domenica 31 maggio 2009

FIMO, OVVERO LA BUONA FEDE

Da: SVIZZERA Connection

2. FIMO OVVERO LA BUONA FEDE

La Finanziaria Mobiliaria SA, detta in breve Fimo, era stata fondata il 21 marzo 1956 dal notaio Ercole Doninelli a Chiasso. Il capitale di fondazione ammontava a 100.000 franchi ed era suddiviso in mille azioni, sottoscritte da due ticinesi e cinque italiani, tra cui Carlo Vincenzo Aloisio di Torino. (1) Gli affari in seguito debbono essere andati bene se nel 1963 il capitale azionario si era decuplicato raggiungendo il milione di franchi. Le 9000 nuove azioni furono sottoscritte da due direttori della filiale di Chiasso della Schweizerische Bankgesellschaft (SBG), Edgardo Botta e Gianfranco Keller. Con ciò la SBG (Chiasso) controllava il 90 percento delle azioni Fimo. Contemporaneamente due dei consiglieri amministrativi ticinesi fino allora in carica (2) diedero le dimissioni e cedettero le loro quote di capitale in forma fiduciaria a Ercole Doninelli, che entrò nel consiglio di amministrazione. Un altro nuovo arrivo in questo comitato fu costituito da Lorenzo Aloisio (3), figlio dell' azionista di fondazione torinese Vincenzo Aloisio, e abitante a Besazio. Negli anni '60 la Fimo continuò ad espandersi fortemente e nell'aprile 1972 il capitale salì da uno a tre milioni, sottoscritto di nuovo interamente dalla SBG (Chiasso). Nuovo presidente divenne il notaio Ercole Doninelli, nuovo vicepresidente Lorenzo Aloisio. Nel dicembre 1976 la SBG negoziò per il partner Aloisio l'acquisto della piccola banca zurighese Bank Roulston. (4) Aloisio cambiò il nome dell' istituto in Banca Albis, raddoppiò il capitale a due milioni e prese in affitto uffici più grandi in Gerbergasse 6, vicino alla Zürcher Bahnhofstrasse. In seguito la nuova acquisizione di Aloisio servì alla società finanziaria Fimo, a presentarsi come banca col nome Albis senza possedere una licenza della commissione bancaria. La Fimo e i suoi clienti erano allora in assoluto i clienti più importanti della banca Albis.(5) Nella seconda metà degli anni '70, mentre la piazza finanziaria Ticino era sconvolta dallo scandalo della filiale di Chiasso della Kreditanstalt e dallo scandalo di Weisskredit,di cui non si è ancora parlato, il discreto trio di successo SBG-Aloisio-Doninelli, passando del tutto inosservato, incassava con la Fimo lauti guadagni nel mondo degli affari finanziari italo-svizzero. Nel 1982 un'operazione di scambio non ortodossa sistemò la posizione contraria alla legge bancaria della società gemella Fimo-Banca Albis. La Fimo sottoscrisse un aumento di capitale di tre milioni della banca Albis che pagò con un apporto di beni in natura. Ciò consistette nel trasferimento dell'attività di tipo bancario della Fimo alla banca Albis. Concretamente accadde questo : La banca Albis aprì nei locali della Fimo in Corso San Gottardo 89 a Chiasso una filiale, che prese 27 dei 30 posti di lavoro e attivi e passivi della Fimo per 30 milioni di franchi, dei quali 10 milioni in oro. Da allora la filiale di Chiasso della banca Albis e la Fimo lavorarono negli stessi uffici in Corso San Gottardo 89. Grazie all'abile operazione si erano adeguati alla legislazione bancaria senza dover veramente mutare qualcosa nell'andamento degli affari. Da un punto di vista economico Fimo e Banca Albis rimasero gemelli monozigotici. Vale a dire che la società finanziaria Fimo non sottoposta alla legislazione bancaria aveva una porta posteriore aperta su una banca. Che questo stratagemma degno di un azzeccagarbugli non fosse allora in contraddizione con gli standard dell'etica degli affari della SBG è significativo. (6) Già un anno più tardi, nell'aprile 1983, la Fimo aumentò il suo capitale da tre a sei milioni, sottoscritto per metà rispettivamente da Ercole Doninelli, mediante la sua Stefany Financing Company SA (Chiasso) e da Lorenzo Aloisio. Con ciò erano cambiate anche per la prima volta dal 1963 le quote di partecipazione al gruppo Fimo-Banca Albis: la SBG (Chiasso) controllava ora anzichè il 90 percento, ancora circa la metà delle azioni Fimo, mentre Doninelli e Aloisio ne avevano circa un quarto. Nel gennaio 1986 infine la SBG (Chiasso) ridusse la sua partecipazione alla Fimo a circa il 45 percento. Vendette appena il 5 percento alla Itoko Holding SA, che (attraverso la GiBi Fiduciaria SA) erano detenuti da Guido Brioschi, Luisa Gianella Brioschi e Giancarlo Tramezzani.(7)

MISTERIOSE DIMISSIONI IN MASSA

Nella primavera 1988 si ebbero dimissioni in massa dal consiglio d'amministrazione della Banca Albis, gemella della Fimo. Nel febbraio e nel marzo 1988 Roberto Feller (8) e Andrè W. Cornu (9) annunciarono il loro ritiro solo poche settimane prima dell'assemblea generale a Zurigo. Nel corso di quest'assemblea diede le dimissioni anche il presidente della banca e avvocato Giordano Borradori di Lugano. Nell'organo supremo della banca Albis restò solo l'avvocato Fernando Rizzoli, collega d'ufficio del famoso avvocato e consigliere nazionale della CVP, Gianfranco Cotti.(10) I tre dimissionari furono sostituiti alla Banca Albis dall'avvocato zurighese Rudolf Hegetschweiler in qualità di nuovo presidente e dalla allora consigliera nazionale liberale Geneviève Aubry, originaria del Giura bernese. La Aubry, priva d'esperienza nel campo delle operazioni bancarie, aveva un ruolo di facciata, come si deduce dal fatto che era l'unica consigliera d'amministrazione a non far parte del comitato. Anche alla Fimo dopo il terremoto presso la Banca Albis affiliata si ebbe nel giugno 1988 un rimpasto. Un'assemblea generale straordinaria elesse nuovo presidente della Fimo Gianfranco Cotti.(11) Divenne nuovo membro del consiglio d'amministrazione Demetrio Ferrari, collega di Cotti ed ex granconsigliere della CVP. Nel mondo politico Ferrari e Cotti erano considerati eminenze grige della CVP ticinese. Il motivo dei cambiamenti precipitosi nei consigli di amministrazione del gruppo Fimo / Banca Albis non è noto- si tratti o no di un caso : poco prima delle dimissioni Giuseppe Lottusi alla fine del 1987 aveva chiesto per sua stessa ammissione a Lorenzo Aloisio, se il gruppo Fimo/ Banca Albis poteva trasferire circa dieci miliardi di lire in contanti alla Trade Development Bank (Ginevra).(12) Di fatto il gruppo Fimo/ Banca Albis fu rafforzato dal rimpasto. I due politici conosciuti a livello nazionale, Geneviève Aubry e Gianfranco Cotti, gli procurarono rispettabilità. Sia Cotti, uomo del CVP che la liberale Aubry appartenevano all' ala destra dei loro partiti. Entrambi comparvero nell'agosto 1988 nell'elenco degli oratori del Congresso anticomunista WACL.(13) Il 22 novembre 1988 entrò infine nel consiglio di amministrazione della Fimo Valentino Foti, amico di gioventù di Lorenzo Aloisio. Già nel 1971 i due avevano comprato in Friuli (San Vito, Pordenone) la vetreria Sirix. (14) "Lorenzo credeva allo sviluppo del settore industriale nella Fimo", disse Foti," ogni volta che avevo bisogno di denaro per la Sirix era sempre pronto a condividere il rischio con me".(15) Grazie alle iniezioni di capitale della Fimo, Foti fu in grado di trasformare la Sirix in un gruppo di cinque vetrerie con circa 600 dipendenti e con un volume di affari annuo di più di 100 miliardi di lire. (16) Contemporaneamente il suo amico Aloisio fece una brillante carriera in Svizzera. Nel 1988 la Fimo, sotto l'influsso di Foti, che poi entrò nel consiglio di amministrazione, acquistò una quota minoritaria della SA Financière Patience Beaujonc (PB Finance) di Antwerpen, un investimento di cui più tardi la Fimo dovette pentirsi. (17) Ma i sogni di Aloisio e Foti di figurare nella prima classe delle vetrerie europee non si realizzarono. Aloisio morì all'inizio del 1990 e Foti in caso di problemi finanziari non potè più contare sull' aiuto della Fimo. Diversamente dal suo amico Lorenzo "il resto della sua famiglia era più interessata alla finanza (che all'industria vetraria ). Perciò si giunse più tardi ad una rottura." (18) Gli affari andarono sempre peggio e la Fimo si ritirò dalla PB Finance belga.

ORO E GIOIELLI

Prosperava invece il commercio d'oro e gioielli. Il 4 aprile 1991 la Fimo fondò la Società per il Commercio di gioielli Fimo Gem Stone con un capitale di 300.000 franchi e domicilio in Corso San Gottardo 89. Presidentessa divenne Luisa Gianella Brioschi della Itoko, azionista di minoranza Fimo. Il consiglio d'ammministrazione fu composto da Emilio Aloisio di Torino, parente di Lorenzo Aloisio, e da Luigi Tamburini, a lungo direttore della Fimo ticinese e più tardi consigliere d'amministrazione della Fimo. Direttore della ditta per il commercio di gioielli Fimo Gem Stone divenne Saverio Repetto (19) di Torino. Dopo l'arresto di Lottusi nell'ottobre 1991 la Fimo Gem Stone cambiò nome in Fingems Financial Gems Invest SA. Nel dicembre 1991 la Fimo costituì una joint-venture con la Società Vietnam Oro, Argento e Pietre preziose (Hanoi), con un capitale di un milione di dollari, versato per metà dal partner vietnamita e per metà da quello svizzero. Per la Fimo fa parte del consiglio di amministrazione Giovanni Cararra, per la Società Vietnam Oro, Argento e Pietre preziose Le Thanh-Lung.(20)

SOCIETA' A RESPONSABILITA' LIMITATA

Quando il riciclatore Giuseppe Lottusi fu arrestato a Milano il 15 ottobre 1991, il consiglio d'amministrazione della Fimo si presentava così: oltre al presidente Gianfranco Cotti e al vice Emilio Aloisio di Torino ne facevano parte anche Elio Fiscalini (21), Demetrio Ferrari, Lucia Galliano-Aloisio e Valentino Foti. La direzione della Fimo era composta da Piergiorgio Aloisio e Luigi Tamburini, vicedirettore era Enzo Coltamai.(22) Nel consiglio di amministrazione della Banca Albis, affiliata alla Fimo, c'era in qualità di presidente Rudolf Hegetschweiler di Zurigo. Membri erano Geneviève Aubry, Bernhard Burkhard e Fernando Rizzoli. Direttori erano Fabrizio Donati e Pier Luigi Gallo.(23) Il nome Fimo compare per la prima volta nei media svizzeri il 16 ottobre 1991 sul ticinese "Dovere", dopo che la stampa italiana il giorno prima aveva informato dell'arresto di Lottusi senza nominare ancora la Fimo. Il nome della Fimo e del suo presidente Gianfranco Cotti apparvero sia in "Dovere" che sul giornale italiano "La Repubblica" solamente il 17 ottobre. Il giorno stesso sia la direzione della Fimo che Cotti fecero pervenire ai media dichiarazioni che furono pubblicate il 18 ottobre. La direzione della Fimo dichiarò di aver agito sempre nel rispetto degli obblighi di scrupolosità, usuali nel settore e di essere naturalmente pronta ad ogni collaborazine con le autorità. Non c'era -aggiunse- alcuna inchiesta pendente nei confronti di organi o impiegati della Fimo.(24) Cotti da parte sua dichiarò che come presidente della Fimo non aveva constatato alcun atto della società contrario alla legge vigente e non aveva mai avuto contatti diretti o indiretti con le persone sospettate.(25)

