; dovete a tutti i costi farli diminuire. Giusto. Ma l’unico modo efficace per farli diminuire è finalmente riappropriarsene. Non è forse giunta l’ora, dopo tutto quanto abbiamo dovuto soffrire a causa delle incredibili malversazioni dei banchieri, di sottrarci al loro macroscopico potere? Per prima cosa informando con correttezza i cittadini di ciò che in grande maggioranza non sanno, ossia che non sono gli Stati i padroni del denaro che viene messo in circolazione in quanto hanno delegato pochi privati, azionisti delle banche centrali, a crearlo. Sì, sembra perfino grottesca una cosa simile; uno scherzo surreale del quale ridere; ma è realtà. C’è stato un momento in cui alcuni ricchissimi banchieri hanno convinto gli Stati a cedere loro il diritto di fabbricare la moneta per poi prestargliela con tanto di interesse. È così che si è formato il debito pubblico: sono i soldi che ogni cittadino deve alla banca centrale del suo paese per ogni moneta che adopera. La Banca d’Italia non è per nulla la «Banca d’Italia», ossia la nostra, degli italiani, ma una banca privata, così come le altre Banche centrali inclusa quella Europea, che sono proprietà di grandi istituti di credito, pur traendo volutamente i popoli in inganno fregiandosi del nome dello Stato per il quale fabbricano il denaro. Ha cominciato la Federal Reserve (che si chiama così ma che non ha nulla di «federale»), banca centrale americana, i cui azionisti sono alcune delle più famose banche del mondo quali la Rothschild Bank di Londra, la Warburg Bank di Berlino, la Goldman Sachs di New York e poche altre. Queste a loro volta sono anche azioniste di molte delle Banche centrali degli Stati europei e queste infine, con il sistema delle scatole cinesi, sono proprietarie della Banca centrale europea. Insomma il patrimonio finanziario del mondo è nelle mani di pochissimi privati ai quali è stato conferito per legge un potere sovranazionale, cosa di per sé illegittima negli Stati democratici ove la Costituzione afferma, come in quella italiana, che la sovranità appartiene al popolo.

Niente è segreto di quanto detto finora, anzi: è sufficiente cercare le voci adatte in internet per ottenere senza difficoltà le informazioni fondamentali sulla fabbricazione bancaria delle monete, sul cosiddetto «signoraggio», ossia sull’interesse che gli Stati pagano per avere «in prestito» dalle banche il denaro che adoperiamo e sulla sua assurda conseguenza: l’accumulo sempre crescente del debito pubblico dei singoli Stati. Anche la bibliografia è abbastanza nutrita e sono facilmente reperibili sia le traduzioni in italiano che i volumi specialistici di nostri autori. Tuttavia queste informazioni non circolano e sembra quasi che si sia formata, senza uno specifico divieto, una specie di congiura del silenzio. È vero che le decisioni dei banchieri hanno per statuto diritto alla segretezza; ma sappiamo bene quale forza pubblicitaria di diffusione la segretezza aggiunga alle notizie. Probabilmente si tratta del timore per le terribili rappresaglie cui sono andati incontro in America quegli eroici politici che hanno tentato di far saltare l’accordo con le banche e di cui si parla come dei «caduti» per la moneta. Abraham Lincoln, John F. Kennedy, Robert Kennedy sono stati uccisi, infatti (questo collegamento causale naturalmente è senza prove) subito dopo aver firmato la legge che autorizzava lo Stato a produrre il dollaro in proprio.

Oggi, però, è indispensabile che i popoli guardino con determinazione e consapevolezza alla realtà del debito pubblico nelle sue vere cause in modo da indurre i governanti a riappropriarsi della sovranità monetaria prima che esso diventi inestinguibile. È questo il momento. Proprio perché i banchieri ci avvertono che il debito pubblico è troppo alto e deve rientrare, ma non è possibile farlo senza aumentare ancora le tasse oppure eliminare alcune delle più preziose garanzie sociali; proprio perché le banche hanno ricominciato a fallire (anche se in realtà non avevano affatto smesso) e ci portano al disastro; proprio perché è evidente che il sistema, così dichiaratamente patologico, è giunto alle sue estreme conseguenze, dobbiamo mettervi fine. In Italia non sarà difficile convincerne i governanti, visto che più volte è apparso chiaramente che la loro insofferenza per la situazione è quasi pari alla nostra.



giovedì 10 dicembre 2009

Venezuelan Bank Fraud Case: Three Executives Flee

Venezuelan Bank Fraud Case: Three Executives Flee, Government Intervenes in Related Companies

Mérida, December 9th 2009 (Venezuelanalysis.com) – Following the government’s nationalisation of two banks and liquidation of two others for banking law infractions, three bank executives fled to the U.S., and the government intervened in food companies owned by currently detained bank owner, Ricardo Fernandez.

Interior Relations Minister Tareck El Aissami announced on Tuesday that two Venezuelans implicated in the bank scandals flew to Atlanta, and one to Miami, and that a fourth person was captured while trying to board a plane to Miami.

The Public Prosecutor had already issued ten arrest warrants for banking executives and 19 prohibitions on leaving the country for involvement in organised crime and for banking law infractions. This followed the nationalisation of two banks, Confederado and Bolivar Bank, and the liquidation of two others, Banpro and Canarias, last week.

On Monday, the Institute in Defence of People’s Access to Goods and Services (Indepabis), along with the national guard, intervened in and inspected four food companies: Pronutricos, Proarepa, Fextun, and Venarroz. The companies are owned by Ricardo Fernandez, who also owns the four banks, and who was detained two weeks ago.

Fernandez is known as the “Tsar of Mercal”, as some of his companies, including Pronutricos and Proarepa, supply the government’s subsidised food markets.

The minister for commerce, Eduardo Saman, said the government is observing Fernandez’s companies to make sure there are no supply disruptions following the nationalisation of the banks.

“We can’t allow these companies to come to a standstill; they are companies of essential food products. We’re going to intervene wherever there is a risk or a company standstill, then apply measures, pay the workers, make the companies function, and we’ll sell the product in [the government subsidised markets],” Saman said.

The general secretary of the Pronutricos workers union, Wilmer Leon, said the management of that company disappeared as soon as the government intervened in the banks, and the 800 workers have gone two weeks without pay.

On 3 December Indepabis temporarily occupied Venarroz, a rice packaging plant in Guarico state, which had been paralysed for the last four months. According to ABN, workers have now taken over the company and made it 100% operative.

Workers at the plant said they hadn’t been paid for a month and that the owners had been taking parts of the machinery little by little to devalue the plant and impede its functioning.

“We are committed to production going ahead, because the extent to which Venarroz thrives is the extent to which the workers will have stability,” said the maintenance supervisor at the plant, Reinaldo Hidarza.

Indepabis coordinator in Guarico, Orlando Chacin, said the plant could now guarantee 11 million kilos of rice per quarter, which it will sell to the government subsidised food market, Mercal, and regulated-price food distributor, Pdval.

“Today is a day of celebration for the workers because they showed that they don’t need a capitalist manager to advance in the production of food,” Chacin said.

On Sunday, the mayor of Guante in Anzoategui state, Jonathan Marin, took over Fernandez’s tuna factory, Fextun. Marin said the company hadn’t been functioning for seven years, and that the act of recuperating the factory was to help dignify the population of Guante.

Marin also said the machinery would become part of a social production company, and would generate 1,200 jobs, 80% of which would be for women.

In another measure to combat banking fraud, on Saturday, police arrested Arne Chacon, bank president and brother of the minister for science and technology, Jesse Chacon, for his alleged involvement in financial crimes. Jesse Chacon has since resigned in order to guarantee transparency.

Venezuelan banking scandal widens

Venezuelan banking scandal widens

By Will Grant
BBC News, Caracas

Soldiers outside a Banco Canarias branch
Soldiers have stood guard outside Banco Canarias branches

What began as a seemingly routine government intervention into a small number of failing banks has grown into a corruption scandal in Venezuela which has claimed the political career of one of President Hugo Chavez's most trusted aides.

When Jesse Chacon, the Science and Technology Minister, handed in his resignation to Mr Chavez on Sunday after his brother, Arne Chacon, was arrested over the banking scandal, it must have sent shockwaves through the upper echelons of the Venezuelan government.

After all, Jesse Chacon had been a close ally to Hugo Chavez for almost 20 years, even going to prison with him for taking part in a failed coup in 1992.

Many Venezuelans were left wondering if a man like Mr Chacon was to leave government over the affair, who else could be involved?

First it is worth rewinding a little to explain how this situation arose.

Depositors' funds

On 20 November, the government took over four banks, including Banco Canarias and ProVivienda, which were accused of providing loans to companies in which the banks' directors were major shareholders.

The biggest damage has been to confidence
Eeconomist, Jose Guerra

As the questions began to mount up, one man emerged as key: a hitherto unknown businessman called Ricardo Fernandez Barrueco.

Mr Fernandez had amassed a fortune through supplying food to the government's subsidized supermarkets.

He led a group of investors in buying Banco Canarias allegedly using depositors' funds and public money.

Mr Fernandez is currently under arrest and awaiting trial, as is his lawyer and his lawyer's daughter, who are accused of facilitating the illegal transactions.

As Banco Canarias customers began to queue outside the branches to withdrawal their savings, the investigation then widened.

Three more banks passed into state hands for similar irregularities.

One of them was the development bank, Banco Real. Its president was Arne Chacon, brother of the Science and Technology minister, Jesse.

'Culture of cronyism'

The opposition parties say the whole tangled web of associations, family relationships and apparent white collar crime reveals something they have claimed for some time: that a culture of cronyism, known as the "Boli-burgesia", exists in the heart of the Chavez government.

Hugo Chavez
Jesse Chacon was a close ally of President Chavez

"The 'Boli-burgesia' is a summary of two words: bourgeoisie and Bolivarian," says Teodoro Petkoff, newspaper editor and vocal critic of President Chavez.

"It refers to a rich elite created through corruption, through illegal links with the Bolivarian government of Hugo Chavez.

"It's a word we Venezuelans have invented to mean a corrupt businessman linked to this government."

For Mr Petkoff, Ricardo Fernandez and the ex-minister's brother, Arne Chachon, are prime examples of "boli-burgeses".

"Ten years ago, Ricardo Fernandez was a modest businessman," says Mr Petkoff.

"But through his government contacts, he has obtained a series of contracts with the state which have allowed him to make a great deal of money.

"He now owns a transport company, a company producing maize flour for the government-run supermarkets, a flotilla of fishing boats, and four banks.

"He's a man who has been transformed into a magnate by his relationship with a supposedly socialist government."

Arrest warrants

Several opposition figures, including Mr Petkoff, have publically said that one of Ricardo Fernandez's main government contacts was President Chavez's own brother, Adan Chavez, who is governor of their home state of Barinas.

Venezuelan parliament building
The government's candidates could lose votes in next year's elections

Adan Chavez denies knowing Mr Fernandez and is not under investigation over the scandal.

Either way, most analysts agree that the banking scandal in Venezuela isn't over yet.

There are still more than 25 arrest warrants out, on top of the eight bankers already detained.

The process of returning the depositors their savings has begun using the recently nationalised Bank of Venezuela as well as a number of private institutions.

But what has the episode done to the banking sector in Venezuela in the long term?

"The biggest damage has been to confidence," says economist, Jose Guerra.

"At first you say you're going to take over four banks, and that the process is going to be open and transparent.

"Then a few days later you announce you're taking over three more, but that now it will take place behind closed doors.

"What do you expect will happen when you then tell customers to have confidence in the security of their deposits?"

People are demanding a great deal of cash as they seek to recoup their savings, Mr Guerra says, something which could hurt the liquidity of the system as a whole.

Election damage?

But the real damage of the crisis is probably more political than economic.

With elections for the national assembly due next year, it still isn't clear how the scandal could affect President Chavez and his United Socialist Party candidates.

The government says they have acted swiftly. The main culprits have been arrested, President Chavez said on national television, and the worst of the crisis is over.

But for former Central Bank economist, Jose Guerra, there are still serious questions to be answered about the way in which the purchase and sale of these banks was carried out using public funds.

"How is it possible that three billion dollars of public money was deposited in these banks in just two days?" he asks.

"Who are the state officials who allowed such transactions to happen? There must be a group of state officials who knew what was happening."

malAISE: COME FUNZIONANO I SERVIZI SEGRETI

COME FUNZIONANO I SERVIZI SEGRETI - di e con Aldo Giannuli

Host:
Network:
Global
Date:
Monday, December 14, 2009
Time:
8:30pm - 11:30pm
Location:
Revel Scalo d'Isola via Thaon De Revel 3, 20159 Milano

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Description

Interviene Giuliano Tavaroli, Danilo Di Biasio, Direttore di “Radio Popolare” e il Dott. Giacomo Goldkorn Cimetta
Moderatore Stefano Zurlo de “Il Giornale”

Un libro che fornisce un’introduzione completa, appassionante, progressiva e persino, sotto molti aspetti, pratica a tutti gli aspetti della moderna attività d’intelligence. Attingendo a molteplici esempi tratti dalle attività dei servizi italiani, statunitensi, israeliani, inglesi, francesi, tedeschi, cinesi, vaticani ecc., Aldo Giannuli, conduce il lettore in una strabiliante rassegna delle «missioni»: dall’ABC della manipolazione informativa e delle veline ai giornali, passando per l’omicidio e il rapimento, fino ai ben più complessi e inquietanti scenari della lotta al terrorismo, dei progetti eversivi, della guerra finanziaria, psicologica, culturale e delle altre guerre non convenzionali.Ma Giannuli fa anche di più, ci fa scoprire i tanti modi in cui i servizi già oggi praticano «guerre a bassa intensità »: guerre invisibili e distruttive in cui nessun governo può fare a meno di investire risorse crescenti. Dunque nel cuore di ogni Stato, per democratico che sia, esiste chi non agisce in base alle leggi, ma gode di una licenza al «tutto per tutto», spesso servendo gli interessi di fazioni politiche, grandi imprese, poteri forti. Fatto sta che, come dimostra Giannuli, i servizi «sono ormai un gorgo che risucchia sempre nuovi ambiti: la cultura, la comunicazione, la scienza, l’economia, la finanza, il commercio, l’immigrazione, la dimensione cognitiva». Siamo già al Grande Fratello? Ed esiste un antidoto a questo stato di cose?

La Cassa Depositi e Prestiti, capitalismo di Stato all’italiana

La Cassa Depositi e Prestiti, capitalismo di Stato all’italiana
di Federico Roberti - 10/12/2009

Fonte: eurasia

La Cassa Depositi e Prestiti, capitalismo di Stato all’italiana

La Cassa Depositi e Prestiti (CDP), l’istituzione che da 160 anni gestisce il risparmio postale degli italiani per investire nello sviluppo del Paese, nacque a Torino nel 1850. Nel 2003, l’anche allora ministro dell’economia Giulio Tremonti ne dispose la fuoriuscita dal perimetro della Pubblica Amministrazione trasformandola in società per azioni. Le Fondazioni bancarie entrarono nell’azionariato con una quota del 30%, restando il ministero l’azionista principale con il 70% del capitale. Al pari di tutti gli altri enti creditizi, la CDP è assoggettata al Testo unico bancario ed al regime di riserva obbligatoria.
Con un’accelerazione nelle ultime settimane, la CDP è protagonista da qualche mese di una rivoluzione silenziosa. Il complesso iter normativo è passato attraverso il varo di una legge, il recepimento delle novità nello statuto interno ed infine decreti ministeriali, regolamenti ed autorizzazioni varie anche dalla Banca d’Italia.
La raccolta della CDP è essenzialmente il risparmio postale di 25 milioni di italiani, qualcosa come 192 miliardi di euro fra Buoni e libretti, con previsioni di arrivare a 235 miliardi nel 2011. Ora sta per esordire la nuova CDP che utilizzerà per la prima volta il risparmio postale per finanziamenti, non diretti, agli enti pubblici e locali in particolare. Oltre dieci i miliardi stanziati: alla prima operazione da 450 milioni chiusa per SATAP, il concessionario per l’esercizio dell’autostrada Torino-Milano, si sommano almeno altri otto finanziamenti in via di approvazione entro l’inizio del 2010 per 4 miliardi circa. A questi si aggiungono 2.4 miliardi per il sostegno alle piccole e medie industrie (PMI) attraverso il sistema bancario, 1.5 miliardi per Fincantieri e 2 miliardi per il decollo del fondo di garanzia per le opere pubbliche (FGOP).
Inderogabile la sostenibilità economico-finanziaria dei progetti che devono essere nell’interesse generale, prevalentemente per infrastrutture, reti di trasporto, energia, telecomunicazioni, credito industriale e ricerca.
La CDP prosegue inoltre la sua tradizionale attività di sostenere direttamente gli enti pubblici e locali. Il piano industriale prevede finanziamenti per 18 miliardi nel triennio 2009-2011 con una crescita della quota di mercato dall’attuale 41% al 44%. Quello tra CDP ed enti è un rapporto di peso perché i classici mutui erogati a Comuni, Province, Regioni etc. costituiscono sempre debito pubblico mentre i finanziamenti della nuova Cassa sono “a debito pubblico invariato”. Ciò aumenta i margini di manovra (leggi: spesa) di quegli enti che, nel rispetto del cosiddetto patto di stabilità, non possono indebitarsi direttamente per realizzare investimenti in infrastrutture ed opere pubbliche.
Stesso discorso vale anche per il sostegno alle PMI, che prevede un fondo complessivo di 8 miliardi, anche se le erogazioni dei 2.4 miliardi opzionati finora dalle banche stanno andando al rallentatore. L’amministratore delegato della CDP Massimo Varazzani è comunque convinto che l’attività della Cassa sia “complementare con il sistema bancario”, la cui presenza nell’istituto attraverso le Fondazioni (66) potrebbe anche ridursi almeno parzialmente a causa dell’obbligo imposto a queste ultime di convertire le proprie azioni da privilegiate in ordinarie entro il 2012.
Altra area di intervento (e di possibile scontro con le banche) è rappresentata dall’edilizia popolare, il cui mercato in Italia è pari soltanto al 5% del complessivo settore edilizio rispetto al 17-18% della Francia ed al 34% dell’Olanda. La CDP sta costituendo una società per la gestione del risparmio (SGR) immobiliare, con una dotazione iniziale di un miliardo di euro che dovrebbe consentire di attivare investimenti pari a 3.5 miliardi per costruire in tempi brevi circa 20.000 alloggi.
Ostile pare anche la Corte dei conti che non più tardi dello scorso ottobre ha bocciato il piano industriale della CDP, dicendosi preoccupata di trovarsi di fronte ad un nuovo carrozzone pubblico. Facendo propri i dogmi della globalizzazione liberista in preda all’attuale crisi sistemica, la magistratura contabile italiana ha messo in guardia rispetto ad “ogni rischio di devianza verso forme di ritorno a modelli superati di presenza dello Stato nell’economia”.
Chissà come la Corte dei conti giudicherà il fondo infrastrutturale europeo Marguerite, partito lo scorso 4 dicembre e sostenuto dalla CDP, dalla Banca Europea per gli Investimenti, dalla francese Caisse des Depots, dalla tedesca KfW, dallo spagnolo Instituto de Credito Oficial e dalla polacca PKO Bank Polski.
Marguerite – fondo europeo per l’energia, il cambiamento climatico e le infrastrutture nato da un progetto avviato nel dicembre 2008 su iniziativa dell’Italia e del Consiglio Europeo – avrà un capitale iniziale di 600 milioni di euro. I sei soci principali hanno conferito ciascuno 100 milioni di euro ed i loro rappresentanti, insieme ad un funzionario della Commissione Europea (che contribuirà al progetto con altri 80 milioni di euro), siederanno nel consiglio di sorveglianza.
E’ stata annunciata, inoltre, l’apertura delle sottoscrizioni delle quote del fondo per un periodo di tre mesi: l’ammontare target del fondo è di 1.5 miliardi entro la prima metà del 2011. A questi si dovrebbero aggiungere linee di credito collaterali fino a 5 miliardi che gli investitori del fondo ed altre istituzioni finanziarie di lungo periodo intendono fornire, in modo che Marguerite possa mobilitare investimenti per 30-40 miliardi complessivi.
Il Fondo ha un orizzonte di investimento di lungo periodo (20 anni) e ha l’obiettivo di impiegare la totalità delle proprie risorse entro 4 anni. Si focalizzerà sui settori dei trasporti, in particolare le reti trans-europee (TEN-T), dell’energia, in particolare le reti trans-europee dell’energia (TEN-E) e delle energie rinnovabili, compresa la produzione di energia sostenibile, le infrastrutture di trasporto ecologico, la distribuzione di energia ed i sistemi per il trasporto ibrido.