UN IMMEDIATO CERTIFICATO PERSIL * PER COTTI

Lo stesso giorno della dichiarazione stampa di Cotti si fece sentire a sua volta con una dichiarazione stampa Carla del Ponte allora ancora in carica come procuratore di stato del Ticino. La Signora del Ponte comunicò che nel caso Lottusi era stato aperto un procedimento penale contro ignoti , per il sospetto di ripetuto e grave riciclaggio di denaro ed eventuale violazione del dovere di meticolosità negli affari finanziari. Già nella frase successiva la del Ponte contestava categoricamente ogni corresponsabilità del consiglio di amministrazione e della direzione della Fimo, la possibile implicazione di impiegati non venne invece esclusa fin da principio. Una simile dichiarazione di un procuratore di stato che annuncia un' inchiesta penale e nello stesso momento scagiona categoricamente i potenziali responsabili, non si conosceva prima negli annali della giustizia penale svizzera. La del Ponte non ha saputo poi mai spiegare da dove abbia tratto allora la giustificazione per l'istantaneo certificato Persil, cosa che non ha nuociuto però in alcun modo alla sua carriera successiva. Al contrario. Quando Giuseppe Sergi ,consigliere cantonale del partito socialista definì più tardi discutbile il suo comportamento in questa faccenda e chiese un'inchiesta amministrativa contro il procuratore del Ponte, fu duramente biasimato dal governo ticinese: avrebbe voluto gettare di proposito discredito sulla del Ponte.(26) Se l'affare Fimo/ Cotti nonostante il certificato Persil della del Ponte riuscì a trasformarsi da avvenimento locale ticinese in tema dei media nazionali, ciò avvenne grazie alla televisione svizzera. Il programma televisivo di informazione e intrattenimento "10 minuti alle 10", allora nuovo, aveva bisogno di storie piccanti per aumentare le percentuali d'ascolto. Questo condizionamento fu più forte di tutto il lavorio di lobby da parte di Cotti per far passare sotto silenzio la cosa. Il redattore capo di "10 minuti alle 10" Jürg Wildenberger mandò a Palermo il giornalista Klaus Vieli dal procuratore della repubblica Giusto Schiacchitano che illustrò subito l'importante ruolo della Fimo come stazione di transito nelle transazioni di Lottusi per la mafia e il cartello di Medellìn.
Nella trasmissione TV del 15 novembre 1991 si accennò anche, come di dovere, al fatto che l'allora consigliere nazionale CVP Cotti presiedeva la commissione del parlamento federale che doveva stabilire le norme penali nel caso di infrazioni ai paragrafi di legge sul riciclaggio di denaro, mentre Lottusi contemporaneamente portava alla Fimo, presieduta dallo stesso Cotti, il denaro da narcotraffico in sacchi di plastica. Cotti si oppose con successo alle mozioni di minoranza socialiste che prevedevano un aggravarsi del fenomeno riciclaggio di denaro- chiese invece fiducia nei confronti delle banche e delle società finanziarie. Dopo che la televisione aveva reso di pubblico dominio lo scandalo Fimo, Cotti fu costretto ad agire: sul "Corriere del Ticino" del 19 novembre 1991 rese note le sue dimissioni da presidente della società. (27) E non mancò naturalmente di far riferimento al certificato Persil della del Ponte. Alla radio del Ticino Cotti aveva dichiarato già il 17 novembre di aver lasciato la presidenza della Fimo il 10 ottobre, dunque già prima dell'arresto di Lottusi, e che lui non aveva niente a che fare con quest’ultimo. Si sarebbe ritirato perchè non era d'accordo sulla gestione della Fimo. Il nome Lottusi l'avrebbe appreso dai media. Non avrebbe potuto occuparsi in maniera approfondita dei singoli affari delle imprese, del cui consiglio di amministrazione faceva parte. Anche degli stretti legami della Fimo con la banca affiliata Albis sostenne di non aver saputo niente- sebbene il suo socio di studio Fernando Rizzoli fosse membro del consiglio d'amministrazione della Banca Albis.(28) E sebbene l'assemblea generale della Fimo del 22 novembre 1988 in base a documenti del dossier Fimo del Registro di Commercio di Mendrisio si sia tenuta nello studio che divideva con Rizzoli. Inattendibile appare la motivazione delle dimissioni data da Cotti, se confrontata con la sua prima dichiarazione ai media del 17 ottobre, in cui non diceva ancora nulla di un ritiro dalla presidenza Fimo. Al contrario egli prendeva qui posizione in maniera chiara e inequivocabile come presidente della Fimo. Anche al Registro di Commercio di Mendrisio manca una lettera di dimissioni del 10 ottobre 1991. C'è solo la sua lettera del 13 novembre in cui rimanda ad un presunto scritto del 10 ottobre. Il dipartimento di polizia e giustizia del Ticino gli comunicò infine il 14 novembre e ancora il 4 dicembre, che il suo ritiro non era avvenuto in modo conforme alla legge. La data delle dimissioni è il 22 novembre, nel Bollettino commerciale svizzero le dimissioni furono rese pubbliche il 25 novembre. Le circostanze quanto mai strane del ritiro di Cotti sono così destinate a rimanere oscure. Si può pensare che la sua lettera non sia stata recapitata o che sia andata perduta al Registro di Commercio. Questa fu comunque la spiegazione di Cotti (29). Nei mesi seguenti egli fu preso di mira pesantemente da diverse parti per il suo ruolo di presidente della Fimo. Il cabarettista Lorenz Keiser lo prese in giro nel suo programma, e Cotti lo denunciò per oltraggio al suo onore, cosa che portò ad una lunghissima controversia in tribunale. All'assemblea generale della CS Holding l'addetta stampa di Zurigo Ruth Binde fece la proposta che Cotti non fosse eletto nel consiglio di amministrazione della CS. (30) Non ottenne la maggioranza, ma dalla sala si levò un applauso fragoroso. Allorchè il presidente dell'assemblea Rainer Gut,a causa del consenso alla richiesta della Binde, deliberò per Cotti l'elezione per iscritto, un candidato visibilmente pallido visse alcuni istanti di paura. In una trasmissione della televisione della Svizzera occidentale nel giugno 1994 Jean Ziegler, il critico delle banche, citò la Fimo come esempio dell'infiltrazione in Svizzera del crimine organizzato. In conseguenza di ciò fu denunciato dalla Fimo. Ma sia il Consiglio nazionale che il Consiglio degli Stati rifiutarono di di togliergli l'immunità parlamentare. Il consigliere nazionale Charles Poncet (PLS,Ginevra) espresse l'opinione che Ziegler avesse esagerato ma che fondamentalmente avesse detto la verità.(31)

UN COLPO DI SPUGNA

Nell'estate 1992 lo scandalo Fimo cominciava già ad essere dimenticato. A Lugano la del Ponte manteneva un silenzio assoluto, e i media rinunciarono ad ulteriori indagini. Il consiglio d'amministrazione della Fimo approfittò abilmente del momento favorevole per limitare i danni e si adattò prontamente sotto il successore di Cotti Elio Fiscalini (32) alla nuova situazione.
L'avvocato d’affari Fiscalini aveva l'ufficio in Corso San Gottardo a Chiasso e come Cotti era una colonna portante dell' establishment ticinese. Grazie a questa figura di primo piano la SBG di Chiasso, azionaria Fimo, pote' continuare con successo la politica di basso profilo portata avanti dal 1963. I media e l'opinione pubblica non sapevano chi in fondo fosse responsabile del gruppo Fimo /Banca Albis. Anche nel consiglio di amministrazione della Banca Albis, affiliata alla Fimo, che aveva superato indenne lo scandalo della società madre, si arrivò nel 1992 ad alcuni cambiamenti. Nell'ottobre 1991 l'avvocato Max Schmidlin divenne un nuovo membro di questo organo. Nel novembre 1992 Fernando Rizzoli, collega di studio di Cotti, fu sostituito dall'avvocato Hans Rudolf Staiger. (33) Ma il cambiamento più importante era già andato in scena nell' agosto 1992 quando l'ex direttore della banca popolare Bernhard Burkhard era stato sostituito dall'ex procuratore di stato ticinese Venerio Quadri.(34) Il predecessore della del Ponte, lasciato il servizio statale nel dicembre 1990, aveva aperto uno studio legale a Lugano, e continuò tuttavia a far parte dell'apparato giudiziario ticinese come giudice supplente del PPC nel tribunale cantonale di secondo grado. Mutar di campo procurò a Quadri alcuni mandati di non poco interesse finanziario: con la Banca Commerciale di Lugano e la Banca Atlantis di Ginevra rappresentava clienti con i quali aveva già avuto a che fare come procuratore di stato.(35) Passaggi simili da parte di un avvocato dall'ambito giuridico a quello economico - a differenza di quanto avviene ad esempio in Italia- in Svizzera non sono vietati ma sono considerati discutibili sul piano etico. (36) Perchè le conoscenze da insider di un ex magistrato danno ai suoi clienti un vantaggio non fair nel complesso intrico delle vie legali e ostacolano la ricerca della verità. Non si è dimenticato che il procuratore di stato Quadri nell'ottobre 1990 aveva aperto su iniziativa milanese un procedimento contro ignoti in relazone al caso del riciclatore Lottusi. Una delle prime clienti che sfruttarono le competenti cognizioni da insider del novello libero professionista fu nella primavera 1992 la Fimo. (37) In estate Quadri entrò a far parte del consiglio di amministrazione della Banca Albis e si mise in luce anche sui giornali come difensore del gruppo Fimo-Banca Albis.
Ad esempio su" Le Nouveau Quotidien" di Losanna cercò di ottenere la comprensione dei lettori : "Perchè la Fimo avrebbe dovuto insospettirsi , Lottusi era conosciuto nel loro ambiente dal 1975."(38) Anche con i mandati da consigliere d'amministrazione presso la Fardafid SA (Lugano) e la Fardafin Holding (Lugano) (39), dove aveva un ruolo importante Elio Fiscalini, l'impegno di Quadri per il gruppo Fimo / Banca Albis risultò fruttuoso.(40)

COMIFIN OVVERO IL COPRICAPO MAGICO CHE RENDE INVISIBILI

Il gruppo Fimo-Banca Albis non solo si rinnovò con successo a livello di consiglio di amministrazione ma si riorganizzò anche sul piano operativo. All'inizio del luglio 1992 il vicedirettore della Fimo Enzo Coltamai, già persona di riferimento di Lottusi, lasciò la sua vecchia datrice di lavoro e passò alla Comifin SA appena fondata. Coltamai non ebbe bisogno di trasferirsi, perchè la Comifin aveva gli uffici allo stesso indirizzo della Fimo e della Banca Albis, precisamente in Corso San Gottardo 89 a Chiasso. Ben presto fu chiaro che la Comifin portava avanti gli affari della Fimo sotto un nuovo nome. La Comifin era stata fondata il 25 maggio 1992 con un capitale azionario di 200.000 franchi. Azionista di fondazione fu la Fiduciaria GiBi (Lugano), azionista di minoranza della Fimo, che ricevette 198 azioni a 1000 franchi. La Fiduciaria GiBi deteneva attraverso la Itoko SA anche non più del 5% delle azioni Fimo.(41) La presidentessa della GiBi Luisa Gianella Brioschi firmava anche come presidentessa Comifin. Gianella Brioschi ricevette un'azione Comifin esattamente come il fiduciario Giancarlo Tramezzani di Ponte Tresa che era pure entrato nel consiglio di amministrazione della Comifin.