How to properly redact and publish sensitive documents

In 2005, the National Security Agency published a tutorial on how to properly redact and publish sensitive documents. See "Redacting with Confidence: How to Safely Publish Sanitized Reports Converted From Word to PDF" (pdf).
http://www.fas.org/sgp/othergov/dod/nsa-redact.pdf

News stories related to the World Bank and IMF

Please find below a selection of news stories related to the World Bank and IMF of the past week, brought to you by the Bretton Woods Project.

Is the International Finance Corporation supporting tax-evading companies?
http://www.eurodad.org/whatsnew/articles.aspx?id=3932
Eurodad, 8 December 2009

IFC programme to expand private schools in Africa
http://www.newvision.co.ug/D/8/220/703621
New Vision, 8 December 2009

IMF head warns against early exit from stimulus policies
http://news.xinhuanet.com/english/2009-12/08/content_12610140.htm
Xinhua, 8 December 2009

World Bank urges keeping fiscal stimulus till 2012
http://www.moneycontrol.com/news/world-news/world-bank-urges-keeping-fiscal-stimulus-till-2012_429305.html
moneycontrol.com, 7 December 2009

Zambia: Riches to Rags
http://allafrica.com/stories/200912040686.html
All Africa, 4 December 2009

30 global financial institutions on systemic risk list
http://www.marketwatch.com/story/30-global-financial-institutions-on-systemic-risk-list-ft-2009-11-30
Market Watch, 30 November 2009

The money sprinklers are running scared

The money sprinklers are running scared as the new financial system looms
by Benjamin Fulford

All those little old men who ran the world by sprinkling illusory funny money are running very scared now. Their system of control lasted so long, they thought they were above the law and above God. They are now getting their come-uppance. In Japan all they had to do was hand out a few billion in bribes in order to steal trillions. The people who worked for this system (mostly gangsters and politicians) are all worried about their futures. Only a few of the top traitors like Nakasone need to worry. Japan will be getting back its trillions so we can pay all the subordinates double what they used to get if they promise to never again betray their country.

On a different note, there are logistical and technological issues to deal with before the new financial system can be launched. The best guess is January 2010 at the earliest. At that point people will get their money back.

On a further note, we are hearing that )...). When people find out what these criminals did to the people of the world there will be a lot of anger. Despite the huge injustices that have taken place, now is a time for forgiveness, not revenge.

Principi di economia privatista

Principi di economia privatista


Il fallimento sia dell’economia pianificata sovietica, finita in miseria, mafia e prostituzione, sia dell’oligopolio statalista e dirigista tipico delle democrazie formali delegate, impone un rovesciamento, una rivoluzione copernicana del modo di pensare e strutturare la scienza economica. Se qualcosa non funziona in un sistema socioeconomico vuol dire che i governanti hanno commesso uno o più errori, che a un dato bivio pregresso è stata imboccata la strada sbagliata.

Quanto ora detto vale a maggior ragione per l’Europa. Fino a meno di cento anni fa l’Europa, intesa come megasistema sufficientemente omogeneo di civiltà costituito dall’insieme dei Regni che la componevano, era la padrona del mondo, colei che aveva “la migliore probabilità di vittoria nella corsa allo sfruttamento delle ricchezze del globo”, per usare le parole dello Schmerb. I due decisivi errori al bivio che hanno portato quella che fu la Grande Europa all’attuale declino sono stati la svendita a poco prezzo dell’Impero Britannico e l’assunzione a principio di scienza del keynesianesimo.

L’inutile caparbietà di un Churchill nel non accettare le offerte di pace di Hitler nel 1940-41, portò il premier inglese a cedere l’immenso Impero Britannico agli USA in cambio del loro intervento militare. Non fu un grande affare. Suoi predecessori, da Addington a Disraeli, dimostrarono in momenti difficili ben altra lungimiranza: seppero prendere tempo e aspettare. Futuri storiografi, indipendenti da poteri e interessi odierni, giudicheranno la scelta di Churchill. Per l’Europa fu l’inizio della fine. Un Roosevelt frettolosamente desideroso di risparmiare soldi, tempo e vite umane statunitensi volle regalare una parte non irrilevante dell’ex Impero Britannico e metà dell’Europa al più sanguinario e squilibrato tiranno del Novecento, il comunista Stalin. Il resto è storia, risaputa ed evidente: oggi l’Europa non è più assolutamente in grado di contrastare politicamente, economicamente e militarmente i veri padroni del mondo, nemmeno quelli emergenti.

Al di là delle considerazioni storiche, quello che mi preme denunciare nel presente articolo è il formalismo dell’economia keynesiana, l’economia del clientelare e parassitario tassa e spendi, l’economia di carta dei ragionieri di regime, un patetico castello di carta di falsità spacciate nelle scuole e nelle università come verità accademiche. Il keynesianesimo è la teoria economica di facciata, di regime, perché a qualcuno, o a molti, così fa comodo che sia. Il keynesianesimo è il braccio armato dello statalismo in economia, è la trasposizione nel campo delle scienze economiche dell’orientamento al presente che caratterizza le tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate. Dopo Keynes la scienza economica è divenuta una scienza formale, mistificante, inducente all’errore. L’architettura keynesiana sia della scienza economica sia dei sistemi economici è stata ufficializzata, accademizzata, assurta al rango di principio scientifico, e adottata perfino dai suoi detrattori, venendo così a costituire una sorta di trappola mentale, di blindatura del pensiero ossequiente. E nemmeno è da imputare tutto questo al povero Keynes, un modestissimo economista, imbranato nelle sue fallimentari speculazioni di borsa, salvato dall’insolvenza da una colletta dei suoi amici… Sono i suoi interessati epigoni, al servizio delle oligarchie, che hanno visto nell’elementare e irreale architettura keynesiana la base per un’organizzazione predatoria e illiberale dei sistemi economici.