ENTRA IN AZIONE MANI PULITE

Quando il nome Fimo era stato ormai dimenticato dall'opinione pubblica, la società comparve il 18 marzo 1993 per la prima volta nelle istruttorie dei pubblici ministeri milanesi Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo contro la corruzione nella società petrolifera italiana di stato ENI. Il cassiere delle bustarelle ENI Pierfrancesco Pacini Battaglia, vicepresidente e principale azionista della Banca Karfinco di Ginevra, vuotò il sacco. Questa storia avventurosa viene narrata in maniera dettagliata più avanti, qui ci interessano solo le dichiarazioni di Pacini Battaglia sulla Fimo. Pacini Battaglia descrisse al pubblico ministero Di Pietro come egli di volta in volta portava a Roma al tesoriere del partito socialista Vincenzo Balzamo le bustarelle dell' ENI: "Consegnavo le banconote a Balzamo nella sua Lancia Tema verde, che lui parcheggiava sotto la finestra del mio ufficio (a Roma). Domanda di Di Pietro: Dove prendeva il denaro? Pacini battaglia : da un conto Eni all'estero. Domanda di Di Pietro : Come arrivava in Italia? Pacini Battaglia: Veniva portato da una società specializzata di spalloni [termine italiano per indicare i contrabbandieri]. Domanda di Di Pietro : Come si chiama questa società? Pacini Battaglia: Si chiama Fimo.(42) Nel corso della sua testimonianza Pacini Battaglia dichiarò anche di avere collaborato dall'inizio del 1992 fino al maggio 1992 con un certo "Enzo e un Rino presso la Comfin-Fimo in Corso San Gottardo 89 a Chiasso". Pacini Battaglia: "La Comifin- Fimo è un'agenzia di cambio che dà lavoro a spalloni e che fornisce direttamente denaro contante a determinati indirizzi" (43)
In questo modo contrabbandieri della Comifin-Fimo avrebbero portato direttamente alla sede centrale della Democrazia Cristiana in Piazza del Gesù bustarelle dell' Eni. Alla domanda perchè avesse scelto per i suoi trasferimenti di denaro proprio una ditta finita sui giornali per riciclaggio di denaro della mafia con titoli a caratteri cubitali, Pacini Battaglia rispose: "Perchè sono i migliori spalloni che esistano"(44)

L' UOMO DAL PIEDE D' ORO

Il gruppo Fimo- Banca Albis era implicato nel 1994 in altri scandali italiani oltre a quello delle bustarelle ai politici. "I miliardi per Lentini nella banca- tangenti" titolava il "Corriere della Sera".(45) Il riferimento era alla Banca Albis di Chiasso, stazione di transito di mazzette che il club calcistico di Berlusconi AC Milan aveva pagato al presidente Gianmauro Borsano dell'AC Torino. Il motivo era il trasferimento del campione di calcio Gianluigi Lentini da Torino a Milano. (46) Il "Corriere della Sera" non dimenticò di far cenno alla notorietà del gruppo Fimo/ Banca Albis definendolo nel sottotitolo "punto di distribuzione delle tangenti ENI e sportello utilizzato dalla mafia".(47) Il caso Lentini dimostrò di nuovo come aveva funzionato il sistema Fimo -Banca Albis . L'AC Milan (proprietà privata di Berlusconi) voleva assolutamente avere nella sua squadra il supercampione Lentini. Ma Lentini intendeva restar fedele ai suoi fan torinesi. Berlusconi gli offrì però tanti soldi che il giocatore tradì i suoi fan e passò al Milan. Il presidente del Torino Gianmauro Borsano ricevette una tangente perchè organizzasse rapidamente il trasferimento. (48) Come Borsano rivelò al pubblico ministero milanese Gherardo Colombo, si mise in contatto con Emilio Aloisio, il consigliere amministrativo della Fimo residente a Torino e cugino dell'ex vicedirettore- Fimo Lorenzo Aloisio, morto nel 1990. Nella primavera 1992 l'AC Milan versò la prima rata -mazzetta di 4 miliardi di lire alla Banca Albis. Il denaro proveniva da un conto del manager del Milan Galliani presso la SBG di Chiasso. La Banca Albis pagò la cifra , detratta la commissione, alla società finanziaria torinese Cambio Corso di Aloisio , che trasmise al Borsano, lasciatosi corrompere, il controvalore in obbligazioni di stato. Poco tempo dopo passarono allo stesso modo ancora tra i 6,5 e gli 8,5 miliardi di lire (49). La procura della repubblica di Torino fece una perquisizione domiciliare presso la Cambio Corso e sulla base dei documenti rinvenuti presentò una rogatoria alla Svizzera.Circa un anno dopo arrivò a Torino la documentazione richiesta della transazione della Banca Albis.

IL PRESIDENTE DELLA FIMO PARLA CHIARO

La comparsa del gruppo Fimo - Banca Albis nel vortice delle inchieste di Mani Pulite sembrò non impressionare più di tanto il presidente della Fimo Elio Fiscalini. Allo stesso modo non si era lasciato impressionare due anni prima dall'affare Lottusi a proposito del quale disse allora ad un giornalista del quotidiano romano "La Repubblica": "La Fimo non ha alcuna responsabilià nel caso Lottusi. Fino al momento del suo arresto era stato un uomo incensurato , raccomandato da terze persone al di sopra di ogni sospetto. La Fimo ha agito nel caso Lottusi in perfetta buona fede." (50) A proposito delle confessioni di Pacini Battaglia Fiscalini osservò:" Questi soldi sono arrivati dalla Banca Karfinco [ di Pacini Battaglia] a Ginevra. Mi sembra del tutto normale che una società finanziaria abbia rapporti con istituti di credito. Quando leggo le dichiarazioni di Pacini Battaglia appare chiaro che era informato sulla natura delle sue transazioni. In fin dei conti una parte del denaro andava al suo ufficio a Roma."(51) E ancora: "La Karfinco si rivolse alla Fimo, che a sua volta come altre società finanziarie si rivolse ad una di quelle organizzazioni che portano materialmente denaro contante oltreconfine. A esser precisi non si tratta di vere e proprie organizzazioni ma di singole persone che - diciamolo chiaro- realizzano gran parte dei guadagni della piazza finanziaria ticinese".(52) Del resto secondo Fiscalini la Fimo dovette essere trasformata in una semplice società di partecipazione per evitare in futuro questi incidenti. Si rinunciò-disse Fiscalini-al traffico delle transazioni , che prima era stato l'attività principale . Per questo l'ex direttore della Fimo Enzo Coltamai sarebbe passato dopo l'arresto di Giuseppe Lottusi alla Comifin appena fondata , che si sarebbe assunta le attività rischiose della Fimo. " E la Fimo", aggiunse Fiscalini, " detiene solo una piccola quota di partecipazione alla Comifin".(53)

SETTEMBRE NERO

Poco dopo l'offensiva di Fiscalini, la Fimo incassò in Belgio il 14 settembre 1993 un altro colpo basso. Il giudice istruttore di Bruxelles, Jean Claude Van Espen, aprì un procedimento contro Valentino Foti, consigliere amministrativo della Fimo. (54) Il giudice belga lo accusò di manipolazioni finanziarie illegali nelle quali erano stati coinvolti a suo parere anche Lorenzo Aloisio e la Fimo. Valentino Foti aveva fatto parte dal 22 novembre 1988 fino al 3 febbraio 1993 del consiglio di amministrazione della Fimo, da cui aveva dovuto dimettersi a causa degli affari andati male in Belgio, ed era un vecchio amico del vicedirettore della Fimo Lorenzo Aloisio, morto all'inizio del 1990. Foti aveva convinto Aloisio a fare massicci investimenti nella sua vetreria italiana Sirix.(55) Il nuovo presidente della Fimo Fiscalini decise di interrompere quello che era stato il coinvolgimento di Aloisio nella Sirix e nella società madre belga della Sirix PB Finance. Senza l'aiuto finanziario di Aloisio la Sirix non potè sopravvivere e il 5 novembre 1992 fallì. La sua filiale francese Eurinval fu messa sotto curatela fallimentare. La società madre della Sirix, PB-Finance, subì una grave perdita. Foti cominciò a smobilitare la PB Finance , cosa che spinse gli azionisti di minoranza ad intraprendere un'azione giudiziaria. Nel marzo 1993 il presidente della PB Finance Jean Verdoot (56) morì per un infarto cardiaco durante il volo di ritorno da Ginevra a Bruxelles. Poco tempo dopo i membri del consiglio d'amministrazione della PB-Finance che erano rimasti deposero volontariamente il loro mandato e il tribunale di Lüttich nominò due liquidatori d'ufficio. (57)

SMENTITA AMBIGUA

Valentino Foti e la Fimo si diedero da fare per avere visibilità sulla stampa belga, e reagirono poi ad un articolo critico della rivista di informazione "Le Vif / L'Express" con una replica- cosa che in Svizzera, nonostante accuse analoghe, non avevavo mai osato fare. In essa si diceva:" La Fimo è una finanziaria svizzera e si attiene a tutte le norme legali del suo paese. Non ha mai fatto da mediatrice per la famiglia Madonia, un'altra famiglia mafiosa o il cartello di Medellìn. La Fimo non ha mai avuto a che fare con denaro di provenienza criminale. L'assenza di tali legami, a differenza di quanto si sostiene nel Suo articolo del 20 maggio 1994, è già stata confermata più volte. Da una parte nella relazione della nota società di revisione Arthur Andersen dell'11 novembre 1991, che stabilisce che alla Fimo non esisteva alcun conto a nome di persone o società notoriamente coinvolte in affari di riciclaggio di denaro. Inoltre il pubblico ministero del Canton Ticino, dove la Fimo ha sede, ha fatto indagini approfondite che hanno avuto termine l'11 novembre 1993. Quest'inchiesta ha ridisegnato le transazioni criminali organizzate dal Signor Lottusi, per le quali egli fu condannato dalla giustizia penale italiana. Le inchieste contro la Fimo e i suoi organi invece non hanno dato alcun risultato. Da allora non è stato aperto alcun procedimento ulteriore contro la Fimo e i suoi organi nè in Svizzera nè in Italia nè altrove. Un'altra informazione errata [ contenuta nell'articolo ] riguarda il signor Tramezzani: non è stato mai alla Fimo. Era membro del consiglio di amministrazione della Comifin, che non ha niente a che fare con la Fimo. E' invece vero che il Signor Tramezzani è morto e che si suppone si sia trattato di suicidio. Dal momento che Tramezzani non ha mai avuto rapporti con la Fimo, il collegamento fatto tra il suo suicidio e la Fimo deve essere definito un'ipotesi puramente arbitraria ".(58)
Con questa replica la Fimo ha manipolato in modo grave i fatti. Gli undici miliardi e passa di lire in banconote , spediti a Ginevra per Lottusi, non erano forse denaro da narcotraffico? I miliardi di tangenti ENI , che portava a Roma attraverso la Banca Karfinco di Pierfrancesco Pacini Battaglia alle sedi centrali di partito dei socialisti e dei democristiani, non erano forse illegali in base al diritto italiano? E che dire delle mazzette dell' AC Milan di Berlusconi per Gianmauro Borsano, presidente dell' AC Torino alla Banca Albis? Anche l'affermazione che Tramezzani e la Comifin non avevano avuto niente a che fare con la Fimo è falsa.
La Comifin fu fondata dalla Fimo al suo stesso indirizzo per trasferirvi gli affari rischiosi. Il vicedirettore della Fimo Enzo Coltamai ne divenne il direttore.
La Comifin era controllata dalla Fiduciaria GiBi, che deteneva pure un pacchetto di minoranza di più del 5% alla Fimo. Viceversa la Fimo come aveva dichiarato Elio Fiscalini, allora suo presidente, il primo aprile 1993 al giornale "La Regione", aveva una piccola quota di partecipazione alla Comifin.