L’uscita dalla cieca visione keynesiana va utilmente accompagnata dal ribaltamento del postulato marxista secondo il quale l’economia costituisce la struttura della società, e il resto delle interazioni umane (cultura, politica, ecc.) sono solo sovrastrutture determinate dai rapporti economici. Lo sfruttamento economico è solo un aspetto, certo non marginale e sicuramente deteriore, di quei rapporti di potere in cui una delle parti è un potente d’infima qualità.

In realtà la vera struttura della società umana è il rapporto etologico di potere dominante – dominato. Tale modello esplicativo è ben più onnicomprensivo di qualsiasi altro perché basato sull’intrinseca natura dell’homo sapiens, prescinde dalle inutili illusioni consolatorie di chi non è intimamente attrezzato per affrontare la lotta per la migliore sopravvivenza, e ben contrasta i narratori interessati di favole menzognere.

I primi elementi da analizzare sono quindi i processi e le cause d’instaurazione del rapporto dominante - dominato e le modalità e gli strumenti della sua conservazione. E’ impossibile dare una visione vera, sostanziale dell’economia prescindendo da tale rapporto di potere: i rapporti economici sono conseguenze dei rapporti di potere, e non viceversa. Chi tenta di raccontarci un’economia avulsa dal rapporto dominante – dominato ci sta mentendo per proteggere il portafoglio e i redditi di chi lo paga, vuole confonderci e fuorviarci, mira a illuderci rinchiudendoci in una concezione falsata dei sistemi economici. Come un falsario che cerca di rifilarci una banconota da lui stampata, ci fornisce a nostro svantaggio una “scienza” economica formale, inautentica, interessatamente falsa.

Nella prospettiva del rapporto etologico dominante – dominato, è sostanziale tutto ciò che descrive correttamente la realtà di asservimento del dominato al dominante. E’ sostanziale e decisiva l’analisi della qualità del dominante. Colui che si impone per i suoi meriti e le sue capacità viene spontaneamente riconosciuto come dominante, e cura la qualità della vita dei dominati come se costoro fossero suoi beni. Al contrario, il dominante d’infima qualità, quello che si impone con la violenza, col crimine, col furto, con l’inganno, col tradimento mantiene i governati nelle peggiori condizioni possibili, perché sa che peggiore è la qualità di vita dei governati, tanto meglio è per lui, il suo scranno e la sua greppia saranno più sicuri. Il dominante che non viene riconosciuto come “signore” per le sue virtù, ma che impone il suo dominio con la forza bruta necessariamente e intrinsecamente unita alla slealtà e alla menzogna propagandata, ha bisogno di ideologie formali, false, per nascondere che il suo potere è contro il diritto naturale. E ha bisogno, per evitare che lo eliminino, di mantenere i suoi servi ignoranti, stupidi, abbrutiti e proletarizzati.

E’ formale e inautentico tutto ciò che viene usato per instaurare in modo ingannevole il rapporto dominante – dominato, magari sovvertendo equilibri politici preesistenti. Il classico esempio storico di una tale situazione è dato dalla rivoluzione francese, dai banchieri parigini che, perpetrando un imbroglio, una truffa iniziale, mandavano i sanculotti a morire promettendo loro quelle liberté egalité et fraternité assolutamente mai realizzate, né allora né in seguito, in nessun paese e in nessuna epoca storica, semplicemente perché impossibili, contrarie alla naturale interazione sociale dell’essere vivente “uomo”.

Formale e plagiante è tutto ciò che viene usato dal dominante non spontaneamente riconosciuto per mantenere il potere, attraverso la pianificazione delle vite dei dominati, il controllo sulle loro menti, sulle loro pulsioni e sulle risposte da dare a tali pulsioni, come sono formali la strutturazione dello stato e quella del sistema economico strumentali a tale finalità di perpetuazione di un potere scadente e imposto.

Formale e plagiante è ciò che viene fatto credere dai dominanti qualitativamente peggiori ad un popolo di dominati ridotto o lasciato privo di strumenti culturali e di identità, e quindi indifeso di fronte a tale ondata di menzogne. Il formalismo è perciò uno strumento di controllo sociale, serve a deviare i processi di pensiero e le credenze diffuse dei dominati. Esso è strumento simile ma non uguale alla propaganda di regime. In quest’ultima infatti il regime si mostra e viene riconosciuto come tale, quindi, per definizione e per sua natura, tirannico, illiberale, antidemocratico, predatorio. In un regime l’antidemocraticità è quindi conclamata, e vi è un’opposizione, sia essa costituita da una minoranza di ribelli o di intellettuali, oppure dalla maggioranza della popolazione tenuta sotto con la violenza. Al contrario, nelle tirannie oligarchiche travestite da democrazie formali delegate ciò che è formalmente conclamato è proprio la democraticità, comprovata da formali elezioni sostanzialmente controllate e pilotate. Una scienza economica che ignori tale formalismo e ne prescinda nega a priori il suo essere scienza, divenendo essa stessa formale, di regime.

L’economia vera è la scienza dei ceti produttivi, intesi come famiglie private capaci di organizzare se stesse e il proprio lavoro per produrre, accumulare, conservare e accrescere ricchezza. Sono le famiglie appartenenti ai ceti produttivi che producono ricchezza, non lo stato: lo stato ruba ricchezza alle famiglie di lavoratori per darla a beneficiari privati designati arbitrariamente.

Centro del sistema economico è la famiglia privata quale soggetto produttore, non i numeri e i conteggi. L’economia formale di regime limita volutamente il suo campo agli aspetti quantitativi, per giunta impostandoli in modo arbitrario e falsificante. L’economia privatista ha invece come primo oggetto l’aspetto qualitativo, soggettivo, personalistico e familiare insieme, dinastico, tecnologico, dell’accumulazione di ricchezza, dell’aumento della ricchezza esistente, un know how onnicomprensivo, esistenziale, tramandato di padre in figlio, nell’ambito delle relazioni di potere presenti a livello locale o globale. Si può affermare, come regola suscettibile di eccezioni, che queste relazioni di potere si presentano come limitazioni ed ostacoli a quella famiglia privata che voglia accrescere la sua ricchezza basandosi solo sui suoi meriti e capacità e contando solo sulle proprie forze. Per tale famiglia di lavoratori lo stato, quale apparato in mano ad altre famiglie private (quelle dei padroni del momento), rappresenta il primo nemico, così come suoi primi nemici sono le famiglie dei padroni dello stato. Le famiglie padrone dello stato e lo stato loro strumento e proprietà appaiono alla famiglia di lavoratori come un unico moloch predatorio avverso e odiato. Pur tuttavia tali “stataliste” limitazioni, ostacoli, balzelli, pericoli e ostilità che la famiglia di lavoratori incontra nel suo operare economico devono essere oggetto della scienza che studia l’accumulazione della ricchezza. Altrimenti tale scienza è una scienza formale, finta, ingannevole, organizzata per ingannare.

Vi sono due basilari concetti economici che dimostrano meglio di altri il formalismo, la falsità delle teorie economiche accademizzate, di regime: il P.I.L. e l’inflazione.

Il P.I.L., o prodotto interno lordo, è una grandezza contabile che diviene strumento d’inganno quando viene usata come misuratore del livello di ricchezza dei cittadini e/o della qualità di vita.

Se chiedo a una qualsiasi persona sensata “Quanto sei ricco?” nessuno mi risponderà “Quest’anno ho prodotto 1000 euro in più dell’anno precedente”. Al contrario, tutti mi faranno un quadro del loro stato patrimoniale, sommando il valore dei loro beni immobili e mobili: case, terreni, imprese, risparmi, BOT, obbligazioni, azioni, fondi, crediti, gioielli, opere d’arte e d’antiquariato, e quant’altro. Questa è la ricchezza privata esistente in una famiglia, frutto del lavoro e del risparmio di generazioni. Se sommiamo le ricchezze di tutte le famiglie italiane alle ricchezze di proprietà degli enti pubblici (stato, comuni ecc.) abbiamo la ricchezza nazionale, l’unico vero indicatore della ricchezza di un paese. Il tanto sbandierato P.I.L. invece altro non rappresenta che quanta ricchezza nuova è stata prodotta (o distrutta se negativo) in un anno. Il P.I.L. è la variazione annua dello stock di ricchezza esistente, quindi solo una variazione, relativamente trascurabile, quasi ininfluente, e non misura assolutamente la ricchezza di un paese. Può essere paragonato al risultato di un conto economico. Ma mentre per un’impresa il risultato di gestione può avere una certa rilevanza quantitativa in rapporto allo stato patrimoniale, per un’intera nazione e per le singole famiglie private che la compongono il valore del rapporto tra la nuova ricchezza prodotta nell’anno e la ricchezza accumulata esistente è nettamente inferiore, quantitativamente secondario.

Ma il bello è che i controllati mass media di regime, per venirci a raccontare se il paese va bene o va male, nemmeno fanno riferimento al P.I.L., questa trascurabile variazione della ricchezza esistente, ma alla variazione del P.I.L., cioè alla variazione della variazione! Quindi a un dato infinitesimale, assolutamente irrilevante.