HA INIZIO IL GRANDE REPULISTI

Il terzo schiaffo che la Fimo si prese in Belgio fu troppo perfino per Elio Fiscalini : il 15 settembre 1993, con una comunicazione telegrafica al Registro commerciale di Mendrisio, egli si dimise senza preavviso da presidente della Fimo. Come era accaduto a suo tempo con Gianfranco Cotti anche queste dimissioni avvennero in modo del tutto inusuale. Le formalità da compiersi in caso di ritiro presso il Registro di Commercio vengono espletate di solito dalla ditta interessata con una raccomandata. L'attacco di panico che sembrava aver portato Fiscalini alle dimissioni dipende probabilmente dall'aggravarsi dei suoi problemi in Italia, dove erano finite nel vortice delle inchieste sul denaro riciclato parecchie società per le cui affiliate svizzere lavorava come consigliere d'amministrazione. L'uscita di scena dalla Fimo dello stimato avvocato d'affari Fiscalini fu contemporaneamente il segnale del ritiro della famiglia Doninelli, che era stata legata alla Fimo dalla sua fondazione. Con ciò l'establishment ticinese aveva abbandonato il gruppo Fimo/ banca Albis. (59) Il 16 settembre 1993, due giorni dopo l'apertura del procedimento contro Foti a Bruxelles e un giorno dopo le dimissioni di Fiscalini il consigliere d'aministrazione della Comifin Capitano Giancarlo Tramezzani morì nel corso di un'esercitazione per riservisti. Il comandante di compagnia fu trovato morto presso Rodi-Fiesso nella Leventina vicino ad un piccolo lago, dopo esser stato dato per disperso per alcune ore. Il portavoce della stampa dell'EMD disse allora:
"A causare la morte sono stati probabilmente uno o più spari di un fucile automatico. Sembra che si tratti di un suicidio. Non si può escludere però la colpevolezza di terzi."(60) Che Tramezzani si sia sparato con un fucile automatico appare strano, perchè l'arma personale dell'ufficiale Tramezzani non era un fucile automatico ma la pistola. Questa morte misteriosa lasciò aperte molte domande. Il 20 settembre 1993, quattro giorni dopo la morte di Tramezzani, Gianfranco Cotti comunicò del tutto inaspettatamente il suo ritiro dal Consiglio nazionale. Come motivo addusse il peso del suo incarico di presidente d'amministrazione della Volksbank, che tuttavia egli aveva assunto già nel marzo 1993. Con la stampa Cotti si lamentò che venisse sempre rivangata la vecchia storia della Fimo. "Per me questa vicenda è chiusa. Non so perchè venga continuamente riproposta."(61) Il 25 ottobre 1993 la Banca Albis cambiò sorprendentemente il nome in Banca Adamas AG ( in ebraico : diamante) e raddoppiò il capitale azionario da cinque a dieci milioni di franchi. Con l'aumento del capitale azionario vennero esercitati i diritti di opzione legali, si legge nel Registro di Commercio di Zurigo. Ciò significa evidentemente che continuò a sussistere il tradizionale partenariato SBG con circa il 45%, i Doninelli e gli Aloisio con circa il 25% per uno, e la Itoko con circa il 5%. La filiale di Chiasso venne chiusa, i 27 posti di lavoro (62) vennero trasferiti immediatamente in Via Nassa a Lugano. Licenziamenti non ce ne furono,i quadri dirigenti che avevano dato buona prova sotto il direttore Fabrizio Donati restarono invariati, altrettanto il consiglio di amministrazione , formato dal presidente Rudolf Hegetschweiler e dai membri Max Schmidlin, Geneviève Aubry, Venerio Quadri e Hans Rudolf Staiger. Il fulmineo cambiamento di sede, la variazione del nome e l'aumento di capitale della Banca Albis si ebbero durante la riunione straordinaria del 25 ottobre 1993 e ci si chiese chi fosse stato in grado nell'esausto gruppo Fimo / Banca Albis di mettere in atto entro pochi giorni un'efficiente strategia per gestire la crisi. La famiglia di azionisti di Doninelli al momento delle dimissioni di Fiscalini si era decisamente defilata, e su Aloisio pendeva dal 25 settembre la spada di Damocle di Bruxelles. Nessuno era in grado di sapere se nel procedimento contro Foti non sarebbero emersi nuovi fatti incriminanti per Lorenzo Aloisio. Il gruppo Comifin /Itoko/ GiBi si ritrovò paralizzato dalla morte di Giancarlo Tramezzani. Solo la SBG , da 30 anni massima azionista della Fimo , aveva le risorse necessarie per contenere i danni. Cosa che fece con la sua strategia di gestione della crisi : raddoppio del capitale come misura rassicurante per i clienti della Banca Albis ,separazione solo apparente dalla non più efficiente società madremediante immediato trasferimento di sede e cambiamento di nome.(63)

SBG: IL GIOCO A NASCONDINO RIESCE

La SBG è riuscita ad agire totalmente nell'ombra. In Ticino circolava la voce che la Banca Albis appartenesse alla SBG solo come pettegolezzo. La "Regione" del 29 ottobre 1993 informò sul cambiamento di nome e di sede della Banca Albis e accennò al fatto che questa apparteneva alla Bankgesellschaft. A stretto giro di posta il direttore della SBG (Chiasso) Claudio Rezzonico fece pervenire alla "Regione" il 30 ottobre 1993 la seguente precisazione :"Tra la SBG e la Banca Albis non esiste alcun tipo di rapporto." Evidentemente Rezzonico non sapeva che i suoi predecessori alla direzione della filiale SBG di Chiasso Botta, Keller e Pozzi, avevano sottoscritto nel 1963 e nel 1972 azioni Fimo complessivamente per 2,9 milioni di franchi e che la Banca Albis dal 1982 era affiliata alla Fimo. Sebbene le informazioni sulla posizione della SBG nel registro di commercio di Mendrisio siano accessibili al pubblico, per il periodo che va dall'arresto di Lottusi all'imputazione di Foti, alla banca era riuscito di non venir riconosciuta come azionista principale e quindi anche come principale responsabile del gruppo Fimo-Banca Albis. Un risultato eccellente dell' ufficio di pubbliche relazioni , se si considera il clamore che questo scandalo aveva suscitato in tutta l'Europa nel 1991, nel 1993 e ancora nel 1994. Solo nell'edizione del 1996 del catalogo Who owns Whom della casa editrice Orell Füssli la SBG si era decisa dopo un decennale imbarazzato silenzio a documentare pubblicamente la partecipazione alla Fimo per il 50%.

LA GIUSTZIA TICINESE PARTORISCE UN TOPOLINO

Il 27 novembre 1993 il "Corriere del Ticino" titolava nel miglior stile del comunicato giornalistico:"Fimo: istruzione penale terminata. Il pubblico ministero del Ponte scagiona la finanziaria di Chiasso dall'accusa di riciclaggio di denaro da narcotraffico. Con un decreto la del Ponte ha messo fine all' inchiesta giudiziaria per riciclaggio di denaro sporco contro la Fimo e il suo vicedirettore Enzo Coltamai. Secondo Carla del Ponte la Fimo non può aver fatto consapevolmente da riciclatrice di proventi da traffico di droga."64) Inoltre il "Corriere" informò che la del Ponte nella disposizione emanata già l'11 novembre aveva stabilito che la tariffa di 1, 5 fino a 1,75 percento per la transazione di 10, 2754 miliardi di lire eseguita per Lottusi alla Trade Development Bank di Ginevra (TDB) era usuale. Il vicedirettore Coltamai, che alla Fimo si occupava di queste transazioni, aveva sostenuto in maniera convincente che non aveva potuto nutrire alcun sospetto nei confronti di Lottusi: Lottusi era conosciuto alla Fimo e personalmente da lui fin dagli anni '70 e in Italia aveva una vasta clientela.

CON QUANTA SERIETA' HA INDAGATO LA DEL PONTE ?

L' "accurata indagine" del Pubblico Ministero che il "Corriere" liberale e vicino alle banche aveva salutato con giubilo, ad un attento esame deve essere parecchio ridimensionata. La del Ponte non è stata in grado di spiegare neppure approssimativamente la durata estremamente lunga delle indagini, più di tre anni, nè la mancanza di informazioni precise sull'andamento dell'inchiesta. Nè informò mai sulle perquisizioni che su richiesta della magistratura italiana lei aveva fatto compiere il 22 ottobre 1991 presso la Fimo, la Banca Albis, la Kreditanstalt di Lugano, la Trade Development Bank (Ginevra) e presso Merrill Lynch (Lugano). E questo sebbene per trasportare il materiale raccolto fosse stato necessario un camion. Dopo le perquisizioni la del Ponte interrogò Lottusi e alcuni rappresentanti dei quadri della Fimo e della Trade Development Bank. Perchè abbia avuto bisogno per questo di più di due anni non si è capito. Restò insoluta l'importante questione della data esatta dell'apertura, nell’autunno 1990, dell'inchiesta contro ignoti nell'affare Lottusi da parte di Quadri, predecessore della del Ponte. Carla del Ponte aveva indicato come data vagamente la metà di ottobre 1990. (67) L'inizio delle indagini avvenne su richiesta della polizia milanese quattro mesi dopo che era cominciata la sorveglianza di Lottusi. Quali atti istruttori abbiano avviato in questo procedimento contro ignoti Venerio Quadri dall'ottobre 1990 fino al suo ritiro nel dicembre 1990 e in seguito Carla del Ponte fino al 18 ottobre 1991, è restato un segreto di entrambi i magistrati. Manca anche una giustificazione dello scandaloso immediato certificato Persil della del Ponte per Gianfranco Cotti il 18 ottobre 1991. Alla domanda perchè nè in Ticino nè a Ginevra si fosse giunti ad un'incriminazione per riciclaggio di denaro nei confronti di Giuseppe Lottusi e Giancarlo Formichi Moglia, la del Ponte aveva risposto nel luglio 1992 come segue :" La legge ci consente di fare indagini. Ma si deve esser consapevoli che queste non possono aver sempre successo. In Svizzera la giustizia dispone di validi strumenti per combattere il crimine organizzato. Il nuovo paragrafo di legge sul riciclaggio di denaro è una buona cosa. Ma è difficile avere prove sufficienti. Il denaro sporco usa troppo spesso gli stessi canali del denaro pulito."(68) Perchè dopo questa dichiarazione la del Ponte abbia avuto bisogno ancora di 16 mesi per terminare le indagini sulla Fimo -poco dopo la vendita della banca Albis- resterà sempre un mistero. Il governo e il comitato di sorveglianza della Giustizia, il cosiddetto Consiglio di Magistratura ticinesi hanno fatto di tutto per impedire un'inchiesta amministrativa ufficiale sull'operato della del Ponte. I rappresentanti del primo non si fecero neppure scrupolo di offendere Giuseppe Sergi, consigliere cantonale socialista, che al Consiglio cantonale aveva richiesto l'indagine. Questa la reazione di un governo cantonale i cui ex membri tadizionalmente si rendono più gradevole la vita da pensionati con mandati e incarichi diversi presso banche e società finanziarie.

UN CASO ESEMPLARE

Lo scandalo della Fimo /Banca Albis può entrare negli annali della piazza finanziaria Svizzera in questi termini: In Italia fu dimostrato che attraverso i conti e i corrieri di denaro contante di questo gruppo finanziario soldi della mafia italiana e mazzette della centrale svizzera delle tangenti Eni sono passati rispettivamente al cartello della droga di Medellìn e a Roma nelle casse di partiti corrotti. La giustizia ticinese ebbe bisogno di tre anni per stabilire che nessuno del gruppo Fimo-Banca Albis aveva trasgredito la legge svizzera. Dall'importante consigliere nazionale che presiedeva la società fino alla direzione che controllava l'attività quotidiana, tutte le persone coinvolte agivano sempre con scienza e coscienza. Quando la Fimo si scontrò per la terza volta con la giustizia in Belgio, la SBG, maggiore azionista Fimo, che agiva sempre nell'ombra, entrò in azione: la Banca Albis cambiò nome, trasferì il domicilio - e il tran tran di sempre potè continuare.

EXCURSUS : DOMANDE SENZA RISPOSTA DALL' ITALIA.