Usare il P.I.L. o addirittura la sua variazione per misurare la ricchezza di una nazione è una presa per i fondelli. A nostro uso e consumo. E vi è un motivo ben preciso per il quale questa presa in giro viene messa in atto. Utilizzare il P.I.L. o la sua variazione per misurare la ricchezza serve a nascondere un altro dato, di dimensioni gigantesche, del quale nessuno parla e nessuno deve parlare. Abbiamo visto che lo stock di ricchezza esistente, il vero misuratore della ricchezza stessa, è formato da beni immobili e da valori mobiliari: BOT, BTP, depositi, obbligazioni, crediti, liquidità: i valori mobiliari sono nominali, cioè espressi e definiti in moneta. Nella storia dell’uomo civile, la vera moneta è sempre stata d’oro o di altro metallo prezioso, è intrinsecamente un pezzo d’oro sul quale è inciso il suo peso, garantito dal governante o da un emittente di riconosciuto prestigio. Ma la nostra moneta, quella che gli odierni dominanti c’impongono col corso forzoso, non è oro, bensì carta stampata, carta straccia. E’ una moneta fittizia, formale, nemmeno convertibile in oro. Basta stamparne di più, troppa, e perde subito di valore, di potere d’acquisto, e con essa perde di valore tutta quella parte mobiliare del nostro patrimonio espressa in moneta. Un eccesso di carta moneta provoca l’inflazione, cioè l’aumento generalizzato del livello dei prezzi. Ciò vuol dire che quella parte del patrimonio delle famiglie (e del paese) definito in termini monetari (BOT, depositi, risparmi ecc.) perde potere d’acquisto, si riduce: questa riduzione è ricchezza che viene sottratta alle famiglie.

Un esempio numerico chiarirà il processo di confisca sotteso. Se il mio patrimonio è composto per 200.000 euro dalla casa dove abito e per 100.000 euro dai risparmi miei e dei miei genitori, poco m’importa se quest’anno ho guadagnato 1000 euro in più dell’anno scorso. Un’inflazione reale al 10% annuo mi divora in un anno ben 10.000 euro di potere d’acquisto: i miei 100.000 euro di risparmi dopo un anno sono divenuti, a prezzi costanti, 90.000. Mi hanno derubato, attraverso l’inflazione, di ben 10.000 euro! Facciamo le dovute proporzioni quantitative: un conto sono i 1000 euro di aumento del mio “P.I.L.”, un altro conto è la diminuzione del mio patrimonio, della mia ricchezza privata, in termini di potere d’acquisto, di ben 10.000 euro. E’ irrilevante quanto io ho prodotto in più rispetto all’anno precedente; è invece molto rilevante quanto il mio patrimonio privato sia stato depredato dall’inflazione, dall’inflation tax. Dopo un anno, ho sempre lo stesso immobile (invecchiato di un anno) e un potere d’acquisto dei miei soldi risparmiati diminuito del 10%. E l’anno successivo la depredazione si ripeterà, e così per ogni anno a venire.

Viene da chiedersi perché nessun economista di regime parla di queste cose e in questi termini. La risposta è semplice: l’inflazione è il principale strumento di redistribuzione occulta della ricchezza esistente, a favore dei soggetti e delle famiglie che controllano lo stato. Provocare inflazione attraverso un eccesso di carta moneta ha lo stesso effetto di una pesantissima imposta patrimoniale sulla parte mobiliare dei patrimoni delle famiglie: serve a sottrarre ricchezza mobiliare a chi se l’è sudata, ai lavoratori, ai risparmiatori. Serve a proletarizzare le famiglie dei dominati. Questa ricchezza viene sottratta, non distrutta: va a finire in altre tasche private attraverso i meccanismi della spesa pubblica.

Ogni spesa pubblica è, almeno potenzialmente, un furto legalizzato di ricchezza perpetrato ai danni dei cittadini e a favore dei soggetti beneficiari della spesa pubblica medesima, beneficiari determinati arbitrariamente da chi detiene il potere. Il gruppo coalizzato di famiglie di dominanti che ha acquisito il controllo su stato, fisco e istituto di emissione della moneta ha tre vie primarie per rubare ricchezza alle altre famiglie tramite una nuova spesa pubblica. Queste tre vie primarie differiscono tra loro per la modalità di finanziamento di tale nuova spesa. La si può finanziare aumentando il debito pubblico: lo stato si indebita prestandosi i soldi da altri soggetti e dando loro in cambio BOT, BTP, CCT ecc., e i cittadini dovranno poi, in qualche modo e di tasca loro, pagare tali debiti. La si può finanziare tassando redditi, patrimoni, trasferimenti e quant’altro. Oppure si può finanziare la nuova spesa pubblica stampando nuova ulteriore carta moneta.

La moneta cartacea in circolazione, priva di valore intrinseco, rappresenta, indipendentemente dalla sua quantità, il potere di acquistare i beni offerti o offribili sul mercato. Un aumento della quantità di moneta cartacea non accompagnato da un corrispondente aumento dell’offerta di beni si risolve in un aumento dei prezzi, cioè in inflazione. Il livello dei prezzi è quindi ben rappresentato dal rapporto tra la quantità di carta moneta e i beni offerti od offribili sul mercato, e, in ultima analisi, dal rapporto tra quantità di moneta e stock di beni esistenti.

La differenza tra la moneta cartacea e la moneta di metallo prezioso o convertibile in metallo prezioso sta nel fatto che la moneta cartacea è aumentabile all’infinito, la moneta d’oro o convertibile in oro no, in quanto vincolata alla quantità di riserve auree dell’emittente. Oggi, in regime di corso forzoso della moneta cartacea, detenere parti consistenti del proprio patrimonio in liquidità o valori mobiliari (BOT, depositi, ecc.) vuol dire mettere il destino della propria ricchezza nelle mani della discrezionalità e della bontà d’animo dei dominanti, delle famiglie che controllano lo stato. Costoro possono destinare alle loro tasche o a quelle di amici e clientes porzioni della ricchezza mobiliare dei cittadini semplicemente aumentando la quantità di carta moneta e finanziando con essa una spesa pubblica pilotata. Un aumento della spesa pubblica finanziato stampando carta moneta provoca inflazione e quindi perdita di valore della parte mobiliare, monetaria dei patrimoni dei cittadini. Tale ricchezza rubata finisce nelle tasche dei destinatari della nuova spesa pubblica: per questi beneficiari tale ricchezza acquisita, ancorché svalutata, è pur sempre ricchezza nuova, aggiuntiva; perciò costoro si arricchiscono indebitamente, mentre coloro che i soldi se li erano sudati e risparmiati vengono derubati e resi più poveri. L’utilizzo della carta moneta, la sostituzione della moneta aurea con la moneta di carta straccia, è quindi l’arma del delitto, forse il principale mezzo tramite il quale i dominanti tentano di assicurarsi la perpetuazione della loro permanenza al potere. La moneta è sì anche il mezzo attraverso cui la schiavitù si commercializza nello scambio di mercato lavoro contro salario, ma in tale ambito il rapporto di sfruttamento datore di lavoro – lavoratore è mediato e attenuato proprio dal mercato. Non è quindi tramite il mercato che si realizza il grosso dello sfruttamento, l’appropriazione della ricchezza creata dal lavoro altrui, bensì tramite lo stato – fisco – emittente (diretto o indiretto) di carta moneta, per mezzo dell’inflazione, della tassazione e dell’indebitamento pubblico.

Per verificare quanto affermo, basta paragonare il prezzo dell’oro con un prezzo – indice delle commodities. Tale indice internazionale delle materie prime costituisce infatti un misuratore dell’inflazione, ancorché grossolano, ben più veritiero degli indici governativi. Il prezzo dell’oro rapportato al prezzo – indice delle materie prime altro non rappresenta che il potere di acquisto che avrebbe avuto una moneta d’oro di un’oncia. Il rapporto tra il prezzo di un’oncia d’oro e l’indice Dow Jones UBS Commodities, era un anno fa 680,7/173.562 = 3,922. Oggi è 916/214,31 = 4,274. L’inflazione della moneta d’oro sarebbe stata inesistente, e i risparmi e i salari delle famiglie più che tutelati.

Quindi abbiamo inflazione perché la nostra ricchezza mobiliare non è espressa, sostanziata e tutelata da una moneta d’oro con valore intrinseco, ma da una moneta di carta straccia che i dominanti possono stampare a ruota libera, svalutando quella in nostro possesso. E questa formidabile depredazione dei patrimoni privati delle nostre famiglie è un fatto, concretissimo, non chiacchiere da telegiornale o da talk show. E’ sostanza, non forma. Eppure siamo indotti a prestare più attenzione a telegiornali e talk show che al nostro privatissimo impoverimento causato da tale depredazione, presentataci come inevitabile o addirittura normale e benefica per l’economia. La nostra attenzione viene deviata, distratta, e questo dovrebbe essere per noi il segnale che c’è qualcosa che non và. Non penso che saremo in grado di porre un valido rimedio, o almeno un argine, a tale continua depredazione, a tale inesorabile impoverimento delle nostre famiglie studiando i libri di Keynes o, che è lo stesso, i depliant delle offerte dei centri commerciali.

Avv. Filippo Matteucci

lunedì 7 dicembre 2009

NEW WORLD BANK REPORT ON IMPOVERISHMENT ARISING FROM THE CRISIS

A NEW WORLD BANK REPORT REVIEWS THE IMPOVERISHMENT ARISING FROM THE CRISIS AROUND THE WORLD: A CRISIS THAT HAS BEEN PROLONGED BY U.S. OBSTINACY.
From: SIGNS OF AN END-GAME SHOWDOWN WITH WASHINGTON
THE REPORT REFERS TO QUOTE 'THE RAPIDLY DETERIORATING ECONOMIC ENVIRONMENT'.

Readers and subscribers will be well aware that we know, and have in the past, referenced the participation of the World Bank in certain Fraudulent Finance operations. However the quality and professionalism of World Bank and IMF staff is, generally speaking, second to none: so that a clear distinction must be drawn between abuse of the international institution's inner workings (via its tax-exempt bank account privileges, for instance), and the professional work of the staffers.

The World Bank has just issued a report, summarised below, which provides new information on the impact of this crisis, which has been prolonged by the criminal behaviour of US office-holders and operatives, on parts of the Rest of the World (the phrase we use to distinguish everywhere else from the United States itself). We append a summary of the new report:

The global financial crisis is having a devastating impact on families in emerging Europe and Central Asia, with the risk of the region giving back a fifth of the poverty reduction gains of the past decade, according to a new World Bank report. By 2010, there could be over 10 million more poor people in the region, and close to an additional 25 million more who were almost middle class but now just above the poverty line (relative to pre-crisis projections) with the potential of losing their homes, jobs, and basic services.

The new report, 'The Crisis Hits Home – Stress-Testing Households in Europe and Central Asia', takes a unique look at the impacts of the global financial crisis at the household level in this region. According to the report, families are being hit by credit market shocks, the increasing prices of goods and services, and rising unemployment.

“The global financial crisis risks reversing the substantial gains and improvements in living standards achieved by the Europe and Central Asia region over the last few years”, said Luca Barbone, Director for Poverty Reduction and Economic Management in the World Bank’s Europe and Central Asia Region. “One of the tragic impacts of the crisis has been that the middle income countries that had turned the corner, are the ones hardest hit. Across countries in the region, unemployment levels have risen while economic activities have collapsed. Poverty will rise. Families are being stretched to the limit”.

Editor's inserted Note:
See data for the collapse of exports, in the narrative above. See also the report's reference below to quote 'THE RAPIDLY DETERIORATING ECONOMIC ENVIRONMENT' unquote.

CREDIT MARKET SHOCKS
The report says that stress tests recently conducted by the World Bank on household loans show that ongoing macroeconomic shocks to interest rates, exchange rates, and household income may increase the numbers of families that are unable to pay back their debt.

For example, up to 20 percent more families with mortgages and other loans in Lithuania and Hungary could be at risk of defaulting on their loans.

PRICE SHOCKS IN THE PIPELINE
The food and fuel crisis may not be over. International commodity price levels have not returned to pre-2007 levels. In addition, falling currencies in some countries are now generating a new round of price increases. Because food represents a very large share of the poor’s total consumption – in some of the low-income countries of Europe and Central Asia, the food share of consumption among the poor is 70 to 80 percent – the poorest consumers will again be vulnerable.

In addition, in a number of countries, such as Belarus, Moldova, and Ukraine, the utility reform program remains largely incomplete. As a result, a number of countries will have to adjust their energy tariffs to cost-recovery levels in the coming years.

EMPLOYMENT AND INCOME SHOCKS
Over the recovery period following the 1998 Russian crisis through 2006, more than 50 million people moved out of poverty in the region. However, the poverty impact of this crisis will be enormous. The RAPIDLY DETERIORATING GLOBAL ECONOMIC ENVIRONMENT [sic] is eroding the region’s substantial gains and, given the increased poverty projections, is threatening the welfare of a total of about 160 million people – close to 40 million people who are poor and approximately 120 million people who are just above the poverty line.

It is the middle-income Commonwealth of Independent (CIS) countries that have seen the largest and most significant downward revisions to their Gross Domestic Product growth projections.

COPING WITH THE CRISIS
According to the report, lessons from the region’s own experiences with previous crises suggest that temporary economic shocks have a lasting impact on human development, as families cut back their education and health investments in response to a banking or exchange rate crisis.

Compared to past crises, the scope for households in Europe and Central Asia to fall back on their traditional coping strategies – from secondary employment and money transfers from friends and family to working abroad – is much more limited.

sabato 5 dicembre 2009

Academic analysis of US vs Vroman

YOU LIE ! ! ! ! !

The clarion call rings out coast to coast in real time with numero uno as the accused. And the accuser is forced to apologize---not for being factually inaccurate but because it is politically incorrect to embarrass the king when he has no clothes.

But it is not the statement uttered that is being identified. The action is but one more example of the modus operandi. As the old humor goes: “How can you tell if the bureaucrat is lying ??” Answer: “Is his mouth moving?”

Is the imposition of the income tax any different ? Unfortunately, no. The pursuit of a livelihood has long been an acknowledged component of the constitutional Right of Liberty. Constitutional Rights are secured for We the People and have never been suitable objects for revenue taxation. If the tax agency can legally impose a tax, the agency can confiscate 100 percent of the revenue generated by the source. Have you ever heard of slavery ?? It has only been prohibited by plantation owners; it has not been prohibited if imposed by government.

“But the courts will protect me.” you cry. Have you not been listening ?? The courts are but one more agency of the bureaucracy. The courts receive their funding, and salaries, from the wealth confiscated from the citizenry. Would the Mafia cheerfully grant a patsy leave from extortion ??

How would the courts lie to me, you ask ?? Oh, let me count the ways. Better yet, let me describe how they do it for income tax adjudication. The attached file is an analysis of the US v Vroman case wherein the Ninth Circuit court of appeals presented a position expounded in various other circuits.

Read it and weep---but be informed.

Lawyers, as a franchised entity of the court, and even as CEO’s of established “freedom” think tanks, seem disinclined to confront the king with his lack of apparel. An organized mutiny by professionals, in all circuits, could conceivably “correct the abuses to which we have become accustomed.” Perhaps you may know of some individual who may find the writing of interest.

The academic analysis of Vroman is not to be considered legal advice.

Olde Reb

See: http://www.freedom-school.com/tax-matters/motion-to-dismiss-indictment-for-failure-to-charge-an-offense.html

A Look At Countertrade In Tourism

A Look At Countertrade In Tourism
Tuesday Barter Report, December 1, 2009

International tourists are now counted each year in tens of millions, and tourism is today the largest single industry on earth. Huge investments have been made globally in hotels catering to foreign visitors. With the economic difficulties affecting these countries, the problem is how to fill hotel rooms to the point where these investments remain viable.

Many national tourism authorities are using countertrade to expand their business opportunities. For example:

· Canadian farmers supplying barley to a U.S. customer were offered trips to Las Vegas in exchange.

· A chain of spa hotels has been constructed in Hungary by an Italian company with partial payment in vacations and holidays at the hotels.

· To pay for gas piped from Russia, Turkey has considered setting up tourist parks with hotel complexes in Yalta and Baku.

· Cuba has set up a tourist enterprise, Cubanacan SA, to develop organized tours, seaside vacations, and congresses. The hard currency earnings will pay for the foreign expertise to increase hotel capacity and occupancy.

· Cuba also signed contracts with certain countries to construct eight hotels at Varadero, in exchange for sugar, tobacco and nickel.

· India has offered tourism packages on its list of exports available for countertrade deals.

· Egypt once paid for television receivers, supplied by a Japanese company, with tourism for Japanese nationals.

The major advantage of this form of countertrade is that it gives these countries the opportunity to sell their tourism in Western countries where they do not possess effective marketing access.

Money as Debt II Promises Unleashed

Money as Debt II Promises Unleashed

By Paul Grignon

This video production explains in simple and straight forward language (with supporting animated visuals) the true nature of money and the dysfunctional and undemocratic nature of the global banking system, describing the process of money creation and the catastrophic impact compound interest has on society and national and global economy.

November 30, 2009 - Posted by aletho | Economics and Monetary Systems, Hope and Change, Philosophy and Religion, Solidarity | | 5 Comments

Time to discipline corporate media

It is time to discipline the Japanese corporate media
by Benjamin Fulford

The other night I got called by Fuji Television, a major Japanese network. They told me they wanted to invite me to speak on a news program about Obama’s economic policies. I explained to them that Obama was presiding over an economic disaster of historic proportions. Using only data that came from official sources I showed how the real unemployment rate was 17.5%. I explained in detail how the US government was faking its economic data. I showed how Obama borrowed $1 trillion from the Chinese last year and had already spent it and was not getting any more. I told them to check various governments official data to confirm that no foreigners were buying US government bonds. They asked me to look at the site called recovery.gov. I looked at it and explained to them that it was all smoke and mirrors. It was just unkept promises and feel good talk. The TV producer told me to wait a minute because he had to talk to his superior. He then said to me “I am sorry but your television appearance has been cancelled. The aim of this program is to convince the Japanese they should imitate the US.” In other words a so-called “news” program decides in advance what it wants to tell the Japanese people and damn the facts. Running a program like that for an evil foreign group is treason. Real news programs just objectively provide the facts and let the people form their own opinions. We are calling for an international advertising boycott of Fuji Television until they clean up their act. We are also asking people to phone Fuji Television and ask for their public relations department to explain why they are doing this. Fuji’s telephone number is 813-5500-8888. It is time to discipline the corporate media worldwide.