Non in Svizzera ma in Italia la stampa si occupò in maniera più approfondita della persona del presidente della Fimo Elio Fiscalini. I giornalisti avevano notato che la Fimo appariva non solo in affari di tangenti e transazioni mafiose, ma che il suo nuovo presidente compariva anche ai margini di altri due grandi affari di mazzette, legati alla Socimi di Milano e alla Fidia Pharmaceutica di Abano Terme. La Socimi gestiva a Milano e a Brescia fabbriche di veicoli e di armi ( veicoli blindati, pistole, fucili e armi automatiche ) e impiegava circa 1200 persone. Alessandro Marzocco, delegato del consiglio di amministrazione, aveva confessato di aver pagato all'uomo politico socialista ed ex vicepresidente dell'azienda trasporti milanese Sergio Radaelli, dal 1978 al 1990, tangenti di 13 miliardi di lire per forniture alle aziende di trasporto milanesi e alle ferrovie italiane.(69) Numerosi manager delle ferrovie vennero poi incarcerati. A quell'epoca la Socimi aveva la maggioranza in due società ticinesi, la AKG Holding (Mendrisio) e la società Bremse (Bellinzona) ,ai cui consigli di amministrazione Fiscalini prendeva parte con il cognato Giuseppe Doninelli. In un'intervista fax concessa a "La Repubblica" di Roma Fiscalini rispose ad alcune domande sull' affare Socimi. Dichiarò che come consigliere amministrativo non aveva avuto niente a che fare con la direzione operativa. Delle tangenti avrebbe appreso per la prima volta dalla confessione di Marzocco pubblicata sul giornale.(70) Anche delle fatture truccate che secondo gli inquirenti milanesi erano state rilasciate per legittimare le mazzette dall' Istituto Brakers del Liechtenstein, Fiscalini sostenne di non aver saputo nulla. Chi fossero i proprietari della AKG e della Bremse, non volle dirlo.(71)

IL CASO FIDIA: ABUSO DI FARMACI

Il secondo grande caso di corruzione riguardò la Fidia Pharmaceutica di Abano Terme. La Fidia era controllata per quanto concerne il capitale dalla Fidiafin, che a sua volta era detenuta dalla Hyaline (Mendrisio). Presidente della Hyaline era Giuseppe Doninelli , delegata del Consiglio di amministrazione era Stefania Doninelli e Elio Fiscalini faceva parte del Consiglio di amministrazione. La Hyaline era stata creata nel 1964 dal fondatore della Fimo Ercole Doninelli insieme con sua moglie Stefania. (72) Sulla scena di Tangentopoli la Fidia era finita al centro dell’attenzione con l'arresto il 22 giugno 1993 di Francesco Della Valle, suo ex direttore ,ritiratosi nel febbraio 1991, e per il fallimento annunciato poche settimane dopo.Fino al fallimento l'azienda dava lavoro a circa 1200 dipendenti ad Abano Terme e dal 1975 viveva essenzialmente della vendita di farmaci Cronassial e Sygen. Della Valle si era presto assicurato la collaborazione della professoressa Rita Levi Montalcini. Sebbene l'efficacia del Cronassial sia stata sempre molto discussa negli ambienti specialistici, il fatturato della Fidia salì dalla fine degli anni '70 fino al 1991, soprattutto grazie al Cronassial, da 50 miliardi fino a 421 miliardi di lire. Ma poi cominciò un forte declino.(73) Dopo che la registrazione del Cronassial in altri paesi come gli USA, l' Inghilterra, la Germania era fallita, il critico farmaceutico tedesco Ulrich Moebius scrisse diversi articoli allarmanti. Secondo Moebius l'assunzione di Cronassial può provocare la sindrome letale detta di Guillain- Barrè. In seguito a ciò i rapporti tra la Fidia e il Ministero italiano della salute cominciarono a guastarsi. Della Valle dovette dare le dimissioni, il Cronassial fu vietato dallo stato all'inizio del 1993 e poco dopo riammesso, il fatturato scese del 90 %. Otto mesi dopo il Cronassial fu proibito in maniera definitiva. Una decisione fatale per la Fidia, che perdette circa un terzo del suo giro d'affari. Nel luglio 1993 la Fidia fallì. La maggior parte del personale rimase disoccupata, la ditta passò sotto curatela fallimentare dello stato. Della Valle, presidente della Fidia da anni, giustificò sempre il fallimento con la scomparsa del Cronassial, ma la Procura della Repubblica di Padova aveva trovato alcuni inspiegabili buchi neri nel bilancio. Nonostante il crollo vertiginoso delle vendite di Cronassial la Fidia aveva comprato sempre più materie prime. Materia prima principale per la produzione del farmaco sono i cervelli di bovini:per un chilo di Cronassial ne occorrevano alcuni quintali. La Fidia acquistava decine di migliaia di teste di bovini soprattutto in Brasile e pagava per vie avventurose attraverso diverse società in Irlanda, Spagna e su piazze offshore. I pubblici ministeri di Padova sospettarono che qualcuno all'interno della Fidia avesse saputo della proibizione del farmaco e avesse svuotato rapidamente le casse a spese del personale prima dell'imminente fallimento. Il 29 settembre 1993 Duilio Poggiolini, direttore generale del ministero della salute italiano e capo della sezione per l' autorizzazione dei farmaci, fu arrestato a Losanna e spedito a Roma. Il pubblico ministero Di Pietro aveva fatto un cenno alla polizia federale svizzera. Contemporaneamente sua moglie Pièrr Di Maria fu arrestata a Roma. La storia dei 200 miliardi e passa di tangenti in lire, in piccola parte della Fidia, che il corrotto Poggiolini aveva accumulato insieme a sua moglie fu traumatica perfino per gli Italiani ormai a prova di scandalo.(74) Quando i carabinieri durante la perquisizione nella villa dei Poggiolini fecero aprire il grande armadio blindato, non fu poca la meraviglia dei funzionari. Nella cassaforte c'era un vero e proprio tesoro da fiaba in oro, platino e diamanti, valutato poi 200 miliardi di Lire. Migliaia di monete d'oro, Krueger-rands, napoleoni, più di cento lingotti d'oro da 10 grammi fino ad un 1 kg., gioielli, diamanti, monete d'oro romane. Duilio e Pièrr finirono in galera. Dopo 5 mesi di detenzione nel carcere di Poggioreale a Napoli Poggiolini cominciò a collaborare con la giustizia il 31 gennaio 1994. La minuta Pièrr che pesava appena 40 Kg. rimase invece irremovibile e rifiutò ogni collaborazione. Le dichiarazioni di Poggiolini produssero una valanga di ulteriori inchieste di Tangentopoli e attizzarono il fuoco che covava sotto la cenere dello scandalo Fidia. Secondo Poggiolini Giulio Andreotti di persona era intervenuto nel 1992 insistentemente presso di lui, perchè lasciasse il Cronassial sulla lista dei farmaci passati dalla mutua.(75) Poggiolini dichiarò inoltre ai pubblici ministeri che per anni la Fidia aveva esportato illegalmente capitale, acquistando bovini in Brasile a prezzi maggiorati. Questo gliel'avrebbe detto il commendatore Fabio Bertarelli, direttore della Ares Serono a Ginevra.(76) Grandissimo stupore suscitò Poggiolini con l'affermazione che il direttore della Fidia Della Valle aveva versato 14 miliardi all'Istituto Nobel in Svezia affinchè la principale ricercatrice della sua società Rita Levi Montalcini ricevesse il premio Nobel. Mentre il comitato per il Nobel di Stoccolma smentì tutto ciò con veemenza, una ricerca del quotidiano svedese "Dagens Nyheter" sembrò invece confermare l'assegnazione truccata del Nobel.


Note:

1) Gli altri azionisti erano : Germano Sprela (Milano), Fortunato Milanesi (Santa Margherita Ligure), Emilio Bianchi (Vacallo ,TI ), Luigi Veronelli (Morbio Inferiore, TI), Italo Bevilacqua (Como), Ennio Saskia (Genova).

2) Emilio Bianchi e Luigi Veronelli


3) Nel 1981 Aloisio, sua moglie Ines e i due figli ottennero la cittadinanza a Besazio.


4) Questa banca era stata fondata alla fine degli anni '40 e si chiamava in origine Bank Haerry AG. Cambiò nome dopo che nel 1973 era stata acquistata dalla Roulston & Company Inc. (Cleveland, USA).


5) Lettera della Fimo del 6 aprile 1982 al Registro di Commercio zurighese


6) Anni più tardi la differenza tra banca e non-banca diventò importante per il consigliere federale Otto Stich. Allorchè il consigliere nazionale ticinese della FDP Sergio Salvioni chiese nell'ottobre 1995 perchè la Commissione bancaria non fosse intervenuta a proposito delle bustarelle della Fininvest di Berlusconi passate attraverso la Fimo, Stich disse che era compito della Giustizia ticinese e che inoltre la Fimo non era una banca (“Neue Zürcher Zeitung”, 6. 10. 95.)


7) Luisa Gianella Brioschi e Guido Brioschi lavorano a Lugano in uno stesso studio con Daniele M.Timbal, l'ex marito di Carla del Ponte.


8) All'inizio del 1982, poco prima del fallimento avvenuto nell'ottobre 1982, Roberto Feller entrò nel consiglio di amministrazione della Sasea Holding di Ginevra. Era direttore della Società finanziaria zurighese Glaux AG e faceva parte del consiglio di amministrazione della Buonvicini AG di Zurigo, una ditta per il commercio di frutta e verdura. (Unico consigliere d'amministrazione della Glaux è l'avvocato zurighese Hans Rudolf Staiger, che nel 1992 divenne a sua volta consigliere d'amministrazione della Banca Albis.)


9) Andrè W. Cornu era direttore dell' Amministrazione fiduciaria Refidar a Zurigo.

10) Fernando Rizzoli, che era entrato nel giugno 1987 nel consiglio d'amministrazione della Banca Albis, lavorò dal 1980 al 1994 nello stesso studio di Gianfranco Cotti a Locarno. Nel 1994 si separò da Cotti e aprì un proprio studio. Il 20 maggio 1995 Rizzoli morì in uno spettacolare incidente nel suo garage a Camedo. (“La Regione”, 22.5.95)

11) Predecessore di Cotti era stato Piergiorgio Aloisio, succeduto a sua volta a Ercole Doninelli, il presidente della Fimo, morto il 26 gennaio 1988.


12) La WACL nacque nel 1966 a Seoul come erede della Lega anticomunista dei popoli dell'Asia di Tschang Kai-schek. Negli anni '70 le sezioni europee della WACL furono occupate in gran parte da neonazisti e estremisti di destra. Ne erano membri ad es. il neofascista italiano Giorgio Almirante, ma anche i dittatori sudamericani Stroessner, Banzer, Somoza e Pinochet. All'inizio degli anni '80 il generale statunitense in pensione John K.Singlaub in qualità di nuovo presidente ripulì la WACL dai neofascisti troppo compromettenti. Singlaub più tardi fu implicato nel caso Iran-Contra. Altri uomini illustri della WACL sono stati Alfonso Calero, capo della FDN antisandinista (Contras) in Nicaragua, l'ideologo della nuova destra francese Jean-Marie Benoist e l'ex capo di stato del Vietnam del Sud fino al 1975, Nguyen Van Thieu. Era annunciato come oratore al XXI. congresso WACL anche l'ex consigliere federale Rudolf Friedrich, ma all'ultimo momento si ritirò.( Programmi del XXI. Congresso WACL, 25-28 agosto 1988,Ginevra)


14) “Il Mondo”, 13./ 20.6.94


15) Vanempten, Jean, e Verduyn, Ludwig: ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.92


16) All'inizio degli anni '80 Foti divenne presidente dell'Assovetro, l'associazione vetraria italiana di categoria.


17) La PB Finance faceva parte di ciò che restava del gruppo Empain del barone belga Empain, già a capo del consorzio Schneider ,ed era diretta da Jean Verdoot. Verdoot dirigeva anche la Cofibel e Cofimines a Bruxelles, due società che amministravano per Schneider i resti dell'ex impero coloniale di Empain nell'ex Congo belga, divenuto indipendente nel 1960 ,oggi Zaire. In seguito Verdoot portò la Cofibel come azionista di minoranza alla PB Finance,investimento Fimo.Nell'olandese Aia Foti e Aloisio attivarono un'ulteriore Joint-venture nel commercio del vetro, e precisamente la N.V. Euver, di cui Foti tenne il 45% e Aloisio il 55%. (« L'Echo de la Bourse », Bruxelles, 18.4. 89)


18) Vanempten, Jean, e Verduyn, Ludwig: ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles, 1994, p.92


19) Saverio Repetto apparteneva anche alla famiglia: il fondatore della Fimo Carlo Vincenzo Aloisio era stato sposato con Maria Repetto di Torino


20) Agence France Press, 8.12.91


21) Era entrato nel Consiglio d'amministrazine Fimo il 22 settembre 1990 dopo la morte di Lorenzo Aloisio


22) Procuratori erano Tiziana de Piaggi e Daniela Pettinello


23) Facevano le funzioni di vicedirettori Marco Calmes e Hansjürg Giezendanner, procuratori erano Fiorenzo Albisetti e Maurizio Giannetta.


24) “Giornale del Popolo”, 18.10.91


25) “Giornale del Popolo”, 18.11.91

* Espressione usata per indicare un certificato con cui soprattutto dopo il 1945 le autorità preposte alla denazificazione certificavano la pulizia morale di un presunto nazista.n.d.t.

26) „Neue Zürcher Zeitung“, 18. 10. 94


27) „Corriere del Ticino“, 19.11.91


28) „Weltwoche“, 21. 11. 91


29) Anche il consigliere dell'amministrazione Fimo Demetrio Ferrari sostiene di aver dato le dimissioni dal consiglio di amministrazione il 14 otobre, sebbene la sua lettera di dimissioni sia irreperibile nel Registro di Commercio di Mendrisio esattamente come quella di Cotti. Le dimissioni di Ferrari sono avvenute legalmente il 22 novembre.


30) Cotti faceva parte già da anni del Consiglio d'amministrazione della Banca popolare svizzera e aveva guidato il gruppo Pro SKA (Schweizerische Kreditanstalt). Come segno di gratitudine il direttore della CS Holding Rainer Gut lo promosse nel 1993 a presidente della banca e a consigliere d'amministrazione della CS Holding.


31) “Neue Zürcher Zeitung”,16. 5. 95


32) Il molteplice, avventuroso coinvolgimento di Fiscalini nel sistema italiano delle bustarelle viene trattato separatamente (vedi p.56 segg.)


33) Hans Rudolf Staiger faceva parte anche del consiglio di amministrazione della Neuen Schauspiel AG, che gestisce il Zürcher Schauspielhaus e attraverso il suo studio legale aveva legami con il presidente della Banca Albis Rudolf Hegetschweiler.


34) Politicamente Venerio Quadri così come Gianfranco Cotti e Geneviève Aubry debbono essere collocati nel'ampio spettro della destra cattolica. Nel 1983 egli aveva pubblicato presso una casa editrice tradizionalista di destra nel frattempo scomparsa di nome Libertas Schweiz uno studio sul comportamento degli avvocati nei processi per terrorismo e per risse di giovani. Anche la Aubry era membro della Libertas. Due rappresentanti non noti della Libertas presero parte nel 1980 al Congresso di Ginevra della World Anti-Communist League (WACL). (Frischknecht, Jürg e altri.:”Die unheimlichen Patrioten.Politische Reaktion in der Schweiz“, (‘I patrioti inquietanti. La reazione politica in Svizzera’), Zurigo 6, 1987, p.637.


35) “Beobachter” 24/92. Nel consiglio di amministrazione sia della Banca Commerciale di Lugano che della Atlantis Bank di Ginevra erano presenti l'ex consigliere federale Nello Celio e l'avvocato ticinese Rubino Mensch.


36) Altri esempi sono l'ex procuratore di stato Paolo Bernasconi, l'ex poliziotto cantonale di Zurigo Walter Zimmerli o l'ex avvocato di circoscrizione zurighese Hans Baumgartner (PS).


37) “Weltwoche”, 21.11.93


38) “Le Nouveau Quotidien”, 24.4. 94


39) Suoi colleghi nel consiglio di amministrazione erano qui oltre al presidente della Fimo Elio Fiscalini anche Giovanni Gianola, ultimo presidente della Sasea Holding di Ginevra, che aveva provocato il più grande fallimento in Svizzera, e l'ex consigliere di stato ticinese Ugo Sadis.


40) In qualità di rappresentante legale della Fimo SA Venerio Quadri inviò a fine marzo 1993 a Gian Trepp e a Paolo Fusi un'ingiunzione di pagamento di più di 999 000 franchi ciascuno per affermazioni "lesive della personalità" in diversi non meglio definiti articoli.


41) Il controllo di Gianella Brioschi sulla Itoko era strutturato in modo più complesso: la Hulsa SA (Lugano, capitale 50 000 franchi) controllava la Interinvestment Corp. Ltd. (Lugano, capitale 50.000 franchi) che a sua volta controllava la fiduciaria GiBi (Lugano, capitale 50.000 franchi). La GiBi aveva la maggioranza nella Karelion Anstalt Etablissement (Vaduz, capitale 1436 000 franchi), che a sua volta deteneva il 95% della Itoko Holding ( Lugano, capitale 1 500 000 franchi). La Interinvestment Corp. Ltd. deteneva anche la metà della Fiduciaria Tramezzani Sa (Ponte Tresa ).


42) Interrogatorio di Pacini Battaglia del 18 marzo 1993 , citato in : Calvi, Fabrizio e Sisti, Leo : ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’(‘Il nuovo labirinto della corruzione’, Parigi 1995, p.83


43) "L' Espresso", 4. 4. 93


45) "Corriere della Sera", 6. 3. 94, p.11


46) Lo scandalo Lentini era venuto alla luce , dopo che Gianmauro Borsano , deputato socialista al parlamento e presidente dell' AC Torino , era stato interrogato dalla procura della repubblica di Torino e aveva parlato anche dei suoi affari in campo calcistico.


47) "Corriere della Sera", 6.3.94


48) Calvi, Fabrizio e Sisti,Leo : ‘Les Nouveaux Réseaux de la Corruption’. Paris, 1995, p.308 segg.


49) "Corriere della Sera ", 6.3.94


50) "La Repubblica", 7.9.93


51) "La Regione", 1.4.93. Per ironia della sorte Lottusi fu condannato a Palermo a 20 anni di prigione proprio il giorno in cui "La Regione" intervistò Fiscalini.


52) ivi


53) ivi


54) Coimputato fu anche il presidente del complesso industriale elettronico Schneider SA Didier Pineau-Valenciennes. La multinazionale Schneider è un agglomerato di società attive prevalentemente nel settore dell'elettrotecnica e occupa 90.000 collaboratori in 130 paesi. E' sorto da Schneider-Le Creusot,gruppo di industria pesante e costruzione di macchine con una lunga tradizione ,dopo una serie di metamorfosi e fusioni. Negli anni '70 Schneider era sotto controllo dell'industriale belga barone Empain. Dopo il ritiro di Empain e la vendita del gruppo d'industria pesante e costruzione di macchine da parte del successore francese di Empain Didier Pineau-Valenciennes, i complessi industriali elettronici francesi di Merlin Gerin e Tèlèmècanique così come il gruppo di elettrotecnica statunitense Square D costituivano i caposaldi della Schneider SA. La Schneider rappresenta un caso estremo perfino per le strutture imprenditoriali francesi notoriamente interdipendenti. Con l'offerta di fusione fatta al gruppo immobiliare Spie- Batignolles all'inizio del 1995 Pineau-Valenciennes ha rafforzato questo trend.


55) Il giudice istruttore Van Epen accusò Foti di aver venduto la Sirix ad un prezzo eccessivo alla PB Finance, presso cui la Fimo aveva una quota di partecipazione.


56) Verdoot aveva collegato,mediante una partecipazione al capitale, la PB Finance / Sirix anche con la belga Cofibel ,affiliata alla Schneider, il cui presidente era Didier Pineau- Valenciennes ;Verdoot faceva parte del consiglio di amministrazione. La Fimo deteneva indirettamente il 10% della Cofibel, per metà attraverso Euver e per l'altra metà attraverso la Banca Albis (Vanempten,Jean e Verduyn, Ludwig: ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.88). Inoltre la Fimo possedeva circa l'1,5 percento della Spep, la società capogruppo del complesso industriale Schneider. In un documento interno del gruppo Schneider si parlava nel 1990 di "una politica di collaborazione con il gruppo Fimo" ( “Le Nouvel Economiste”, 3.6.95 )

57) Il 12 maggio 1993 le cose si misero ancor peggio per Foti. Il Dipartimento Investigativo Antimafia italiano DIA, un reparto speciale della polizia italiana, fondato alla fine del 1991, arrestò nel corso di un'azione in grande stile sotto il comando del tenente colonnello Michele Riccio 36 persone, in maggioranza sulla riviera ligure. Si giunse all'arresto dopo che la camorra, era già stata sorvegliata da mesi mentre investiva denaro illegale in borsa. Tra gli arrestati, accanto ai boss della camorra Antonio Sarnatoro e Michele Zaza,c’era anche Attilio Repetti , un manager cattolico (era membro di primo piano della UCID, Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) e presidente della Società finanziaria Ferrovie Torino Nord (FTN) quotata alla Borsa di Milano. Repetti faceva parte insieme a Foti del Consiglio di amministrazione della Brondi e Saroldi ( Voghera, Pavia), affiliata alla Sirix-Intervitrum (“Il Mondo”, 1. / 8. 11. 93). Giornalisti italiani trovarono allora degno di nota che un consigliere d'amministrazione della Fimo, la cui società era stata al servizio della mafia siciliana e del cartello di Medellìn come stazione di transito di denaro, facesse parte di un altro consiglio di amministrazione proprio con un camorrista. ( “Il Mondo”, 1./ 8.11.93) Gli autori del libro ‘Le Blanchiment en Belgique’ sostennero : " I piccoli azionisti ( PB Finance) avrebbero dovuto reagire più in fretta. Ma è ugualmente significativo che nessuna autorità belga si sia sentita qualificata ad indagare la provenienza dei soldi investiti alla PB Finance. Ciò non riuscì neppure alla stampa."(Vanempten, Jean, e Verduyn, Ludwig : ‘Le Blanchiment en Belgique’, Bruxelles 1994, p.96)


58)
''Le Vif/L'Express'', 10.6.94

59) Nel consiglio di amministrazione Fimo rimasero Luigi Tamburini, Lucia Galliano-Aloisio e Piergiorgio Aloisio. La Fimo restò in seguito quasi due anni senza presidente, fnchè il 17 febbraio 1995 la società duramente provata ebbe un nuovo presidente nella persona di Franco Galliano (Torino).


60) “Tessiner Zeitung”, 21./22.9.93


61) “Cash”, 1.10.93


62) Fosse un caso o no: come già detto, la filiale della Banca Albis a Chiasso quando si accollò gli affari di carattere bancario della Fimo contava ugualmente 27 posti di lavoro.


63) La strategia di crisi ben arrangiata della Banca Albis ricorda in qualche modo la vendita della Banque de Commerce et de Placements BCP al gruppo turco çukurova nel giugno 1991, pochi giorni dopo che la casa madre BCP, la Bank of Commerce and Credit International BCCI, era stata chiusa coercitivamente dalla Bank of England e dall'Institut Monètaire del Lussemburgo . La SBG mantenne una partecipazione di minoranza alla BCP e con la vendita alla çkurova riuscì ad evitare che la filiale svizzera BCP della BCCI dovesse venir chiusa. Un' eventuale chiusura avrebbe prodotto solo un inutile scandalo e il baccano dei media. (cfr. p.177 segg)


64) "Corriere del Ticino ", 27. 11. 93


65) ivi


66) "Corriere del Ticino", 29. 10. 91


67) Il 15 luglio 1992 in un'intervista al "Nouveau Quotidien" la del Ponte ha giustificato il suo certificato Persil per Cotti come segue :" Le indagini [ al momento del rilascio del certificato il 18 ottobre 1991] erano in corso già da un anno. Avevo intrapreso procedimenti d'inchiesta e avevo in mano elementi più che sufficienti per direquello che allora dissi"


68) "Le nouveau Quotidien", 15.7. 92


69) "Il Giornale", 4. 4. 93


70) Fiscalini e Giuseppe Doninelli facevano parte insieme a Marzocco del Consiglio di amministrazione della francese Franchi France di Rungis presso Parigi, una società che importava in Francia e vendeva armi da caccia e munizioni.