UN, IMF, World Bank and the EU are all doomed

The UN, the IMF, the World Bank and the European Union are all doomed
by Benjamin Fulford

The shift of the global financial center of gravity to Asia means that the United Nations, the IMF, the World Bank and probably the European Union are all doomed institutions. This is already beginning to manifest itself in the form of increasingly desperate high-level phone calls from these various institutions asking for Asian money. They are being told no because all of these institutions are corrupt and have inflicted pain and suffering on many people around the world.

We will need to replace these institutions with entirely new ones to be built from scratch. The Chinese would like to have a new United Nations to be headquartered in Laos. It is also likely that many arbitrary colonial borders will be redrawn as a part of this move.

Hong Kong is going to replace the City of London as the world’s main financial center.

The Chinese have also already replaced the World Bank as the world’s biggest helpers of developing nations. An entirely new institution is going to be set up in Japan to replace the IMF.

The Western countries will be increasingly marginalized and cut off from the global flow of trade until they stop their endless, mindless war-mongering. However, once the West purges its body politic of the evil cabal that infected it, it will use its still superior technical and scientific might for the greater good of humanity and the planet. The uncorking of all the suppressed scientific knowledge will trigger the start of an age of wonder and discovery.

Also, since we do not know what is out there in the universe, the West’s superior military ability will be used to protect the planet in the case of any emergencies.

Soon, we are all going to be living on a much nicer planet.

USA: six more banks failed yesterday

Bank Name

City

State

CERT #

Closing Date

Updated Date

Greater Atlantic Bank Reston VA 32583 December 4, 2009 December 4, 2009
Benchmark Bank Aurora IL 10440 December 4, 2009 December 4, 2009
AmTrust Bank Cleveland OH 29776 December 4, 2009 December 4, 2009
The Tattnall Bank Reidsville GA 12080 December 4, 2009 December 4, 2009
First Security National Bank Norcross GA 26290 December 4, 2009 December 4, 2009
The Buckhead Community Bank Atlanta GA 34663 December 4, 2009 December 4, 2009

James Grant: Requiem for the dollar

James Grant: Requiem for the dollar

Section:

In this long essay from The Wall Street Journal, James Grant of Grant's Interest Rate Observer remarks that the Federal Reserve "isn't overtly manipulating" the gold market. His implication is that the Fed might be manipulating the gold market covertly. Maybe this is a small step in the right direction by someone who surely is erudite enough to know better already.

* * *

Requiem for the Dollar

By James Grant
The Wall Street Journal
Saturday, December 5, 2009

http://online.wsj.com/article/SB1000142405274870434240457457576166048199...

Ben S. Bernanke doesn't know how lucky he is. Tongue-lashings from Bernie Sanders, the populist senator from Vermont, are one thing. The hangman's noose is another. Section 19 of this country's founding monetary legislation, the Coinage Act of 1792, prescribed the death penalty for any official who fraudulently debased the people's money. Was the massive printing of dollar bills to lift Wall Street (and the rest of us, too) off the rocks last year a kind of fraud? If the U.S. Senate so determines, it may send Mr. Bernanke back home to Princeton. But not even Ron Paul, the Texas Republican sponsor of a bill to subject the Fed to periodic congressional audits, is calling for the Federal Reserve chairman's head.

I wonder, though, just how far we have really come in the past 200-odd years. To give modernity its due, the dollar has cut a swath in the world. There's no greater success story in the long history of money than the common greenback. Of no intrinsic value, collateralized by nothing, it passes from hand to trusting hand the world over. More than half of the $923 billion's worth of currency in circulation is in the possession of foreigners.

In ancient times, the solidus circulated far and wide. But it was a tangible thing, a gold coin struck by the Byzantine Empire. Between Waterloo and the Great Depression, the pound sterling ruled the roost. But it was convertible into gold -- slip your bank notes through a teller's window and the Bank of England would return the appropriate number of gold sovereigns. The dollar is faith-based. There's nothing behind it but Congress.

But now the world is losing faith, as well it might. It's not that the dollar is overvalued -- economists at Deutsche Bank estimate it's 20% too cheap against the euro. The problem lies with its management. The greenback is a glorious old brand that's looking more and more like General Motors.

You get the strong impression that Mr. Bernanke fails to appreciate the tenuousness of the situation -- fails to understand that the pure paper dollar is a contrivance only 38 years old, brand new, really, and that the experiment may yet come to naught. Indeed, history and mathematics agree that it will certainly come to naught. Paper currencies are wasting assets. In time, they lose all their value. Persistent inflation at even seemingly trifling amounts adds up over the course of half a century. Before you know it, that bill in your wallet won't buy a pack of gum.

For most of this country's history, the dollar was exchangeable into gold or silver. "Sound" money was the kind that rang when you dropped it on a counter. For a long time, the rate of exchange was an ounce of gold for $20.67. Following the Roosevelt devaluation of 1933, the rate of exchange became an ounce of gold for $35. After 1933, only foreign governments and central banks were privileged to swap unwanted paper for gold, and most of these official institutions refrained from asking (after 1946, it seemed inadvisable to antagonize the very superpower that was standing between them and the Soviet Union). By the late 1960s, however, some of these overseas dollar holders, notably France, began to clamor for gold. They were well-advised to do so, dollars being in demonstrable surplus. President Richard Nixon solved that problem in August 1971 by suspending convertibility altogether. From that day to this, in the words of John Exter, Citibanker and monetary critic, a Federal Reserve "note" has been an "IOU nothing."

To understand the scrape we are in, it may help, a little, to understand the system we left behind. A proper gold standard was a well-oiled machine. The metal actually moved and, so moving, checked what are politely known today as "imbalances."

Say a certain baseball-loving North American country were running a persistent trade deficit. Under the monetary system we don't have and which only a few are yet even talking about instituting, the deficit country would remit to its creditors not pieces of easily duplicable paper but scarce gold bars. Gold was money -- is, in fact, still money -- and the loss would set in train a series of painful but necessary adjustments in the country that had been watching baseball instead of making things to sell. Interest rates would rise in that deficit country. Its prices would fall, its credit would be curtailed, its exports would increase and its imports decrease. At length, the deficit country would be restored to something like competitive trim. The gold would come sailing back to where it started. As it is today, dollars are piled higher and higher in the vaults of America's Asian creditors. There's no adjustment mechanism, only recriminations and the first suggestion that, from the creditors' point of view, enough is enough.

So in 1971, the last remnants of the gold standard were erased. And a good thing, too, some economists maintain. The high starched collar of a gold standard prolonged the Great Depression, they charge; it would likely have deepened our Great Recession, too. Virtue's the thing for prosperity, they say; in times of trouble, give us the Ben S. Bernanke school of money conjuring. There are many troubles with this notion. For one thing, there is no single gold standard. The version in place in the 1920s, known as the gold-exchange standard, was almost as deeply flawed as the post-1971 paper-dollar system. As for the Great Recession, the Bernanke method itself was a leading cause of our troubles. Constrained by the discipline of a convertible currency, the U.S. would have had to undergo the salutary, unpleasant process described above to cure its trade deficit. But that process of correction would -- I am going to speculate -- have saved us from the near-death financial experience of 2008. Under a properly functioning gold standard, the U.S. would not have been able to borrow itself to the threshold of the poorhouse.

Anyway, starting in the early 1970s, American monetary policy came to resemble a game of tennis without the net. Relieved of the irksome inhibition of gold convertibility, the Fed could stop worrying about the French. To be sure, it still had Congress to answer to, and the financial markets, as well. But no more could foreigners come calling for the collateral behind the dollar, because there was none. The nets came down on Wall Street, too. As the idea took hold that the Fed could meet any serious crisis by carpeting the nation with dollar bills, bankers and brokers took more risks. New forms of business organization encouraged more borrowing. New inflationary vistas opened.

Not that the architects of the post-1971 game set out to lower the nets. They believed they'd put up new ones. In place of such gold discipline as remained under Bretton Woods -- in truth, there wasn't much -- markets would be the monetary judges and juries. The late Walter Wriston, onetime chairman of Citicorp, said that the world had traded up. In place of a gold standard, it now had an "information standard." Buyers and sellers of the Treasury's notes and bonds, on the one hand, or of dollars, yen, Deutschemarks, Swiss francs, on the other, would ride herd on the Fed. You'd know when the central bank went too far because bond yields would climb or the dollar exchange rate would fall. Gold would trade like any other commodity, but nobody would pay attention to it.

I check myself a little in arraigning the monetary arrangements that have failed us so miserably these past two years. The lifespan of no monetary system since 1880 has been more than 30 or 40 years, including that of my beloved classical gold standard, which perished in 1914. The pure paper dollar regime has been a long time dying. It was no good portent when the tellers' bars started coming down from neighborhood bank branches. The uncaged teller was a sign that Americans had began to conceive an elevated opinion of the human capacity to manage financial risk. There were other evil omens. In 1970, Wall Street partnerships began to convert to limited liability corporations -- Donaldson, Lufkin & Jenrette was the first to make the leap, Goldman Sachs, among the last, in 1999. In a partnership, the owners are on the line for everything they have in case of the firm's bankruptcy. No such sword of Damocles hangs over the top executives of a corporation. The bankers and brokers incorporated because they felt they needed more capital, more scale, more technology -- and, of course, more leverage.

In no phase of American monetary history was every banker so courageous and farsighted as Isaias W. Hellman, a progenitor of an institution called Farmers & Merchants Bank and of another called Wells Fargo. Operating in southern California in the late 1880s, Hellman arrived at the conclusion that the Los Angeles real-estate market was a bubble. So deciding -- the prices of L.A. business lots had climbed to $5,000 from $500 in one short year -- he stopped lending. The bubble burst, and his bank prospered. Safety and soundness was Hellman's motto. He and his depositors risked their money side-by-side. The taxpayers didn't subsidize that transaction, not being a party to it.

In this crisis, of course, with latter-day Hellmans all too scarce in the banking population, the taxpayers have born an unconscionable part of the risk. Wells Fargo itself passed the hat for $25 billion. Hellmans are scarce because the federal government has taken away their franchise. There's no business value in financial safety when the government bails out the unsafe. And by bailing out a scandalously large number of unsafe institutions, the government necessarily puts the dollar at risk. In money, too, the knee bone is connected to the thigh bone. Debased banks mean a debased currency. (Perhaps causation works in the other direction too.)

Many contended for the hubris prize in the years leading up to the sorrows of 2008, but the Fed beat all comers. Under Mr. Bernanke, as under his predecessor, Alan Greenspan, our central bank preached the doctrine of stability. The Fed would iron out the business cycle, promote full employment, pour oil on the waters of any and every major financial crisis, and assure stable prices. In particular, under the intellectual leadership of Mr. Bernanke, the Fed would tolerate no sagging of the price level. It would insist on a decent minimum of inflation. It staked out this position in the face of the economic opening of China and India and the spread of digital technology. To the common-sense observation that these hundreds of millions of willing new hands, and gadgets, might bring down prices at Wal-Mart, the Fed turned a deaf ear. It would save us from "deflation" by generating a sweet taste of inflation (not too much, just enough). And it would perform these feats of macroeconomic management by pushing a single interest rate up or down.

It was implausible enough in the telling and has turned out no better in the doing. Nor is there any mystery why. The Fed's M.O. is price control. It fixes the basic money market interest rate, known as the federal funds rate. To arrive at the proper rate, the monetary mandarins conduct their research, prepare their forecast -- and take a wild guess, just like the rest of us. Since December 2008, the Fed has imposed a funds rate of 0% to 0.25%. Since March of 2009, it has bought just over $1 trillion of mortgage-backed securities and $300 billion of Treasurys. It has acquired these assets in the customary central-bank manner, i.e., by conjuring into existence the money to pay for them. Yet -- a measure of the nation's lingering problems -- the broadly defined money supply isn't growing but dwindling.

The Fed's miniature interest rates find favor with debtors, disfavor with savers (that doughty band). All may agree, however, that the bond market has lost such credibility it once had as a monetary-policy voting machine. Whether or not the Fed is cranking too hard on the dollar printing press is, for professional dealers and investors, a moot point. With the cost of borrowing close to zero, they are happy as clams (that is, they can finance their inventories of Treasurys and mortgage-backed securities at virtually no cost). The U.S. government securities market has been conscripted into the economic-stimulus program.

Neither are the currency markets the founts of objective monetary information they perhaps used to be. The euro trades freely, but the Chinese yuan is under the thumb of the People's Republic. It tells you nothing about the respective monetary policies of the People's Bank and the Fed to observe that it takes 6.831 yuan to make a dollar. It's the exchange rate that Beijing wants.

On the matter of comparative monetary policies, the most expressive market is the one that the Fed isn't overtly manipulating. Though Treasury yields might as well be frozen, the gold price is soaring (it lost altitude on Friday). Why has it taken flight? Not on account of an inflation problem. Gold is appreciating in terms of all paper currencies -- or, alternatively, paper currencies are depreciating in terms of gold -- because the world is losing faith in the tenets of modern central banking. Correctly, the dollar's vast non-American constituency understands that it counts for nothing in the councils of the Fed and the Treasury. If 0% interest rates suit the U.S. economy, 0% will be the rate imposed. Then, too, gold is hard to find and costly to produce. You can materialize dollars with the tap of a computer key.

Let me interrupt myself to say that I am not now making a bullish investment case for gold (I happen to be bullish, but it's only an opinion). The trouble with 0% interest rates is that they instigate speculation in almost every asset that moves (and when such an immense market as that in Treasury securities isn't allowed to move, the suppressed volatility finds different outlets). By practicing price, or interest-rate, control, the Bank of Bernanke fosters a kind of alternative financial reality. Let the buyer beware -- of just about everything.

A proper gold standard promotes balance in the financial and commercial affairs of participating nations. The pure paper system promotes and perpetuates imbalances. Not since 1976 has this country consumed less than it produced (as measured by the international trade balance): a deficit of 32 years and counting. Why has the shortfall persisted for so long? Because the U.S., uniquely, is allowed to pay its bills in the currency that only it may lawfully print. We send it west, to the central banks of our Asian creditors. And they, obligingly, turn right around and invest the dollars in America's own securities. It's as if the money never left home. Stop to ask yourself, American reader: Is any other nation on earth so blessed as we?

There is, however, a rub. The Asian central banks do not acquire their dollars with nothing. Rather, they buy them with the currency that they themselves print. Some of this money they manage to sweep under the rug, or "sterilize," but a good bit of it enters the local payment stream, where it finances today's rowdy Asian bull markets.

A monetary economist from Mars could only scratch his pointy head at our 21st century monetary arrangements. What is a dollar? he might ask. No response. The Martian can't find out because the earthlings don't know. The value of a dollar is undefined. Its relationship to other currencies is similarly contingent. Some exchange rates float, others sink, still others are lashed to the dollar (whatever it is). Discouraged, the visitor zooms home.

Neither would the ghosts of earthly finance know what to make of things if they returned for a briefing from wherever they were spending eternity. Someone would have to tell Alexander Hamilton that his system of coins is defunct, as is, incidentally, the federal sinking fund he devised to retire the public debt (it went out of business in 1960). He might have to hear it more than once to understand, but Congress no longer "coins" money and regulates the value thereof. Rather, it delegates the work to Mr. Bernanke, who, a noted student of the Great Depression, believes that the cure for borrowing too much money is printing more money.

Walter Bagehot, the Victorian English financial journalist, would be in for a jolt too. It would hardly please him to hear that the Fed had invoked the authority of his name to characterize its helter-skelter interventions of the past year. In a crisis, Bagehot wrote in his 1873 study "Lombard Street," a central bank should lend without stint to solvent institutions at a punitive rate of interest against sound collateral. At least, Bagehot's shade might console itself, the Fed was faithful to the text on one point. It did lend without stint.

If Bagehot's ghost would be chagrined, that of Bagehot's sparring partner, Thomson Hankey, would be exultant. Hankey, a onetime governor of the Bank of England, denounced Bagehot in life. No central bank should stand ready to bail out the imprudent, he maintained. "I cannot conceive of anything more likely to encourage rash and imprudent speculation..., " wrote Hankey in response to Bagehot. "I am no advocate for any legislative enactments to try and make the trading community more prudent."

Hankey believed in the price system. It might pain him to discover that his professional descendants have embraced command and control. "We should have required [banks to hold] more capital, more liquidity," Mr. Bernanke rued in a Senate hearing on Thursday. "We should have required more risk management controls." Roll over, Isaias Hellman.

So our Martian would be mystified and our honored dead distressed. And we, the living? We are none too pleased ourselves. At least, however, being alive, we can begin to set things right. The thing to do, I say, is to restore the nets to the tennis courts of money and finance. Collateralize the dollar—make it exchangeable into something of genuine value. Get the Fed out of the price-fixing business. Replace Ben Bernanke with a latter-day Thomson Hankey. Find -- cultivate --battalions of latter-day Hellmans and set them to running free-market banks. There's one more thing: Return to the statute books Section 19 of the 1792 Coinage Act, but substitute life behind bars for the death penalty. It's the 21st century, you know.

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James Grant is editor of Grant's Interest Rate Observer and the author, most recently, of "Mr. Market Miscalculates" (Axios Press).