71) "La Repubblica", 7. 9. 93

72) Fino al 12 luglio 1965 la Interchange Bank (Chiasso) era stata proprietaria della Hyaline. Questa banca ,presieduta dall'avvocato Bixio Bossi, diede adito al primo scandalo bancario in Ticino dopo la guerra. Nel marzo 1967 il delegato del consiglio di amministrazione Angelo Maternini e il direttore e azionista unico Umberto Fraschetti furono arrestati, la Interchange fu chiusa dal pubblico ministero e la porta sigillata. Maternini aveva fatto parte del consiglio di amministrazione della Hyaline e della Stefany con Ercole e Stefania Doninelli. Già dal 1964 la Interchange non era più stata liquida. Interchange trattava con monete d'oro e aveva una filiale a Caracas in Venezuela. L'istituto era stato fondato nel 1954 da Remo Cademartori, un industriale di Como. Quest' uomo aveva un passato movimentato e doveva aver avuto sempre buoni contatti. Infatti egli collaborò subito dopo la guerra con il colonnello Charles Poletti, capo dell'amministrazione militare alleata a Roma e più tardi a Milano. Dalla relazione della commissione delle banche emerse allora chiaramente che le autorità ticinesi avevano preso la faccenda un pò alla leggera, come scrisse la National Zeitung di Basilea. (10.4.67) Prima che si arrivasse al processo contro Cademartori, Maternini e Fraschetti passarono 7 anni. Nel 1974 i tre vennero condannati al carcere per fallimento fraudolento, Cademartori a 8 anni, Maternini a 4 anni e Fraschetti a 27 mesi. Tutti e tre erano assenti e non andarono mai in una prigione ticinese. Fino alla conclusione del procedimento fallimentare contro la Interchange nel settembre 1989 passarono ben 15 anni. Molti della parte lesa erano morti, tra questi non pochi emigranti italiani ai quali la Interchange si era presentata come cassa di risparmio. Nel febbraio 1996 si tornò a parlare di nuovo della Banca Interchange. Un tribunale di New York aveva condannato il Canton Ticino ad un risarcimento di 125 miliardi di dollari. Una società americana, la Granville, presieduta dal cittadino statunitense Abdul Hafez Muhammed, aveva in prima istanza fatto valere questa sua richiesta. Secondo Hafez Muhammed la Graiville aveva versato fiduciariamente nel 1966 alla Interchange 600 milioni di dollari senza che le fossero più restituiti. Il Canton Ticino fece ricorso in appello a New York con successo.

73) L'arresto dell'azionista di minoranza della Fidia, Pia Vecchia, e di suo marito, il cardiologo Riccardo Buchberger, il 17 febbraio 1993 a Ponte Chiasso, fa luce sulla crisi della Fidia. I Buchberger avevano in auto documenti che dimostravano che avevano versato 432 milioni di lire sui loro conti bancari svizzeri. Inoltre Pia Vecchia aveva 4 titoli rubati del Banco di Santo Spirito. Facevano parte di quei 294 titoli che il 2 novembre 1990 erano stati rubati a Roma e nel 1992 erano comparsi in diverse banche in Italia, Svizzera, Inghilterra e Lussemburgo. Questi titoli aveva cercato di venderli anche Winnie Kollbrunner, collaboratrice del ministro della giustizia italiano d'allora, nell'ottobre 1992 a Ginevra ed era stata arrestata. (v. p.309 segg) Nella sua rubrica telefonica Pia Vecchia aveva anche il numero di telefono di Ugo Ziletti, ex vicepresidente del supremo consiglio dei giudici italiani CSM, che 3 giorni prima era stato arrestato perchè coivolto nella bancarotta della Compagnia generale finanziaria di Sergio Cerrutti. La CGF amministrava denaro di Licio Gelli e di altre persone della P2.( "L'Unità", 26.8.93)


74) Duilio Poggiolini e sua moglie Pièrr sarebbero argomento per un intero libro. Nato nel 1929 in una famiglia di modeste condizioni, dopo la guerra potè studiare medicina e divenne medico di campagna. Partecipò ad un concorso per un posto di funzionario al ministero della salute. Grazie alla fortuna e a buone relazioni ottenne l'incarico. Da allora cominciò per lui una brillante ascesa. Diventò professore universitario e nel 1973 direttore generale del reparto per l' autorizzazione dei farmaci. Egli incassava senza ritegno ricche tangenti dall' industria farmaceutica per l'autorizzazione di farmaci inutili o addirittura dannosi a prezzi eccessivi. Nel 1979 finì nel mirino della stampa per una complessiva inefficienza e per la sua scandalosa prassi delle autorizzazioni. Per difendersi aderì alla loggia massonica segreta P2 di Licio Gelli, e immediatamente gli attacchi diminuirono. All'inizio degli anni '80 la procura della repubblica di Torino aprì un'istruttoria nei suoi confronti. L'inchiesta fu trasferita a Roma dove si insabbiò (“Panorama”, 28.3.93). L'"Espresso" del 4.7.93 cita ad esempio lo spray Calcitonnia della Sandoz contro l'osteoporosi. Il farmaco non era riconosciuto negli USA, in Inghilterra, in Francia perchè la sostanza era efficace solo se iniettata sottocute. O Timunox della Cilag AG (Schaffhausen), un medicinale per rafforzare il sistema immunitario, venduto solo in Italia. O anche TP1 della Ares Serono (Ginevra), contenente la stessa discutibile sostanza del Timunox, solo molto più cara.


75) "Corriere della Sera",27 10 93

76) "L'Espresso", 28 10 93

TAKE BACK THE POWER TO CREATE MONEY

TAKE BACK THE POWER TO CREATE MONEY FROM THE PRIVATE BANKING INDUSTRY
Open Government Dialogue


The Constitution states, “Congress shall have the power to coin money and regulate the value thereof.” This power has been abdicated to private bankers. Today, 99.99% of our money is created by private banks when they make loans. This includes the Federal Reserve, a private banking corporation, which orders Federal Reserve Notes to be printed, and then lends them to the U.S. government. Only coins are actually created by the government itself. Coins compose only about 1-10,000th of the M3 money supply, and Federal Reserve Notes compose about 3% of it. All of the rest is created by banks as loans, something they do by simply writing numbers into accounts.

Congress could take back the power to create the national money supply by:
(a) Nationalizing the Federal Reserve.
(b) Reviving the Reconstruction Finance Corporation, a government-owned lending facility used by Roosevelt to fund the New Deal. Rather than merely recycling borrowed money as Roosevelt did, however, the RFC could actually create credit on its books, in the same way that banks do it today, by fanning its capital base into many times that sum in loans. Assuming $300 billion is left of the TARP money approved by Congress last fall, this money could be deposited into the RFC and leveraged into $3 trillion in loans. That’s based on a 10% reserve requirement. If the money were counted as capital, at an 8% capital requirement it could be leveraged into 12.5 times the original sum. That would be enough to fund not only President Obama’s stimulus package but many other programs that are desperately short of funding now.

Many references are available which will be furnished on request. See generally www.webofdebt.com/articles

Why Is This Idea Important?

The economy is currently being crippled by a credit freeze caused by a failed private banking system. We can remedy the problem by setting up a public banking system to supplement and backstop the private system.

Possibili effetti monetari del terremoto

ITALIA SOCIALE - NOTIZIE 2009

Effetti del Terremoto


Ancor prima del disastroso cataclisma tellurico che nei primi d’aprile 2009 ha devastato una importante zona d’Abruzzo, l’intera economia italiana si trovava già in una preoccupante crisi provocata dall’azione congiunta del crollo della produzione, conseguente a quella dei consumi e dalla contrazione della circolazione monetaria giunta sino alla riduzione della capacità di spesa dei singoli cittadini, causata ed imposta unilateralmente a seguito di proprie colpe, dal privato sistema dell’apparato bancario e monetario, nazionale ed internazionale.
All’affannosa ricerca delle risorse necessarie a mitigare i drammi economici ed esistenziali delle crescenti schiere dei disoccupati ed a quelle necessarie a sostenere le aziende in debito di liquidità, che potrebbero restare ancora attive sul mercato produttivo, vanno ora aggiunte anche le risorse che ineludibilmente debbono essere trovate per fronteggiare gli imprevisti danni subiti dai terremotati e per ripristinare le strutture produttive ed abitative, indispensabili alla ripresa economica e sociale dell’intero comparto abruzzese.
Ovviamente tutte queste incombenze sono perentoriamente pretese ed a carico dall’Esecutivo Politico il quale per il momento, come abbiamo visto, può contare unicamente sulla generosità dei privati sottoscrittori, sull’abnegazione della Protezione Civile, dei Corpi Pubblici dello Stato e sui pochi fondi nazionali e comunitari appositamente accantonati per queste evenienze.
Mentre l’attività di governo si dimostra certa e risoluta nei vari frangenti operativi, ancora una volta appare alquanto indecisa ed impacciata nei rapporti con il privato sistema bancario e monetario, come se pervaso nei loro confronti da una sorte di timore riverenziale.
Infatti per quanto attiene alle private strutture alberghiere della costa abruzzese, queste vengono requisite nella misura necessaria per dare pronto alloggio ai senza-tetto, atteggiamento che contrasta con la deferente lettera di richiesta all’ABI (i banchieri agiscono per cartello) per sollecitare la proroga (sino a fine anno) dei pagamenti in scadenza e delle rate dei mutui dei terremotati.
Analogo atteggiamento, (come se la “cupola” bancaria godesse dello status di extraterritorialità) si era osservato allorquando il Governo aveva incaricato i Prefetti di vigilare nei confronti delle banche e per raccogliere le denuncie degli operatori economici, ormai tutti privi di liquidità, ai quali viene lesinato ed in molti casi negato il credito necessario alla sopravivenza aziendale. Si sono predisposti dettagliatissimi moduli di domanda, distinti per privati e per aziende, da inoltrare ai Prefetti, senza conferire loro nessun apprezzabile potere d’intervento.
I direttorini di sportello possono così continuare a recitare il ruolo di personaggi importanti, come pianificato dalle loro direzioni centrali, senza dover rendere conto nulla a chicchessia. Ulteriore conferma del modus operandi dei banchieri lo si rileva dal loro atteggiamento nei confronti dei terremotati: a chi ha perso tutto offrono apertura di credito da restituirsi in cinque anni con sospensione dei pagamenti per i primi due, che ovviamente si concentrano nei tre successivi. Tranne i pochi spicci abbonati per le commissioni, questi figuri non sanno donare nulla e per loro qualunque occasione è propizia per creare nuovi debiti da amministrare con i quali vessare pubblici e privati. Ci si augura che almeno in questa circostanza i politici non si prestino a fare da palo.
Mai come in questi frangenti risulta per l’Esecutivo, necessario più che opportuno, rompere ogni indugio e procedere all’emissione monetaria parallela e diretta da parte dello Stato, senza essere gravata da debito ed esente d’interessi passivi, con la quale fronteggiare tutte le crisi.
Era già assurdo prima, ma lo è ancor più dopo il terremoto abruzzese, immaginare che Stato e le Pubbliche Amministrazioni, per esigenze economiche debbano emettere i “BOND” per poi doverli scontare, e quindi indebitarsi, verso le varie “cupole” bancarie e monetarie.
In questa situazione sono più che sufficienti i guai economici nazionali provocati dal sistema bancario e quelli sopraggiunti con il disastroso terremoto abruzzese. Non se ne cerchino altri. Risulta colpevole creare spontaneamente nuovo debito pubblico, che provoca nuovi interessi passivi da dover pagare in aggiunta a quelli già gravosissimi in atto, al tasso che volta per volta viene deciso, in piena autonomia come da sempre, dal “cartello bancario e monetario”.
Non abbiamo il diritto e nemmeno la facoltà d’indebitare ulteriormente le generazioni a venire poiché è già assillante per tutti, specialmente per i giovani, l’incertezza che ne deriva per il loro futuro.
Se i titoli di debito emessi dalle Pubbliche Amministrazioni sono giudicati accettabili al punto da essere scontati dai privati e prudentissimi banchieri, lo debbono essere per l’intero mercato anche i titoli monetari emessi direttamente dallo Stato in nome e per conto dei propri cittadini.
Tutto ciò risulta conforme alle raccomandazioni di Irving Fischer della famosa scuola di Chigago sin dal 1933, alla centennale esperienza in tal senso dello Stato italiano ed alle ininvalidate affermazioni dell’abruzzese Giacinto Auriti, ma soprattutto e ciò che più conta oggi, del comune buonsenso.
Cerchiamo di non lasciare ai nostri figli un mondo peggiore di quello che abbiamo trovato.
Se l’ultima sciagura che ha investito il territorio aquilano avrà la capacità di scioccare e di costringere a riflettere seriamente su tutto ciò, sino a raggiungere la soluzione corretta, il sacrificio e le sofferenze di tanti terremotati abruzzesi non sarà risultato inutile e tanto meno vano.

Savino Frigiola

18/04/2009

Lo sviluppo, nascita di una leggenda

Analisi
inv

Lo sviluppo, nascita di una leggenda


Mercoledì 27 Maggio 2009 – Raffaele Ragni
Rinascita

Lo sviluppo, nascita di una leggenda


Tra le tante possibili definizioni della parola sviluppo, accogliamo quella proposta da Gilbert Rist (1996, foto) secondo cui esso consiste in una serie di misure che, per assicurare la crescita del sistema economico, costringono a trasformare - cioè a distruggere - l’ambiente naturale ed i rapporti sociali preesistenti in vista di una produzione crescente di merci destinate, attraverso lo scambio, alla domanda solvibile. Più che un’ideologia, è una credenza - qualcosa in cui si crede, poiché tutti ci credono - tipica del nostro tempo, costantemente ravvivata dalle proiezioni degli esperti, che studiano la congiuntura per rassicurare gli operatori che tutto andrà bene. Un’errata previsione o il fallimento di un’iniziativa sono soltanto occasioni per rinnovare le promesse e dilazionare il risultato. Nulla scalfisce l’autorità degli sviluppisti perché la credenza, di cui sono i divulgatori, si è profondamente radicata nella collettività, dopo secoli di dogmatismo laico e progressista.
E’ un’idea tipicamente illuminista, ripresa dagli economisti classici, che tutti i popoli, partendo da uno stadio primitivo, debbano progredire verso la civiltà seguendo tutti lo stesso percorso, anche se alcuni detengono un indiscutibile vantaggio. Uno degli ultimi enciclopedisti - Marie Jean Antoine Caritat marchese di Condorcet (1794) - attribuisce agli europei la missione di rivelare agli altri popoli le verità utili alla felicità ed offrire loro i mezzi per conseguirla. Per Jean Baptiste Say (1828) lo stadio superiore nell’evoluzione sociale dell’umanità è caratterizzata dalla produzione industriale, che permette di soddisfare una grande varietà di bisogni, per cui le società inferiori, momentaneamente situate ai margini del progresso, dovranno adeguarsi al modello di civiltà rappresentato dalle nazioni industrializzate oppure saranno distrutte. L’idea che lo sviluppo rappresenti una fatalità è condivisa sia da Adam Smith (1776), secondo cui il progresso verso la prosperità è una necessità naturale conforme all’ordine delle cose, sia da Karl Marx (1867), per cui un Paese industrialmente avanzato mostra a quello più arretrato l’immagine del suo avvenire.
Viene attribuito al presidente Harry Spencer Truman - lo stesso che decise di sganciare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki - il merito storico di aver introdotto, nel lessico dell’economia e della politica internazionale, la divisione del mondo tra Paesi sviluppati e sottosviluppati. Nel 1949, al celebre punto quarto del tradizionale discorso sullo stato dell’Unione, egli indica il sistema liberalcapitalista come modello di riferimento per tutti i popoli della terra ed impegna gli Usa ad aiutare la crescita delle regioni economicamente arretrate. Inizia così l’era dello sviluppo.
I primi tre punti del discorso di Truman riguardavano i capisaldi del neoimperialismo americano: il sostegno all’Onu, la ricostruzione dell’Europa mediante il piano Marshall, l’imminente costituzione della Nato. Il punto quarto, coerente con i primi tre, propugnava sostanzialmente di estendere al mondo intero la politica di aiuti fino ad allora elargiti a certi Paesi dell’America Latina. Truman non inventò nulla. La nuova concezione dello sviluppo, sintetizzata nella locuzione international development of economically backward areas, era stata delineata da Paul Rosenstein-Rodan nel 1944 ed aveva già trovato espressione, nel dicembre 1948, in due risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu. Invece il termine undeveloped areas pare sia stato utilizzato per la prima volta nel 1942 da Wilfred Benson, un funzionario dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Il ruolo del presidente americano fu quello di ufficializzare un lessico ed un progetto epocali, conformi al ruolo internazionale che gli Stati Uniti avevano assunto dopo la seconda guerra mondiale. Gli Usa avevano interesse a smantellare gli imperi europei per avere libero accesso a nuovi mercati. La decolonizzazione fu il prezzo imposto agli alleati per l’intervento contro il fascismo e per l’impegno militare contro il comunismo.
La dicotomia tra sviluppati e sottosviluppati elimina ogni differenza relativa alla natura dei popoli ed alla capacità di conseguire determinati risultati economici. I Paesi sottosviluppati possono eguagliare in tempi brevi i livelli di crescita di tutti gli indicatori di benessere tipici dei Paesi sviluppati (PIL, reddito pro-capite, occupazione, investimenti) a condizione che accettino un ruolo ben preciso nell’economia globale. Nell’era dell’imperialismo il verbo sviluppare è intransitivo: i popoli si sviluppano, più o meno rapidamente, a seconda della razza. Dopo la seconda guerra mondiale diventa transitivo. La parola sviluppo comincia ad indicare una serie di obiettivi da programmare ed azioni da attuare. L’aiuto tecnologico e finanziario delle organizzazioni internazionali, o degli operatori economici dei sistemi industrialmente avanzati, sviluppa le aree del mercato mondiale più o meno arretrate. Al contrario, il sottosviluppo è una condizione definita dalla mancanza di iniziative che producono ricchezza. Non è l’inverso dello sviluppo, ma è soltanto il suo stato embrionale. Per eliminarlo basta accelerare la crescita.
Così i poveri e gli oppressi cambiano nome. Da colonizzati diventano sottosviluppati. Dal canto loro i colonizzatori smettono di portare civiltà - concetto obsoleto dai contenuti razzisti, comunque vago e discutibile - e cominciano a promuovere sviluppo - ideale umanitario e universale, sempre quantificabile con esattezza mediante strumenti econometrici. Secondo la teoria degli stadi dello sviluppo, elaborata dall’economista americano Walt Whitman Rostow (1960), la crescita economica di qualunque nazione avviene per tappe secondo una progressione geometrica, paragonabile al meccanismo dell’interesse composto. Distrutti i vincoli tradizionali, tutte le società seguono lo stesso percorso, dal decollo (take-off) alla generalizzazione del consumo di massa. Il comunismo è considerata una malattia che può colpire la società, in una fase di transizione, se non riesce ad organizzare efficacemente le forze produttive che conducono alla modernizzazione.
La teoria degli stadi dello sviluppo era funzionale all’ingerenza occidentale nella politica economica dei Paesi di nuova indipendenza e, al tempo stesso, legittimava il confronto armato col blocco comunista. Ma sul piano scientifico non aveva alcunché di originale. Rostow si limitò ad estendere su scala mondiale il modello di analisi che l’economista russo Alexander Gerschenkron, nella prima metà del XX secolo, aveva applicato alla storia economica dell’Europa occidentale e del Nord America. La metafora del take-off, fatta propria da Rostow, era stata inventata da Rosenstein-Rodan, lo stesso che aveva ispirato a Truman la divisione del mondo tra Paesi sviluppati e sottosviluppati. Infatti, nel 1957, Paul Rosenstein-Rodan aveva scritto: “Lanciare un Paese nella crescita autosostenuta è come far decollare un aeroplano dal suolo. C’è una velocità critica al suolo che deve essere superata prima che la macchina voli”.
Negli anni dell’ottimismo, cioè nel ventennio immediatamente successivo alla seconda guerra mondiale, la soluzione al problema sottosviluppo appare semplice: investire in infrastrutture, agricoltura di esportazione, industria pesante e leggera. In mancanza di risparmio locale, le risorse finanziarie devono giungere dai Paesi ricchi. Una dose massiccia di investimenti, settorialmente e geograficamente concentrati, serve da leva per consentire il decollo. L’efficacia dell’iniziativa esterna, purché sostenuta da fattori endogeni, appare comprovata dalla rapidità della crescita europea sotto la spinta dal piano Marshall. E’ questa la teoria del big push, elaborata da Paul Rosenstein-Rodan (1944) e successivamente ampliata da Albert Hirschmann (1957). Entrambi docenti universitari, il primo è funzionario della Banca Mondiale, il secondo della Federal Reserve. Come auspicato dal pensiero economico sviluppista, cominciano ad affluire verso i Paesi poveri i crediti bancari per finanziare l’acquisto dai Paesi ricchi di impianti industriali, funzionanti ma obsoleti, che in molti casi richiedono spese di manutenzione fino al 20% del costo iniziale.
Le nazioni industrialmente arretrate, secondo il paradigma della modernizzazione per stadi temporali, possono ormai definirsi Paesi in via di sviluppo (PVS). Nel corso degli anni, per classificare i diversi gradi di sviluppo, sono subentrate altre definizioni. Nel 1952 l’economista e demografo francese Alfred Sauvy, per analogia con la condizione di povertà del Terzo Stato durante l’ancien régime, conia l’espressione Terzo Mondo per identificare Africa, Asia ed America Latina. Scomparso il secondo dei tre mondi, cioè il blocco socialista, sono rimasti il primo ed il terzo, che, a partire dal Rapporto Brandt del 1980, hanno cominciato ed essere denominati rispettivamente Nord e Sud. La ripartizione più articolata è quella adottata dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) che distingue quattro blocchi. Il primo mondo comprende Paesi che, oltre ad avere una grande capacità produttiva e tecnologica, sono ricchi di materie prime (Canada, Usa, Russia, Australia). Il secondo mondo include Paesi industrialmente avanzati ma privi di materie prime (Europa, Giappone, Corea del Sud Taiwan, Hong Kong, Singapore). Il terzo mondo comprende Paesi esportatori di materie prime agricole e minerarie, alcuni anche dotati di una certa forza industriale (es. Brasile, Messico, Venezuela, Iraq, Iran, India, Cina). Il quarto mondo include il resto dei Paesi, soprattutto africani, che non hanno né industrie né materie prime e vengono comunemente definiti meno avanzati.
In base al criterio che identifica il benessere con la produzione, senza tenere alcun conto di come la ricchezza venga distribuita tra la popolazione, la Banca Mondiale classifica gli Stati in quattro fasce secondo il reddito pro-capite. Trattasi di un dato statisticamente inattendibile perché, oltre ad essere una media - e come tale incapace di descrivere la condizione di un Paese nella sua complessità - ignora due realtà molto diffuse nel terzo e quarto mondo: l’economia non monetaria e l’economia sommersa. La prima si riferisce al lavoro dei contadini che producono per l’autoconsumo. La seconda comprende piccole attività artigianali e commerciali che la gente improvvisa per sopravvivere.
Nell’ultima fascia, che coincide con la maggior parte dei Paesi del quarto mondo, si distinguono poi coloro che vivono nella povertà assoluta, il cui reddito pro-capite è circa la metà di quello che identifica la fascia. L’indigenza diffusa nei Paesi avanzati viene invece denominata povertà relativa, perché riferita, non al reddito, ma ad una spesa media inferiore del 50% alla spesa media pro-capite del Paese.
Infine il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP) classifica gli Stati non in base al reddito pro-capite, criterio adottato dalla Banca Mondiale, ma secondo un indice definito Indice di Sviluppo Umano (ISU) che contempla la durata media della vita, il livello medio di istruzione, il reddito familiare medio.
Nel corso degli anni l’estensione del sottosviluppo svuota lo sviluppo della sua potenza suggestiva. Dopo un periodo di sviluppo senza attributi, la credenza riceve successive ridefinizioni. Alcune sembrano esprimere contenuti rivoluzionari, ma le prospettive di liberazione sono adombrate, e talvolta soffocate, dal tentativo di ricondurre idee e progetti alla logica perversa dell’economia di mercato.